
Ho capito
Serie: Urbex
- Episodio 1: Esplorazione
- Episodio 2: Ho capito
- Episodio 3: LUCY
STAGIONE 1
«Conosce questo posto alla perfezione» disse Giacomo. «Non può accaderle nulla.»
«Forse è entrata in una delle stanze qui o negli altri corridoi.» Senza aspettare risposta Sarà iniziò a chiamarla e ad aprire le altre porte.
Le stanze erano tutte uguali, a parte i colori della tinteggiatura delle pareti, dove questi erano ancora visibili. La prima e la terza porta dei due lati di ogni corridoio rivelarono ambienti illuminati da un’alta finestra centrale. La seconda porta, invece, si apriva su stanze buie.
«Mi viene la pelle d’oca solo a immaginare di poter essere ospite in una stanza come questa», aggiunse. «Non voglio neppure pensare a cosa è accaduto qui dentro.»
«Questa porta è chiusa!» urlò Filippo che era andato a controllare in un altro corridoio.
Virginia iniziò a bussare. «Lucy?» chiamò. «Sei qui?»
«Aspettate… Silenzio!» ordinò Giacomo.
Al di là della porta si udiva un pianto sommesso.
«Lucy! Sei lì dentro?» Sara iniziò a colpire con forza la porta con i pugni. Provò a ruotare la maniglia che sulle prime non cedette. Come era accaduto prima, la porta si aprì senza difficoltà dopo qualche tentativo.
Sara accese la sua torcia ed entrò.
Lucy era seduta a terra. Le sue gambe erano coperte dal tessuto di una vestaglia che si allargava a terra. Le maniche erano troppo lunghe e le coprivano le mani. Le sue braccia erano raccolte al petto e lei stava fissando due macchie rosso scuro che si allargavano all’altezza dei polsi.
«Guarda!» disse rivolgendosi a Sara che era corsa subito da lei. Distese le braccia per mostrare i polsi. Gocce insistenti cadevano a terra dalle maniche impregnate.
«Lucy!» urlò Sara. «Che cazzo fai! Cosa hai fatto? Perché?»
«Guarda!» ripetè Lucy. «Tu puoi vedere, anche Giacomo. Gli altri non ancora… non sono pronti… manca poco.»
Giacomo entrò nella stanza e si avvicinò a Lucy. Si inginocchiò accanto a lei e le accarezzò i capelli. «Perché?» le domandò con un filo di voce.
«La stanza… sopra» disse Lucy. «Venite con me.»
La torcia si spense.
«Ho capito…» mormorò Sara. «Anche tu, vero Giacomo? L’hai visto anche tu…»
«Io non ho capito nulla, ragazzi», intervenne Filippo entrando e accendendo la sua torcia. «Cosa fate lì a terra?»
«Dov’è Lucy? Non era qui con voi?» domandò Virginia.
Sara e Giacomo si alzarono. «Venite con noi» dissero. «Dobbiamo esplorare gli altri piani. Non ci resta molto tempo.»
«Abbiamo almeno 6 ore prima del tramonto» commentò Filippo. «Mi spiegate perché tutta questa fretta?»
«Ragazzi… prima di tutto dobbiamo trovare Lucy, poi penseremo alle fotografie.»
«Non preoccuparti, Virginia. Non si tratta delle fotografie» la tranquillizzò Sara. «Lucy non è lontana. Era qui con noi. Adesso vuole che la seguiamo, deve farci vedere qualcosa di sopra.»
La scala che portava al piano superiore non aveva la stessa imponenza di quella che saliva dall’atrio al primo piano. Quella parte dell’edificio era divisa in ambienti di dimensioni varie, alcuni dei quali erano ancora arredati come laboratori, altri come sale mediche, altri ancora come camere da letto, probabilmente adibite al personale.
«Come puoi essere sicuro che sia salita qui?» domandò Filippo.
«Ci siamo» disse Giacomo come se Filippo non avesse neppure parlato. «Lucy è dentro» continuò indicando una porta.
Era uno degli studi medici che, come tutto il resto, aveva conosciuto tempi migliori. Alle pareti erano ancora appese stampe raffiguranti il corpo umano e altri cartelli con informazioni varie. Al centro della stanza, un lettino di un colore indefinito metteva in mostra due staffe metalliche all’altezza delle ginocchia di un’invisibile paziente.
«Cazzo…» esclamò Virginia. «Se volete prenderci per il culo sappiate che io non sono dell’umore giusto» continuò rivolta a Sara.
Entrarono nella piccola stanza e si guardarono intorno.
«Io penso che dovremmo trovare Lucy e andarcene…» iniziò Filippo. La voce gli morì in gola. Fissò in lettino al centro della stanza smettendo di respirare.
Il materassino logoro aveva iniziato a deformarsi, come se una mano lo stesse premendo dall’alto. Un abbozzo di figura umana comparve sul lettino, indefinita, come se la si stesse osservando al di là di un vetro smerigliato. L’impronta sul materassino adesso era più evidente. Filippo vide le gambe appoggiate alle due staffe. Urlò. Si voltò cercando la presenza degli altri e si accorse di essere solo. Si voltò nuovamente verso la figura distesa sul lettino che adesso aveva il viso girato verso di lui. Era impossibile distogliere lo sguardo dai suoi occhi. Era terrore quello che si leggeva tra le sue lacrime, terrore puro.
«Lucy, Dio santo!»
Le sue gambe cedettero; Filippo cadde in ginocchio e si guardò le mani. Le strinse a pugno fino a farle sbiancare, come se stringesse forte qualcosa che la sua mente adesso vedeva in modo chiaro. Pensò alle redini di un cavallo imbizzarrito. Dalle sue dita iniziò a zampillare sangue. Non ho paura: la paura è figlia dell’ignoto, pensò.
«Non posso più avere paura» disse ad alta voce. «Adesso la mia mente è libera, adesso vedo».
Chiuse gli occhi per qualche istante e immediatamente sentì intorno a sé la presenza dei suoi amici. Guardò i loro visi. Giacomo e Sara erano sereni. Lucy era di fianco a loro. Virginia era rimasta sulla porta e guardava verso il lettino con l’espressione di chi volesse fare mille domande.
«Vieni, Virginia. Ritorniamo nell’atrio» disse prendendola per mano.
Scesero lungo le scale fino al piano terra. Il portone di ingresso era aperto, ma dall’esterno non entrava alcuna luce.
«Quanto siamo stati qui?» domandò Virginia. «Perché è già notte?»
«Non è notte, Virgi» rispose Sara. «È solo un attimo.»
Fece cenno agli altri di seguirli fuori. Attraverseranno l’uscio e si ritrovarono nella luce monocroma della giornata uggiosa che si erano lasciati alle spalle quando erano entrati all’interno della casa.
«Dov’è la macchina?» domandò Virginia volgendo velocemente lo sguardo sul piazzale.
Filippo l’abbracciò. «Laggiù» disse indicando un punto lontano.
Ci fu un lungo attimo di silenzio.
«Perché mi state facendo questo?» domandò ancora. Intanto le risposte iniziavano a farsi strada nella sua mente.
«Chi sei tu? CHI SEI?» urlò rivolta a Lucy.
«Guarda…» Lucy le mostrò i polsi. Dai tagli profondi e oscenamente slabbrati il sangue fluiva libero e inarrestabile.
«Guarda…» disse indicando gli altri. «Sono qui per voi. Sono qui per aiutarvi.»
Il silenzio questa volta durò più a lungo. Virginia spostò lo sguardo da Lucy verso coloro che erano stati i suoi amici. Poi lo portò su sé stessa. Su ciò che restava di lei.
«Lucy, sei bellissima, solo troppo pallida» disse. «Noi, invece…»
«È solo un attimo» disse Lucy, «solo una fugace visione di ciò che ti tiene ancora legata a questa realtà.»
Virginia la guardò, poi chiuse gli occhi, abbassò il viso e annui lentamente.
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- Episodio 3: LUCY
Ne sono uscito un po’ confuso lo ammetto, è evidente che la tua intenzione fosse lasciare al lettore molto spazio di manovra per immaginare.. diciamo ciò che accadde, ciò che è accaduto e ciò che accadrà?? In effetti passato presente e futuro si amalgamano piuttosto bene qui. Complimenti davvero, un racconto dal sapore molto gotico e “fantasmeggiante” (quanto mi piace inventare parole)
Grazie Gabriele.
Mentre scriviamo siamo immersi nelle nostre immagini, nei nostri personaggi, nei luoghi ed è difficile trasmettere agli altri ciò che abbiamo in mente. Così spesso mi chiedo: ma come sarà interpretato quello che sto scrivendo? Errori di gioventù (non dal punto di vista anagrafico…)
“Non ho paura: la paura è figlia dell’ignoto, pensò.”
Il buon Howard che fa capolino
Bravo Antonio. Un finale degno della tua miniserie, quasi ‘sfumato’ e dai colori confusi. Mi piace come lasci al lettore il giusto spazio per immaginare per sé ciò che desidera. Interessante l’atmosfera che sei riuscito a far correre lungo tutti gli episodi e particolarmente riusciti i dialoghi che svelano attraverso gli occhi dei protagonisti, non dell’autore, e, per questo, anche attraverso i nostri.
Ciao Cristiana. Grazie per il tuo commento. Ammetto di essere amante dei finali… “cosa accadrà dopo”?
Quindi mi perdoni per aver “mentito” sul numero di episodi?
A presto!
Sai, sono assolutamente amante io stessa dei finali aperti che uso quasi sempre a conclusione dei miei racconti e apprezzo quando li ritrovo negli scritti di altri autori. Quindi sì, perdonatissimo!
Ok, mi hai ufficialmente spaventata!
E’ quel termine, “ufficialmente”, che mi intriga…
Ciao Melania. Grazie per la lettura!