Gli effetti del ragionamento

Serie: Dovrei parlare io


« Devi ascoltarmi, sei troppo distratto » gli disse Roberto con la faccia seria.

« Dimmi. »

« Mi sembra proprio che tu non abbia capito, quindi te lo ripeto: qualcosa di diverso, che sia giusto o sbagliato, bello o brutto, sarà sempre più utile di una normalità stagnante e in ogni caso porterà a un’evoluzione per l’uomo e per l’ambiente che lo circonda. »

« D’altronde, anche se tutto questo dovesse portare a un involuzione, non è detto affatto che sia l’ipotesi peggiore » disse Lucio. Poi si mise a ridere forte un’altra volta con la faccia sudata e non si accorse che subito dopo le fessure di un’altra persiana di legno si illuminarono. Qualcun altro era stato disturbato e aveva acceso la luce della stanza davanti a lui.

« Non dovresti più scherzare » disse Roberto. Adesso si era accigliato.

« Non era propriamente una battuta. »

« Allora non c’è più niente da ridere. Forse dovresti cominciare ad affrontare la situazione con uno spirito diverso. »

Lucio guardò Roberto e si fece anche lui più serio e appena sospettoso.

« Mi fa piacere che tu abbia preso subito molta confidenza, forse è proprio quello di cui ho bisogno. È tanto tempo che non parlo con nessuno. Non sono più abituato e forse è per questo che adesso comincio a sentirmi a disagio » disse.

Roberto non si impietosì e, anzi, stavolta parlò con un tono più risoluto, quasi aggressivo, e con uno sguardo denso come l’umidità che bagnava la strada. Da dieci minuti era cominciato un altro giorno.

« Dovresti cominciare ad avere la frenesia di curarti. Hai un processo molto lungo da affrontare che richiede tanto tempo. Se consideriamo vero il concetto che abbiamo detto prima, allora dovresti sopprimere l’idea specifica che ti sei fatto di te stesso in tutti questi anni, azzerare i tuoi processi mentali e ricrearne di nuovi e più metodici. Poi devi dimenticare la tua anomalia intrinseca e trasferire tutto all’arte della retorica. »

Lucio si mise una mano sulla fronte e guardò ancora per terra. Non aveva capito bene.

« Sto cominciando a sentirmi confuso, non ragiono più come prima. Forse sono troppo stanco » disse.

« È chiaro che, vedendo questi concetti da una certa ottica, è come se tu stessi chiedendo al tuo ego di cambiare identità. Ed è anche evidente che l’abitudine di balbettare ti ha creato una disfunzione motoria che va corretta con esercizi fisici in concomitanza con quelli mentali. »

« Aspetta un momento. Non riesco più a seguire la logica del discorso. Cosa hai detto prima? »

« Te lo ripeto per l’ultima volta: il suggerimento più grande che voglio darti è quello di sfruttare il tuo tempo per sopprimere il problema. Ma la tua volontà di guarire, il tuo stimolo più forte, non dovrebbe dipendere soltanto da una soddisfazione personale, bensì soprattutto dal piacere altruista di aiutare una causa comune, sia grande che piccola, grazie agli strumenti che ti ha offerto l’anomalia; e infine cominciare ad esporre i tuoi concetti con la voce invece di continuare con parole incerte a cercare una stabilità e un sostegno all’interno di una dimensione che non ti appartiene. »

Lucio si massaggiò la cute dei capelli con gli occhi chiusi, poi si coprì la faccia con la mano aperta.

Roberto continuò a parlare senza preoccuparsi di niente e con la voce grossa.

« Le persone che non hanno problemi di comunicazione vivono una dimensione parallela diversa dalla tua, cosi come quelli che soffrono per altri tipi di disfunzioni o anche le popolazioni che praticano diverse abitudini di vita. Ed è normale che quindi loro vedano nel tuo universo qualcosa che non gli appartiene, perché se così non fosse » concluse Roberto strillando e avvicinandosi alla faccia coperta di Lucio « per quanto mi riguarda possiamo anche ricominciare a parlare daccapo e affrontare un discorso tutto surreale che riguarda la comprensione umana verso i suoi simili. Ma, sinceramente, non mi sembra proprio che tu sia in grado di farlo. Io credo che tu non mi abbia nemmeno ascoltato. »

Sicuramente gli urli rabbiosi di Roberto avevano svegliato altre persone tra i palazzi intorno.

« Ma che cosa stai dicendo? » chiese Lucio disperato, guardando Roberto negli occhi.

« Perché vuoi per forza essere in grado di sostenere un discorso sulla comprensione umana? Non puoi semplicemente affrontare i concetti secondo il loro ordine per fare in modo di ottenere un risultato completo e ordinato, invece di continuare ad ammucchiare teorie e utopie che poi non sei in grado di spiegare a nessuno tranne che a te stesso? Quando imparerai a rassettare le tue idee in una fila composta e ad ascoltarle una alla volta per riuscire a comprenderle veramente e poi usarle, invece di sentire solo il loro eco e poi farle stagnare nella cagnara di uno spazio stretto? In questo modo non diventerai mai uno scrittore. »

Lucio si scoprì la faccia e guardò Roberto con un’espressione anonima e gli occhi sorpresi, proprio come se in quella mezz’ora passata non avesse avuto nessun tipo di disagio interiore.

« Non ho capito » disse con calma.

« Impara ad usare anche la forza della tua voce: nell’epoca in cui vivi la carta dei libri è sempre più utile a chi manca per accendere il fuoco del camino. »

« Perché quest’epoca non è anche la tua? Perché strilli? Abbassa la voce, hai capito? Cos’è, vuoi provocarmi? » strillò Lucio all’improvviso con tutta la voce che aveva e gli occhi luccicanti. Fronteggiò Roberto con il suo corpo atletico e con tutta la rabbia di cui aveva avuto bisogno molti anni prima per difendersi nelle giornate scolastiche.

Dall’ultima persiana che si era illuminata si affacciò appena un signore canuto. Non si sporse troppo perché era impaurito.

« Vuoi smetterla di strillare o devo chiamare la polizia? » disse con la voce rauca e sofferente. Era molto vecchio e non riusciva più a gridare.

Lucio si voltò veloce e rimase perplesso quando vide quella mezza faccia che si sporgeva dalle perline di legno consumate. Pensò soltanto che non sapeva chi fosse quell’uomo così anziano.

« Perché dovrebbe chiamare la polizia? »

« Smettila di fare caciara e vattene subito. Tornatene alla stazione e vattene a dormire su una panchina » disse l’uomo, poi richiuse forte le ante scassate e tornò dentro casa borbottando molte offese e bestemmiando, mentre da un’altra stanza si poteva sentire la moglie che gli raccomandava di rimanere calmo e di tornare a dormire.

« Io non ho fatto niente, è colpa sua che mi ha provocato » disse forte Lucio all’uomo, allungando un braccio con la mano aperta verso Roberto. Si girò verso di lui, ma tutto intorno e nei pressi non c’era proprio nessuno. All’improvviso, scoprì con stupore di trovarsi da solo nelle strade del paese. Anche i gatti si erano allontanati per la paura. Cominciò con frenesia a girarsi verso tutte le direzioni, finché non si accorse di un vicolo nascosto da una pianta di falso gelsomino che si arrampicava sul discendente fissato all’angolo del palazzo, e allora nel silenzio cominciò a correre e lo imboccò veloce insieme all’eco dei suoi passi. Prese altre tre diramazioni, salì una scalinata e tornò indietro per controllare la direzione opposta, ma non vide nessuno. Infine, con le gambe stanche, arrivò per caso a una piazza piccola e accogliente, la stessa che usava sempre per darsi appuntamento col suo primo amore, quando ancora era un adolescente e i sogni ingenui erano giustificati dall’età.

Riprese fiato, si guardò intorno per l’ultima volta con le braccia sui fianchi e poi si sedette sulla panchina che preferiva allora, con i rami della quercia accanto che gli penzolavano sui capelli bagnati dal sudore. Finì di regolarizzare il suo respiro, poi si sbottonò la camicia, appoggiò la schiena, allargò le braccia e iniziò a godersi il fresco di una delle ultime serate della bella stagione.

Serie: Dovrei parlare io


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