Granuli di felicità

Avrei voluto respirare un’altra volta l’aria del Gran Sasso, in alta quota. La sensazione di essere a un passo dal cielo, in estasi.

Avrei voluto assaporare il gusto forte di salsedine, da una spiaggia del Pacifico che non ho mai visto, e rubare un po’ di energia dalle onde impetuose dell’oceano.

Avrei voluto abbracciare il grosso fusto di un albero della foresta amazzonica. I boschi dell’Appennino hanno potuto infondermi pace e vitalità. L’immersione profonda nella giungla, a stretto contatto con un ceiba – l’albero della vita – uno dei giganti arborei che svettano fino a settanta metri d’altezza, mi chiedo quanto vigore potrebbe trasmettermi.

Avrei voluto scaldarmi al sole, sopra un grosso scoglio piatto di granito, a Porto sa Ruxi, per ricaricarmi le pile. O fare il morto, galleggiando sull’acqua del mare, ai Caraibi, limpida e placida, lasciandomi cullare dolcemente.

Vorrei, vorrei, vorrei, ma i tanti doveri quotidiani e i pochi averi mi tengono ferma nel recinto di pochi chilometri.

Se avessi almeno un amore vero, sincero, braccia forti per avvolgermi e un petto accogliente per adagiare la mia testa, forse potrei sentirmi a un passo dal cielo anche nella gola più profonda di Su Gorropu o del Grand Canyon.

I tanti libri stipati nelle stanze stracolme della mia casa non possono colmare certi vuoti, e neppure accendere i colori dei fiori di clivia in vaso, sbocciati senza sole, nel mio salotto.

Distesa nel letto potrei trascorrere l’intero pomeriggio, la sera e la notte, senza far nulla. O fissando la finestra, oltre i vetri appannati, il verde sbiadito delle foglie in balia del vento. Il sonno tarderà ad arrivare, quando sarà più forte del mio torpore e le onde REM cominceranno la loro attività  intensa che rende faticoso il mio risveglio.

Dentro di me, però, qualcosa si agita, mugugna, lotta, protesta e infine si ribella. Mi alzo, infilo i pantaloni e la felpa sopra il pigiama, gli scarponi vecchi e la giacca a vento. Rovescio il mastello dell’umido in un sacchetto di carta e inforco il mio veicolo senza motore, che non consuma e non inquina.

Attraverso le strade del paese lungo la pista ciclabile e arrivo fino al semaforo, mi metto in testa alla fila delle macchine e aspetto il verde. Attraverso la strada statale con la paura di essere travolta. Imbocco una delle stradine di campagna: il verde e il giallo sono i colori dominanti che attirano lo sguardo. Percorro alcuni chilometri di un rettilineo pianeggiante, poi svolto a sinistra. Il percorso si fa più ripido, in prossimità di un ponte, sopra un canale cementato. Vado a zig-zag per avere un’andatura più ergonomica. I muscoli delle gambe reggono bene lo sforzo, nonostante  negli ultimi mesi abbia camminato poco e siano poco allenate.

Arrivo al piccolo podere di mio padre, semi abbandonato, con la rete della recinzione malandata e il cancello arrugginito che cade a pezzi. Appoggio la mia bici e prima di scaricare la busta con i rifiuti che ho portato da casa, mi lascio incantare dalla vivacità del prato con l’acetosella in fiore.

Spargo gli scarti della verdura, le foglie dei carciofi, la buccia delle arance e delle patate sotto la pianta dei fichi, per il nutrimento della terra e dell’albero.

Gioco a fare la contadina. Tolgo le foglie appassite dalla pianta della malva e i semi dell’iperico rinsecchito, che nasce spontaneamente e ogni primavera ricresce. Spargo i semi sulla terra, poi colgo un ciuffo di finocchietto, qualche ramolaccio e due asparagi. Libero le bietole dall’avena selvatica che le sommerge e mi guardo intorno. A pochi passi da me c’è qualcosa, tra il rosso e il bordeaux, che spicca tra le foglie della cicoria selvatica. È un fiore che non nasce dal seme trasportato dal vento o dagli uccelli e neppure dalle formiche o dagli insetti. È un fiore ornamentale che cresce da un piccolo bulbo: una fresia doppia, rigogliosa e profumata. Mia madre le adorava, le coltivava tra il prezzemolo, la salvia splendente e le calle bianche. Quando era in pena per qualcosa finiva di lavare i piatti, riordinava in fretta la cucina e andava fuori,  a “frugare i fiori”, diceva.

E quando tornava dentro aveva già riacquistato il suo solito sorriso e il comportamento umile nel servire mio padre, burbero e poco espansivo.

Vorrei recidere quella fresia per offrirla a lei, nel piccolo vaso di ceramica accanto alla sua foto, in cimitero. Ovunque sia quel suo spirito che subito si rallegrava quando stava in mezzo ai fiori.

Sono combattuta. Sento che lo strappo di quello stelo sarebbe un gesto sbagliato, un po’ cruento, non vorrei spezzare la grazia di quella piantina, danneggiandola. Annuso il fiore, mi nutro della sua bellezza che fa brillare il mio sguardo e mi allontano.

Chiudo il cancello, mentre cade un altro pezzo di legno marcio, e inforco la bici per tornare a casa. Pedalando adagio arrivo di nuovo fino al ponte, ammirando il paesaggio. Le piogge abbondanti di questo inverno hanno rinverdito i campi incolti e dato ristoro agli agrumeti. Gli aranci sono pieni di zagare. Mi piacerebbe sentire il loro profumo ma lo sterco delle pecore al pascolo è più forte. E mi fa sorridere il pensiero che passa di colpo dalla poesia dei fiori alla prosa del letame. Ma come diceva l’amato Faber “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”.

Nella lunga discesa mi lascio andare giù, con i capelli al vento, il sole ancora mite sulla faccia e qualche granulo di felicità che comincia a sciogliersi in bocca.

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Discussioni

  1. Mi è rimasto addosso quel passaggio dal “vorrei” grande (mondo, oceani, canyon) al gesto piccolo e vero: la bici, il mastello, il podere, le mani nella terra. È lì che il testo si accende davvero, perché non fai la predica sulla resilienza: la mostri. E la fresia è un colpo dolcissimo: non la stacchi, la annusi e basta. In quel “non strappo” c’è tutto l’amore per tua madre, ma anche il rispetto per la vita che continua. Il finale con il letame e De André chiude benissimo: ti lascia con quella felicità minima, concreta, che non nega il dolore ma gli fa spazio senza farsi schiacciare.

  2. Hai quel meraviglioso dono incantato di trascinarmi in luoghi magici che riaccendono mille profumi, centinaia di suoni, decine di migliaia di colori, nella memoria infantile e tra i neuroni ormai arrugginiti ed impolverati di un cervello decisamente sciocco. Mi ritrovo in un campo dorato di frumento fortemente punteggiato di papaveri scarlatti, mi arrampico su un albero carico di gelsi bianchi con la bocca piena di quelle dolcissime more. Mi riparo sotto le fronde di un castagno di duemila e passa anni e le tue immagini si sovrappongono alle mie facendomi sorridere per il piacere che le tue parole sprizzano da ogni singola lettera. Ciao Emme! ❤️ Era da tanto che non ti scrivevo un commento, spero di venir perdonato per la mia assenza ingiustificata.

    1. Ciao Emi, oggi é stato un giorno particolare, con alcune gradite sorprese che hanno messo le ali al mio spirito un po’ abbacchiato. Grazie anche a te che trovi sempre le parole giuste per rallegrarmi e lasciarmi la speranza che continuare a scrivere può avere ancora un senso.
      Un abbraccio.

  3. Quando abbiamo la fortuna di aver costruito un ‘qualcosa’ con l’autore di un testo, ossia di avere con esso un rapporto che va oltre la scrittura, allora, quest’ultima assume un valore particolare e preziosissimo. Essa diventa un vetro attraverso il quale noi vediamo e altro non possiamo fare che ritenerci dei privilegiati.
    Ti ho davvero vista su quella bicicletta e ho immaginato i tuoi genitori di cui tanto ci hai parlato, anche attraverso i tuoi racconti, ma non solo. E ho sentito, in un certo senso, cosa provi sdraiata su quel letto o quando invochi l’amore vero.
    Tutti quei ‘vorrei’ rischiano di ferire, ma non se inseriti in una cornice di gioia. Non se gridati al cielo con gli occhi di una bambina che ride (così spesso ti immagino e così ti vorrò trovare).
    Grazie per questo momento che mi hai regalato. Un abbraccio.

    1. Grazie ancora, Cristiana. 🙏 Inforcare una bici, muoversi, reagire, non lasciarsi sopraffare dal malumore o dal malamore, é anche un invito ad andare avanti, a superare i momenti di crisi con ciò che la natura ci offre, senza grosse pretese.
      É qualcosa in cui credo e sperimento spesso, traendone beneficio.
      Se poi ci sono ancora sogni in cui credere, nuovi obiettivi e incontri con persone che sentiamo come anime affini, la vita diventa davvero un dono meraviglioso.
      A presto.💝

  4. Le immagini sono così vivide e suggestive che mi hanno trasportato in un mondo di sensazioni e profumi.
    Un modo di scrivere quasi musicale, con un ritmo che si adatta alle emozioni e ai pensieri che la protagonista sta vivendo.
    Ho percepito un invito a rallentare e a prestare attenzione alle piccole cose, a trovare la bellezza nel mondo naturale e a coltivare la propria anima.

    1. “Ho percepito un invito a rallentare e a prestare attenzione alle piccole cose, a trovare la bellezza nel mondo naturale e a coltivare la propria anima.”
      Grazie Corrado, per ever colto ed evidenziato questo messaggio. 🙏

  5. Piaciuta tanto, M.Luisa, questa meditazione visiva. Sono venuto con te a fare una sbirciata in questi luoghi dell’anima, restituiti molto bene dalla tua scrittura asciutta ma partecipata.
    Infonde pace e serenità.
    Grazie della condivisione.

    «Vorrei, vorrei, vorrei, ma i tanti doveri quotidiani e i pochi averi mi tengono ferma nel recinto di pochi chilometri.», quanti così. Quanti.

    1. Grazie Simone 🙏 Dopo tanto tempo ho deciso di mettermi di nuovo in gioco, tra voi cari amici autori di Open, con un po’ di paura, per questa scrittura senza filtri, mettendo a nudo una parte di me, semplice e vera.

  6. La pagina di un diario che racconta di mete lontane e di “scorci” raggiungibili.
    I sentimenti e i ricordi sono descritti con estremo realismo che inevitabilmente risultano chiari e vividi negli occhi di chi legge… almeno nei miei 🙂

    “Gli aranci sono pieni di zagare. Mi piacerebbe sentire il loro profumo ma lo sterco delle pecore al pascolo è più forte. E mi fa sorridere il pensiero che passa di colpo dalla poesia dei fiori alla prosa del letame.”
    clap clap clap (sono io che batto le mani)

    un saluto
    P.

    1. Ciao Pasquale, grazie 🙏 Un racconto più reale e vero di quanto possa sembrare; potrei dirti il giorno esatto e l’ ora in cui presi nota dei pensieri e dei fatti che ho descritto. Ho sentito l’ esigenza di pubblicare il testo (dopo mesi in cui non sono stata in grado di scrivere nulla), nella speranza di lanciare un messaggio positivo, e per assaporare meglio, io stessa, quei granuli.