I Cattivi

Mentre i miei uomini rastrellavano la banda di caporali sotto gli sguardi pieni d’odio degli abitanti del paese, notai un bambino che mi osservava con un’espressione indefinita.

«È il figlio di una delle vittime?» domandai al mio vice.

«No, capo, ci risulta che sia di uno degli arrestati»

«Ah!» mi limitai a dire. Ecco perché quel bambino mi fissava. D’altronde, perché non avrebbe dovuto? Io feci qualcosa di simile, molti e molti anni fa, in un luogo come questo, in un contesto come questo.

Quel giorno ero in bottega con mamma. Era tutto tranquillo, me lo ricordo bene, nulla lasciava presagire che la sequela monotona che andava avanti da sempre e per sempre in paese potesse cambiare: alba, tramonto e, in mezzo, il duro lavoro, soprattutto per i poveracci nei campi.

All’improvviso i fili colorati della tenda all’ingresso si smossero come in preda ad un uragano e per un attimo osservai divertito un arcobaleno anomalo. Subito dopo entrarono nel negozio tre tipi loschi con gli occhi coperti da grandi cappelli e gli abiti impolverati e cenciosi.

«Chi sono, mamma?»

«Tu stai zitto! Mettiti sotto al bancone e fatti gli affari tuoi!» mi rispose tutta agitata e in tono perentorio, per cui feci finta di obbedire.

Il bancone era perfetto per nascondermi e continuare ad osservare i nuovi arrivati, sollevandomi sulle punte e sbirciando tra i posacenere e le zuccheriere.

I tre tipi loschi si dissero qualcosa solo con gli sguardi. I due più robusti ordinarono a mamma del pane e formaggio, dopodichè uscirono; il terzo, uno smilzo che pareva un angelo caduto nel fango col suo vestito che un tempo doveva essere stato bianco, sprofondò sulla sedia. «Riso e fagioli, signora!» ordinò con voce squillante e un ampio sorriso negli occhi, nonostante fosse chiaramente esausto.

Mamma sbuffò, ma subito si diede da fare al fornelletto che era sulla parete dietro al bancone. Ogni tanto la vedevo girarsi di scatto, come chi non si fida a dare le spalle.

A quel punto entrarono degli avventori più familiari: zia Viola, zia Bice e nonno Turiddu. Non che fossero nostri parenti, ma in paese gli adulti erano zii o nonni di tutti.

«Hai sentito, Mariella?» disse zia Viola a mamma. «È da ieri che ci sono in giro tipi dalle facce brutte. Fanno domande, portano via la brava gente…»

Mamma in tutta risposta indicò con la testa verso l’Angelo sporco, mentre gli portava il cibo. Zia Viola capì e si ammutì immediatamente.

Zia Bice, invece, non si fece scrupoli e rincarò la dose. «Hanno arrestato don Gennaro, Pino Trappino, Gino Pennarossa e chissà quanti altri!», disse rivolta prima a mamma che stava tornando al bancone, poi anche allo smilzo dall’aria indifferente. «Bravi cristiani che hanno dato lavoro alla gente, che hanno dato da mangiare a tanta gente e li ringraziano così!»

Anche nonno Turiddu intervenne con la sua voce rauca che potei capire a malapena. «Che disgrazia, Mariella, che disgrazia! Questi diavoli venuti a dirci quello che dobbiamo fare, che vergogna, che schifo!» e anche lui, pur parlando con mamma, guardava in tono di sfida l’Angelo sporco, che dal canto suo si limitava a sorridere agli adulti che lo fissavano.

«Ma quanti sono?», chiese mamma.

Nonno Turiddu si voltò verso di lei. «Boh, chi dice una decina, chi un centinaio. Sempre pochi, perché noi brava gente del paese siamo di più! Prenderemo i fucili e li cacceremo, questi fetenti!»

A quelle parole minacciose, tornai a guardare lo smilzo. Sembrava sordo a tutto; pensava solo a mangiare con voracità la sua padella di riso e fagioli. Mi chiesi quand’era stata l’ultima volta che avesse mangiato o che avesse visto un pezzo di sapone. 

Lo osservavo al sicuro del mio riparo, o così credevo, finchè lui non alzò gli occhi all’improvviso su di me e mi sorrise, con tanto di occhiolino, dopodichè passò un pezzo di pane sul fondo della padella per pulirla del tutto. Si alzò, buttò delle monete sul tavolo e, come se niente fosse, uscì.

A quel punto zia Bice e zia Carmela si fecero ampi segni della croce, mentre nonno Turiddu si grattava nelle parti basse e sputava per terra. «Fetente, schifoso, tu e i tuoi compari!»

Mamma invece tornò a ricordarsi di me. «Disgraziato, che fai? Non guardare, torna sotto al bancone, non sia mai che quello rientra! Sotto al bancone, forza!»

Ma io uscii dal mio riparo e dalla vetrata del negozio continuai a guardare quello che fecero lo smilzo e i suoi compagni in paese, le famiglie che rovinarono, gli indegni che liberarono. O almeno così commentavano mamma e gli altri adulti.

Un brutto giorno quegli stranieri se ne andarono e pian piano in paese le cose tornarono come prima e, allo stesso tempo, cambiarono…

Dal canto mio non ho più smesso di guardare quello che succedeva intorno a me, non sono rimasto nascosto sotto al bancone e ora vado anche io a rovinare le vite della brava gente nei tanti, troppi paesi dove lo sfruttamento viene chiamato lavoro. In breve, sono passato anche io dalla parte dei fetenti e dei cattivi.

«Capo, qui abbiamo finito, ce ne andiamo?» mi disse il mio vice, riportandomi alla realtà contingente.

Notai che la massa dei bravi cittadini che ci disprezzava si era diradata, ma il bambino era ancora lì che mi fissava con aria enigmatica.

«Come lo convinciamo che siamo noi i buoni della storia?»

«Ah, boh, capo. Cosa ti ha convinto, quando eri bambino tu?»

Ci pensai un attimo. Possible che fosse stato solo il carisma dello smilzo?

Nel dubbio, sorrisi con tanto di occhiolino al bambino, che a quel punto se ne andò verso l’assistente sociale che lo attendeva lì vicino.

«L’hai convinto, capo?»

«Non lo so. Da bambino, mamma mi ordinava di nascondermi sotto il bancone del negozio quando succedeva qualcosa di brutto; ma io lì sotto mi portavo anche i libri e studiavo, ecco cosa mi ha convinto da che parte stare nella vita. Spero che quel bambino…” iniziai con un tono sia speranzoso che amareggiato, ma non riuscii a terminare la frase. Dopodichè, ce ne andammo. 

In paese le cose tornarono come prima e, allo stesso tempo, cambiarono…

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