Ho cinquant’anni ma non li dimostro.
DRIIIN!
Il campanello della porta di casa mi fa resuscitare da un sonno senza sogni.
Mi sveglio che sono sul divano.
Che strano, sarà dai tempi dell’università che non mi addormento sul divano.
Il che equivale ad almeno trent’anni tondi tondi: che sorprese ti riserva la vecchiaia…
Con una rapida manata rimuovo il rivolo di saliva asciutta che mi ricopre un lato della guancia.
Non sento l’attrito della mia barba, ma – ancora intontito dal sonno – non ci faccio caso più di tanto.
La casa, immersa nella penombra, è vuota.
DRIIIN!
Ancora il campanello…
Nicoletta, mia moglie, deve essere uscita per fare la spesa, e ha dimenticato le chiavi a casa.
Ti dimentichi le cosine, ti sei fatta vecchia pure te, eh cara?
Un momento, ma questo non è il mio divano!
E poi casa mia??
La percezione che si mette sempre più a fuoco mi fa rabbrividire.
Questo cazzo di divano è quello della casa di quando ero ragazzo!!
Mi drizzo in piedi come un vampiro dalla bara e mi guardo intorno col fiatone.
Il salotto è quello progettato dal geometra Ciampi.
Cristo lo so, mia madre ci fece una testa così perché voleva un salotto per ricevere gli amici a giocare al bridge e se lo era fatto progettare all’uopo, spendendo una fraccata di soldi e facendo venire un mezzo esaurimento a papà.
Non è possibile.
DRIIIN!
Corro dal salotto alla porta di casa. Anche quella è la porta di casa dei miei.
La apro.
I fotorecettori vengono sovraccaricati dal sole.
La vista mi si sbianca, i contorni svaniscono e il mondo diventa un’unica macchia di luce incandescente.
Da fuori odo una voce che fa:
«Ohhh, ce l’hai fatta, delinquentello. Dai, ripigliati che gli altri ci stanno aspettando.»
Mentre lotto con gli occhi inumiditi dallo stress luminoso, replico: «Nicoletta? Ma che voce c’hai?»
Dall’altra parte sento un attimo di silenzio perplesso. «Scusa, Bullo, chi è Nicoletta? Ma quanto hai bevuto ieri sera?»
Mi silenzio, strusciandomi gli occhi.
Quella voce mi è familiare.
Troppo.
Purtroppo la vista si rimette a fuoco e finalmente vedo quello che non avrei mai osato immaginare.
Il mio amico Puccio, seduto sul cofano della sua Alfa 33, vestito col giacchetto di camoscio che portava all’epoca, le braccia incrociate, mi osserva sornione.
«Ga-Gabriele?!»
«Buonasera.»
«Ma buonasera cosa?? Tu-tu sei sei… giovane!»
Puccio ridacchia facendo finta di assecondarmi in quello che lui crede ancora essere un gioco.
«Bullo, anche tu sei giovane. O per lo meno così ci definisce la società a vent’anni: giovani.»
All’improvviso, mi rifletto nello specchio vicino alla porta.
Non ho la barba, i capelli non sono più argentati ma d’un nero profondo e impiastrati di gel, ho almeno trenta chili in meno, e posseggo nuovamente la mia faccia da cazzo immortalata nella foto del libretto universitario.
A quel punto emetto un ululato.
E dopo svengo con gli occhi a croce.
Quando riprendo i sensi sono sul sedile del passeggero di una macchina in movimento.
Alla cui guida c’è Puccio.
«Oh, rieccoti finalmente. Tranquillo le chiavi di casa tua le ho prese io.»
«D-dove stiamo andando?» borbotto massaggiandomi la testa.
«Come dove? È una settimana che ne discutiamo col gruppo. Non te lo ricordi? Siamo di scena in Versilia.»
Guardo Puccio passare serenamente dalla seconda marcia alla quinta.
«Hai cinquant’anni, ma non hai ancora imparato a guidare…» ridacchio.
Puccio mi lancia un’occhiata risentita.
«Cinquant’anni ce li avrai te. E comunque guidi peggio di me.»
Smetto di ridere. «Puccio, ma io HO cinquanta anni. E anche tu, teppista, appena compiuti.»
Puccio non mi bada, sta superando a duecento KM/h un camion con una targa degli anni Novanta.
«Piuttosto, speriamo che in discoteca non vogliano la giacca. Altrimenti non ci fanno entrare. E poi Massimo chi lo sente…»
A quel punto realizzo.
Puccio mi sta portando in una discoteca della Versilia, dove abbiamo trascorso una infinita sequela di weekend da debosciati, per tutto il periodo universitario, e oltre.
(Prima che quelle sante delle nostre donne ci salvassero da una vita segnata dalla cirrosi epatica, e dalla dissociazione psichica).
Facendo finta di sentirmi male, lo costringo a fermarsi al primo autogrill.
«Gabri, mi devi ascoltare sul serio. C’è qualcosa che non va.»
Puccio alza gli occhi al cielo, mimando un immaginario incontro di boxe, con un jab e un overhand a seguire.
Ma io continuo a parlare.
Gli spiego che ieri sono tornato dal lavoro stanco morto.
Che mi sono addormentato sul divano perché sono un adulto di cinquant’anni.
Che mi sono risvegliato da giovane, come se ci fosse stato un paradosso nello spazio/tempo.
E che trovo molto ma molto assurdo che noi due adesso giriamo indisturbati nei corpi di due post adolescenti.
Ma non c’è niente da fare, il giovane Puccio sa che amo fare scherzi, e che ho una fantasia che spesso invade la realtà.
Mi osserva con aria ironica, sperando che io rinsavisca e mi abbandoni a una ulteriore nottata di bisbocce e delirio.
Ma quando inizio a raccontargli del futuro, con dovizia di particolari, dicendo cosa succederà si mostra seriamente incuriosito, seppure cavalcando l’incredulità.
«Quindi fammi capire. Secondo te in che periodo storico dovremmo essere?» obietta.
«Il 28 marzo del 2026,» replico osservando una nigeriana che monta su una Twingo targata KR, e guidata da un vecchio laido.
A quel punto Puccio abbandona ogni comprensione.
« E invece, caro Bullo, dovrai fartene una ragione. Perché oggi è il 28 marzo, ok, ma del 1996!»
Puccio ingrana la marcia riportando la sua Alfa 33 sulla carreggiata.
«Il 2026? Ahah, come scazzi, amico mio! Su, ora stai buono e goditi il viaggio.»
Mi accascio sul sedile, mentre l’autoradio sputa fuori “Don’t Look Back in Anger” degli Oasis.
La canticchio, guardando le mie mani sul cruscotto: la pelle è tesa, elastica, priva di macchioline senili.
Un brivido mi percorre la schiena.
Se è davvero il 1996, ho trent’anni di vantaggi, rimpianti e segreti chiusi in testa.
Posso salvare mio padre, investire in Amazon, o forse solo evitare di perdere Nicoletta.
«Puccio,» sussurro guardando la macchia mediterranea che corre fuori dai finestrini, «fermati alla prossima cabina telefonica. Devo chiamare una persona che non è ancora mia moglie.»
Una volta arrivati in discoteca, ritrovo tutti gli amici della comitiva del tempo.
Fa una certa impressione rivederli con gli occhi da adulto.
Eppure sono tutti là.
Massimo, Alberto, Damiano…
Ancora giovani, pieni di speranze, e non ancora scalfiti dalla vita.
Per un attimo penso ai vantaggi di quella situazione.
Poi mi avvicino al bancone del bar, e ordino il killer delle serate: l’Invisibile.
E allora…che 1996 sia!
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ti fa ridere e poi ti stringe qualcosa dentro, tutto insieme. Bullo che si guarda le mani giovani sul cruscotto e pensa a suo padre, a Nicoletta, ad Amazon — è quel miscuglio di leggerezza e vertigine che solo chi ha vissuto trent’anni può sentire. E la chiusa con l’Invisibile è perfetta: non sceglie di aggiustare il passato, sceglie di goderselo. Viene voglia di brindare con lui.
La tua scrittura così fluida e le tue storie, sempre piene di brio, non deludono nai.
Grazie M. Luisa, sei molto gentile. Grazie a te per la lettura.