I Giorni della Salamandra

Da noi, l’estate comincia sempre allo stesso modo.

Gli Anziani si radunano in gran segreto.

Tufir è stato il primo a sospettare che non ci tenessero poi tanto, a tenerci all’oscuro.

“Non vi siete accorti che lasciano sempre degli spiragli, sotto la tenda?”

Da allora abbiamo cominciato a farci caso. Tufir ha ragione.

“Lo fanno per farci venire la curiosità.”

Sembrava che ci avesse riflettuto parecchio, prima di parlarne.

Per questo Tufir è il capo.

Lui ha sempre delle idee – dove noialtri non vediamo che rovi, e pietre per giocare.

Questi sono i Giorni della Salamandra, i giorni del caldo torrido, quando l’erba è così secca che s’incendia da sola.

È dalla Grande Epidemia che non ci sono più incendiari. Prima, a quanto dicono gli Anziani, non passava estate senza che dessero fuoco a un pezzo di bosco. Lo facevano per i soldi.

Hanno smesso quando gli Anziani hanno cominciato ad impalarli. Probabilmente hanno pensato che il rischio fosse diventato troppo alto.

“Vigliacchi” ha commentato Tufir. Eravamo tutti d’accordo con lui.

A me sarebbe piaciuto dargli fuoco. Un bel contrappasso, o no?

Tufir ha sogghignato, sprezzante. “See, bravo Naudir! Così scatenavi un bell’incendio anche te!”

“Basta stare sottovento…”

“Sei un berùt, un coglioncello. Non si scherza col fuoco, lo sai!”

Tufir è mio fratello grande. Io gli voglio molto bene, anche se non è sempre facile.

Mi ha sempre difeso, eh, questo sì. Non permette a nessuno di trattarmi male. Pensavo che fosse perché mi vuole bene quanto gliene voglio io; ma una volta gliel’ho domandato.

“Sarebbe come se prendessero in giro me.”

Non ho detto niente, però in quel momento ho capito che non mi ama nello stesso modo in cui io amo lui.

Per Tufir, credo, esiste solo Tufir.

É naturale, perché lui è un capo, mentre io sono solo quell’altro. Me, se mi perdono, non tornano mica indietro a cercarmi.

“Smettila di frignare come una femmina! Vedi di diventare qualcosa di cui si senta la mancanza, piuttosto!”

I Giorni della Salamandra, quando la lucertola cambia stato – dalla terra al fuoco.

Ci sono cose che accadono, in questo tempo. Cose potenti. Cose che fanno paura.

Non lo dico a voce alta, ci sto parecchio attento. Pensano già tutti che io sia un berùt, meglio non dargli anche l’idea che sono un vigliacco. Essere berùt è anche una cosa che fa tenerezza, in un certo senso; le femmine ci ridono sopra.

Invece, un vigliacco non lo sopporta nessuno. Io sono stato bravissimo a non far capire che lo sono. Faccio sempre per primo le cose più pericolose, appena mi vengono in mente, senza riflettere; e, se anche non sono il primo, di certo non sono mai l’ultimo.

A volte sono proprio cose stupide, come schacciarsi l’accendino rovente contro il braccio fino a far formare la vescica. Tutti distolgono il viso, fanno uhh, ahhh, ma come fai… Il segreto però è semplice: per tutto il tempo che dura, io sono da un’altra parte – la mia anima, insomma; e, dopo, è già niente più che il ricordo di un dolore.

È anche per questo che alcuni dicono che sono berùt.

Però, quando c’ è da fare qualcosa che fa paura, è sempre da me, che vengono.

Sì, sono stato bravo.

Che sono un vigliacco, lo so proprio soltanto io.

Nei Giorni della Salamandra, aumenta il rischio che gli Dei se la prendano con noi per qualche motivo. Certo, ci stiamo sempre molto attenti. Da quando ci hanno puniti con la Grande Epidemia del 2020, abbiamo rituali precisi – sacrifici di animali, e altro – per pacificarli, perché rimangano nostri amici.

Ma quando il caldo è così torrido l’Epidemia si ripresenta. Piccoli casi isolati, di solito basta tenerli separati dagli altri e la cosa finisce da sola. Non mi ricordo che sia mai morto qualcuno – e ormai sono passati quasi duecento anni dalla Grande Epidemia.

Ma nei Giorni della Salamandra bisogna essere sicuri di fare le cose per bene, perché gli Dei sono inquieti. Bisogna inventarsi qualcosa di speciale.

È una cosa che fa un po’ paura, l’ho già detto. Devo stare sempre molto attento che nessuno si accorga che mi tremano le gambe.

Meno male che la gente di solito è troppo impegnata a stare in ansia per badare a un berùt come me.

Non mi guardano neanche, mentre scivolo in giro, da una tenda all’altra.

Quest’anno, gli altri mi hanno chiesto di fare una cosa. L’hanno chiesto a me, per via che sono il più coraggioso.

Mi ha fatto piacere, perché vuol dire che proprio non sospettano di me.

Quando m’infilo sotto il bordo della tenda, il cuore mi batte così forte che è praticamente impossibile che non lo sentano.

Cerco di confondermi con le ombre sul fondo. Presto il mio battito si calma, le orecchie si aprono alle voci degli Anziani, intorno al fuoco.

“Non è troppo giovane, secondo voi?”

“Più è giovane e sano, più è gradito agli dei!”

“Se è troppo giovane, la comunità potrebbe ribellarsi…”

“No. Sanno che è meglio che perisca uno solo, piuttosto che il contagio ci colpisca tutti…”

La voce si abbassa. Per sentire, devo sporgermi leggermente in avanti.

“Ho raccolto sussurri, Bashtàr. Dicono che non c’è più vero pericolo, che da moltissimo tempo la Febbre non porta via nessuno…”

La voce di Bashtàr, il più autorevole di tutti, scoppia in una bassa risata vibrante.

“La prossima volta, Muftìr, chiedi loro come pensano che siamo riusciti ad ottenerlo, questo.”

Silenzio.

“Siamo tutti d’accordo?”

Un mormorio, poi la voce di Muftìr:

“Sì, Bashtàr. All’alba, nel Rito del Fuoco, sacrificheremo il ragazzo Tufir.”

Merda.

No, no, no, no!

“Tufiiiirrr!!”

Ho corso come un disperato, se con le mie grida non ho svegliato mezzo villaggio è solo perché la gente era già tutta sveglia, fuori dalle tende a prendere quel po’ di vento fresco che scende dalle colline, nelle sere d’estate.

Mi mancava il fiato, non riuscivo a pensare.

Non possono.

In verità, potevano. Cosa avrei potuto dire, per impedirlo?

È mio fratello.

Ragazzino, mi avrebbero risposto, sei proprio berùt. Tutti sono fratelli di qualcuno, o figli, o padri.

“Tufiiirrr!”

“Cosa urli, berùt?”

Mi fermo di fronte a lui con una scivolata nella sabbia. La mia espressione dice tutto quello che il mio respiro affannoso ancora trattiene dietro le labbra.

Tufir mi afferra per un braccio e mi trascina da parte.

Non parla, aspettando che mi torni la voce.

“Sei stato prescelto.”

Scrolla appena le spalle. Ha un’espressione sicura, un sorriso di irraggiungibile trionfo.

“Lo sapevo! Sono il migliore!”

Sono paralizzato dallo sconcerto e dall’orrore.

Lo scrollo per un braccio. Non è abituato a questi modi. Mi respinge con una spinta, quasi mi fa ruzzolare via.

Resto in piedi per miracolo. Non mi arrendo.

“Sei completamente matto! Vogliono ucciderti!”

Credo sia la mia espressione a fargli intuire che queste parole sono di quelle che si trasformano in fatti ben precisi.

Sangue, urla, dolore.

L’abbiamo visto tutti, un Sacrificio. Lo sappiamo bene, com’è.

S’impiega un giorno intero a ripulire, dopo.

Ora che sono sicuro di aver catturato la sua attenzione, abbasso la voce.

“Te ne devi andare.”

Scuote la testa con forza. È spaventato, ma sa bene qual è il suo dovere.

“Non si ruba un’offerta agli Dei, Naudir. Se…”

Le parole gli vengono meno. Scuote la testa, fa come se avesse detto tutto.

“…allora l’Epidemia si abbatterà di nuovo su di noi!”

D’improvviso, so benissimo cosa devo fare.

È il motivo per cui gli Dei ci hanno fatti così come siamo, intuisco vagamente.

Lui, un capo, qualcosa che appartiene al futuro.

Io, quello coraggioso, ma irrevocabilmente berùt.

E non è forse vero, anche, che il suo amore e il mio non sono mai stati lo stesso tipo di amore?

“Devi scappare subito, fratello, prima che vengano a cercarti. Non temere: il Sacrificio si farà.”

Davanti agli Anziani, la mia voce non trema.

“Non sono Tufir. Non sono il migliore. Non sono quello che si muove meglio nel buio, né il combattente più abile. Non sono il più saggio…”

“Berùt!” Dalla gente assiepata si leva un sussurro.

Le donne hanno capito. Le donne mi guardano di nuovo con tenerezza. Sono certo che ci sono lacrime, in quegli occhi abbassati.

“Tutti però sapete che sono il più coraggioso!”

Un nuovo bisbiglio, questa volta dal gruppo dei più giovani.

“… Naudir non ha mai paura…”

Bashtàr si alza in piedi.

“Sia come vuoi tu. Vieni, andiamo.”

Sì, andiamo, Naudir. Sei proprio bravo: neanche un tremito.

Non è così difficile. Sono qui, però non ci sono – non davvero.

Dopo, sarà soltanto il ricordo del dolore.

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Discussioni

  1. “Dopo, sarà soltanto il ricordo del dolore.”
    Questa frase che compare due volte all’interno del racconto racchiude l’essenza dell’essere bambini che dura meno del tempo di un respiro e poi si diventa grandi. Hai pensato e scritto un racconto bellissimo che sembra un romanzo di formazione. Davvero toccante.

  2. “Non è così difficile. Sono qui, però non ci sono – non davvero.Dopo, sarà soltanto il ricordo del dolore.”
    Questa frase, ricorrente, forse proprio nel suo ricorrere perfetto, a chiusura del racconto, mi ha colpito tanto.

    1. grazie 🙂 non ero sicura di avere “intrigato”, a sto giro… era più tipo: siccome piace a me, vi tocca. come il maglioncino al bambino quando la mamma ha freddo XD

  3. Mannaggia a te! Ero partito bene, senza tentennamenti, immaginavo questi bambini, in una sorta di gara di sopravvivenza, di orgoglio e di “chenneso” prove da superare, una sorta d’esame per conquistare il prestigio. Poi arrivano gli anziani, gli dei da tener buoni e calmi e l’amore di Naudir…
    Non trovo neanche il maxi rotolone da cucina per tentare di asciugare le cascate del Niagara! Mannaggia! ♥

  4. “E non è forse vero, anche, che il suo amore e il mio non sono mai stati lo stesso tipo di amore”
    E da lì ho capito che bisognava iniziare a piangere… bello, ben scritto!