I. – La buona notizia

Quand’era piccolo pensava che anche i metalli avessero radici, come le piante. Forse glielo aveva detto qualcuno, forse se lo era immaginato.

Istruendosi negli anni della gioventù, quegl’interessi di inclinazione personale si adeguarono allo sviluppo del suo conoscere; sui leggii si contavano spesso quattro o cinque libri, aperti e chiusi, uno a segnalibro dell’altro e, in fil rouge di proseguimento, si moltiplicavano pergamene a confusione ripiegate in colline e montagne sullo scrittoio.

Nella ragionata conseguenza di tradurre la sapienza in fatti, lasciò la sua stanza sulla torre solitaria per farsi soldato. C’era un senso, pensava intimamente, nel provarsi coi gesti cruenti e colle sofferenze gravi; era -forse- la capacità dell’animo di farsi scrupoloso osservatore dei dolori, che lo faceva ambizioso: anche quella era conoscenza. Per quella prospettiva, andò e soffrì.

Nelle grandi battaglie del suo militare si legò d’affetto con grandi uomini che vide perire di spada; portò via la vita di altrettanti sconosciuti -e ne provò un estremo rammarico.

Ad anni di carriera il suo spirito, provato dalle serie conseguenze di una testimonianza estrema, desiderò una pace lontana dal mondo e del bisticcio dei poteri.

Nel congedo tornò alla sua torre solitaria, e riprese a studiare.

Intorno a quegli anni fece amicizia col fuoco tra i roventi gradi di viscosità dei metalli.

Nel costruire la ricetta filosofale per forgiare la spada dal perfetto equilibrio, non si accorse neppure che il suo nome si era rigirato fra tutti quelli che avevano interessi ad armarsi.

Al picco del gelo invernale gli si presentò un ospite. Diceva di essere un esule, spada al soldo da tutta una vita, disilluso da ogni goduria e vanità. Pagava in commissione una buona lancia di punta fine e asta flessibile e robusta, con evidente veemenza di partire per un viaggio dal quale non sarebbe più tornato indietro.

Nella lung’attesa della forgia, Orazio apprese da questo i moti suoi nascosti:

“C’è un Regno, mastro fabbro. Appartiene al più grande Imperatore del mondo, misericordioso e giusto, nel quale non si ha da patire la fame, la sete e i fastidi del corpo e della mente. È lì che sono diretto”.

“E dove trovasi, questo Reame?”

“In quel tempo, dopo che si erano compiuti tutti i fatti che il mondo antico aveva conosciuto per profezie, il Re annunciò al mondo intero l’apertura del suo Regno; per proclamare la buona notizia, decise di mandare il suo unico Figlio per raccogliere e dividere quanti erano degni d’entrarvi.

I suoi Primi Cavalieri, i quali sin da principio avevano riconosciuto la sua autorità e vi avevano prestato giuramento, raccolsero tutto quel che il Re aveva detto e fatto nella sua missione: questa è la mappa che porta al Regno”.

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