
Onir
Serie: L'abito da sposa
Un tempo la fattoria era stata l’orgoglio di Onir: l’aveva sudata zolla a zolla, strappandola da un terreno a detta di tutti sterile. Nato con le toppe sul sedere, per lui sudare sangue non era mai stato un problema: aveva lavorato prima di vanga, poi portato l’acqua necessaria a nutrire il terreno trasportando secchi più pesanti di lui per mezzo miglio. Aveva scommesso la vita su quel fazzoletto di terra che gli era stato regalato mentre stava facendo la carità: un nobile straniero, per dileggio, lo aveva sfidato a ricavarne qualcosa. In cambio, gliene avrebbe fatto dono.
A quel tempo Onir aveva solo tredici anni, ma conosceva il valore di una promessa. Aveva lasciato la sua famiglia senza alcun tentennamento, mettendosi in viaggio verso nord. Il nobile era rimasto alquanto sorpreso quando si era presentato alla sua corte, ma non si era tirato indietro. Aveva chiesto ad uno dei suoi uomini di condurre Onir al terreno, dove era stato lasciato solo. Per due inverni era vissuto all’addiaccio, protetto da un rifugio di fortuna: aveva reso confortevole la cavità di un immenso albero, grazie alle vecchie coperte che aveva portato con sé. Giorno dopo giorno, le pietre che tappezzavano quei venti acri spazzati dal vento erano scomparse, lasciando posto ad un manto erboso. Era bastato per ottenere il certificato di proprietà, che Onir si era fatto leggere da un vecchio in città, ma non per avere di che sfamarsi.
Onir si era cibato di quanto offriva il boschetto vicino, lavorando dall’alba al tramonto. Per primo aveva costruito il canale per portare l’acqua dal fiumiciattolo a cui aveva attinto inizialmente. Poi erano venuti i campi di grano e una baracca di legno. Si erano susseguiti la piccola casa, i recinti, gli animali da cortile. Il nobile, colpito dalla sua forza di volontà, gli aveva fatto dono di una coppia di mucche e una scrofa gravida.
Aveva impiegato quindici anni per dare forma concreta al suo sogno, per poi realizzarne uno migliore. Al paese, aveva conosciuto una giovane donna all’apparenza irraggiungibile: gentile, onesta, bella. Fra tutti aveva scelto lui: povero, senza alcun fascino, silenzioso. Onir, fuori dal campo, si sentiva a disagio; era stata lei a insegnargli come godere della compagnia della gente. Cosa che, in verità, Onir agognava. Floria gli aveva donato tre splendidi figli. Uno dei maschi, ormai grandicello, si era unito a lui nella conduzione della fattoria aumentandone il valore.
Ora, tutto taceva. I recinti erano vuoti, i campi incolti, i pochi averi riposti nel magazzino in attesa di essere caricati sul carretto che Flick avrebbe trainato conducendoli lontano. Il vecchio Flick, buono nemmeno per la carne da macello, era l’unica bestia rimasta.
I suoi occhi coglievano ogni desolato dettaglio, ma il suo cuore era indifferente. Onir raddrizzò le spalle, preparandosi ad accogliere l’ospite che aveva appena fatto il suo ingresso nel cortile. Un uomo a cavallo, abbigliato di un mantello nero; non riuscì a vederne i tratti del viso, coperto dalla falda del cappuccio. Gli parve di corporatura esile, ma come ben sapeva per esserlo lui stesso non era una caratteristica che escludeva la forza fisica. Per ciò che era stato chiamato a fare, l’Assassino ne avrebbe avuto bisogno.
***
Onir fece accomodare l’Assassino in cucina, indicandogli la sedia migliore di cui disponeva. Aveva venduto gran parte dell’arredo, non rimanevano che dei vecchi mobili spaiati riposti in uno dei magazzini. Prima di sedersi accanto all’ospite fece cenno a Fedor, il figlio maggiore, di portare al piano superiore i fratelli: si era già accordato con lui in tal senso, intendeva tenere segreto ciò che sarebbe accaduto dopo aver rivolto la sua richiesta all’assassino. Aveva detto loro che l’ospite avrebbe risolto la situazione, ma non in che modo.
Una volta soli, Onir si accomodò sull’unica sedia di paglia rimasta.
«Il tuo arrivo mi ha colto di sorpresa, perdonami se non ti ho accolto con la dovuta premura: non ho nulla da offrirti» Onir chinò il capo dispiaciuto, per poi rialzarlo «In verità dubitavo che qualcuno avrebbe risposto al mio appello, ti sono grato per essere qui.» Onir aveva chiesto al figlio di compilare il mandato per lui. Solo poche parole: quelle necessarie. Uccidere moglie, ricompensa vestito da sposa. Per quanto fosse lesto e compito di parola, Onir non aveva mai imparato a scrivere.
Il capo dell’assassino si mosse in un cenno d’assenso. «Confesso che la mia è curiosità. Se non ti dispiace, vorrei che tu mi raccontassi la tua storia.»
La richiesta dell’uomo lasciò Onir senza parole: non aveva pensato di dover perorare la sua causa. Farlo, avrebbe riaperto la cicatrice che attraversava il suo cuore da una parte all’altra. Rimase in silenzio per parecchio tempo, cercando di venire a patti con quanto gli era stato chiesto. L’assassino non diede ad intendere d’avere fretta e questo gli fu di aiuto.
Dunque, considerò Onir, quello che gli stava di fronte era un uomo e non una bestia. Voleva una ragione valida per spegnere una vita. D’altra parte era l’unico ad aver risposto al suo appello. Decise di iniziare dalla cosa più facile: si alzò e si allontanò per prendere l’abito da sposa.
Glielo offrì perché potesse ammirarne la bellezza. Quando le mani guantate dell’assassino sfiorarono i ricchi merletti con cui era decorato, con estremo rispetto e grazia, Onir sentì di avere di fronte la persona giusta: l’assassino avrebbe avuto la stessa cura per la sua storia.
«Questo è l’abito con cui mia moglie è giunta all’altare. È stata lei a confezionarlo e ad eseguire i ricami: era una ricamatrice esperta, lavorava per una bottega che accoglie fra i suoi clienti gente altolocata. I suoi ricami erano i migliori, perfino il Nobile Egar ha chiesto di lei per l’abito da sposa di sua nuora.» Sentì sfuggire un sorriso triste: l’orgoglio per la bravura di Floria era ancora forte dentro di lui. «Deve sembrare strano sentire un bifolco parlare come un cittadino: è stata lei ad insegnarmelo. Al principio, quando Floria mi rivolgeva la parola riuscivo a comprendere una parola su dieci: avrei dato la vita per poterle esprimere ciò che provavo e solo le parole giuste potevano permettermi di farlo» tacque d’improvviso. Si diede dello stupido per aver cianciato di cose tanto sciocche.
L’assassino non diede segno di insofferenza. Con sorpresa di Onir, sollevò le mani per abbassare il cappuccio: il volto che apparve era degno di rivaleggiare per bellezza con la luna. Onir non aveva mai avuto occasione di incontrare un elfo.
L’assassino, tornò a sfiorare i pizzi dell’abito che aveva poggiato sulle ginocchia. «Era… cosa le è accaduto? Non è fuggita, no, ne parli con troppo amore.»
Onir, che sostava ancora in piedi davanti all’ospite, si lasciò cadere sulla sedia a peso morto. Non riuscì a trattenere il tremore, allacciando le braccia al petto. Chiuse gli occhi per raccogliere i pensieri e quando li riaprì trovò l’elfo a fissarlo con uno sguardo gentile.
«Prima, devo raccontarti del Chierico» Onir sciolse le braccia, portando le mani sulle ginocchia. «Il suo nome, almeno quello con cui si è presentato, è Exos. È arrivato a Lark circa quattro anni fa ed ha edificato un piccolo tempio dedicato al Dio Esar: un dio minore, che a sua detta protegge dalla morte. Sono iniziate a circolare strane voce su di lui, ma all’inizio non vi ho badato. Alcuni affermavano fosse in grado di resuscitare i defunti.»
«Lei è morta?»
Se l’assassino gli avesse inferto una coltellata, lo avrebbe ferito di meno. Onir annuì, mordendosi le labbra con forza. «Una febbre improvvisa. Il guaritore ha tentato tutto ciò che era in suo potere, ma si è spenta nel giro di due notti. Ero… pazzo per il dolore. Ho venduto tutto quello che possedevo per pagare il tributo richiesto dal Chierico per operare il miracolo. Non potevo… immaginare. Lei ha tentato di uccidere i nostri figli!»
«Il Nobile Egar è informato sulle attività del Chierico?»
Onir abbassò la testa. «Uno dei suoi nipoti è perito per la stessa febbre.»
Il volto dell’assassino parve pensieroso. Onir attese, sperando di non dover dire altro.
Dopo qualche tempo, l’elfo si alzò: piegò la veste da sposa e la ripose sopra la sedia che lo aveva accolto.
«Quanto è tornato, non è tua moglie: lei è dentro di te. Portami dal guscio.»
Guscio. Quella parola, risuonò nella mente di Onir allo stesso modo di un maglio in grado di distruggere l’enorme masso che si era posato sul suo cuore. La sua era stata una giusta decisione.
Serie: L'abito da sposa
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Attacco di grande equilibrio, chiarezza e intensità. Le tue immagini sono cristalline. Tutto si succede e si articola in una dimensione misurata, dove al suo interno vibra e scintilla il fuoco.
Madonna come scrivi bene! Sai evocare ambienti, colori e quant’altro in una maniera tanto semplice quanto efficace! La storia è affascinante, ti si cuce addosso durante la lettura. Corro dunque al prossimo capitolo
Un episodio introduttivo davvero molto coinvolgente e originale.
Sono in ritardo di un mesetto, ma ora passo subito al secondo episodio, così mi rimetto in pari. 😁
Ciao Giuseppe, grazie mille per aver voluto leggere questo racconto: spero che anche il prosieguo ti piaccia.
Ciao ❣️
Non trovo le parole per descrivere quanto mi sia piaciuto questo primo episodio. La presentazione di Onir con i cambiamenti della durante il tempo e poi l’incontro finale sono stati magistrali.
Il finale mi ha lasciata con la voglia di sapere di più quindi passo all’episodio 2 ❣️
Ti ringrazio infinitamente, Lola. Sono contenta di essere riuscita ad farti entrare nel racconto grazie ad Onir, era quello che desideravo.
Wow, ma che bell’inizio, dico davvero. Il buco che hai inserito fra il racconto della storia del nostro protagonista (che introduce senza fretta alla vicenda, nel buon vecchio stile tell, come piace a me) e la “attuale” situazione di quest’ultimo, innalza la curiosità a livelli molto alti. Cosa è accaduto perché ora si ritrovi solo? Questa è la domanda su cui fa leva tutta la parte centrale, per poi venire a scoprire che l’assassino sarà incaricato di uccidere la moglie una seconda volta, con una entrata in scena di una vena fantasy più che gradita. A proposito, il personaggio dell’assassino già lo adoro, soprattutto per quella sua ultima frase: “non è tua moglie, lei è dentro di te. Portami dal guscio”. Seguirò la serie molto volentieri 🙂
Anche a me piace molto il “raccontato”. Attualmente è una tecnica narrativa poco utilizzata, forse per la sensazione di “immobilità” che trasmette: al giorno d’oggi siamo abituati ai tempi dettati dalle serie tv. Una vera è propria guerra alla noia (anche se utilizzerei un termine diverso: non noia, ma capacità di soffermarsi su qualcosa, causa un crescente deficit d’attenzione che colpisce le masse -mi ci metto in mezzo-). Quanto all’assassino, il suo nome è Alo: anni fa ho scritto parecchio su di lui. Proprio in Edizioni Open. In questo momento ho tolto tutto, sto lavorando ad un progetto globale che mi piace chiamare “romanzo decostruito”: è composto in maggior misura da racconti autoconclusivi legati da un filo conduttore.
Ciao Micol, la foto che hai scelto mi ha incantato, il racconto mi ha ammaliato. Una storia che sembra vera, nonostante l’ elfo, credibile e quasi realistica, per l’ accuratezza delle descrizioni che mi hanno permesso di , visualizzare la terra, nei suoi vari mutamenti, e di assistere alla scena dell’incontro nella modesta casa di Onir.
Hai saputo suscitare una forte curiosita` che mi spinge a leggere subito gli episodi successivi.
Ciao Maria Luisa, ti ringrazio di aver dato una chance al mio racconto, nonostante richiami un genere che non appartiene alle tue letture preferite. Sono contenta di essere riuscita a “mostrarti” ogni particolare attraverso lo sguardo ed i pensieri di Onir.
Ciao cara Micol. Due righe solo per farti sapere che sto passando di qua. Con la gioia negli occhi mentre ti leggo, oltre le parole, sempre. Ripasso alla fine del cammino
… Accidenti a quel guscio…
Ti ringrazio infinitamente, Cristiana, so che in questo periodo non ti fermi un attimo (nemmeno per riposare). Spero che il mio racconto non ti abbia messo ansia: prendila così, è Carnevale e gli zombie sono all’ordine del giorno 😀
La parte più complicata di quando leggo i tuoi racconti su questa piattaforma è sempre il momento in cui terminano.
Perché quel rettangolino (come piacevolmente lo definisce @Privodanima ) che sta sotto al testo, assieme al cursore che lampeggia, mi punzecchia sempre come farebbe un diavoletto tentatore appollaiato sulla mia spalla sinistra, cercando di convincermi a digitare qualcosa tanto per giustificare la presenza della tastiera che mi sta sotto le dita.
Mi sussurra all’orecchio:
«Dai, scrivi un commento a sproposito, fai finta di esprimerti in maniera intelligente, vedrai che ci casca.»
Ma per fortuna interviene la sua nemesi sulla spalla destra, serafica a sfiorare l’apatia, che mangiucchiandosi la pellicina ai lati delle unghie mi rammenta tutte le volte:
«Stai buono lì, quale sarebbe il tuo piano? Dire a Freddie Mercury che canta bene?»
Ciao Roberto, tu e @Privodanima avete il potere di farmi svoltare la giornata: domo arigato (oggi ne avevo proprio bisogno). Vi ringrazio per i complimenti sproporzionati, immeritati, che mi fanno volare oltre la barriera del suono e pensare “dai, alla fine me la cavo abbastanza bene. Non mi hanno preso a pesci in faccia”. Quanto allo scrivere dei commenti, qui in piattaforma e in generale, comprendo in pieno il tuo pensiero: sono la mia Kryptonite. Probabilmente perché il mio focus va alla storia, più che alla tecnica, è spesso vengo rapita da quanto è narrato e non vorrei più mettere i piedi per terra. Dire “bello” sarebbe riduttivo, così cerco le parole giuste come il povero Onir: a volte le trovo, a volte no.
“😃 ❤️ 😂 👏”
👏 👏 👏
mmh, non so cosa sia successo 🤔, i miei applausi erano per la definizione “Guscio”
É successo anche a me, almeno un miliardo di volte! 😀
Questa te la correggo pubblicamente: “… c’è sempre qualcosa da imparare: nel (mio) nostro (!) caso, un mondo”
Micol, ti invierò un messaggio in privato. Che nessuno resti “sospeso”: fosse anche solo per un grazie.
A presto.
Qualche piccola sbavatura, ma mi riferisco solo a questo primo episodio, non avendo proseguito nella lettura.
In compenso, la storia appare interessante.
Grazie per essere passato di qui, Robért. Se posso chiedere, cosa intendi per “sbavatura”? Mi interessano le critiche, c’è sempre qualcosa da imparare: nel mio caso un mondo
Già dal primo episodio si sente l’atmosfera oscura ed inquietante.
Il tuo stile non perdona.
Mi aspetta un’altra notte difficile.
Mi auguro di cuore che nessun elfo venga a tormentare il tuo sonno…
Ciao Micol, colgo l’occasione della notifica che mi è arrivata riguardo questa nuova serie per tornare a commentare. Ho letto diversi tuoi racconti e li ho sempre molto apprezzati trovandoli di altissima qualità . Questo primo capitolo però l’ho trovato un po’ al di sotto del tuo livello, c’è tantissimo raccontato e per ora fatico a capire in che modo i dettagli della prima parte (che sinceramente ho divorato con piacere) si leghino con la seconda parte. Immagino saranno dettagli importanti per i prossimi capitoli che leggerò quanto prima.
Ciao Marco, la tua obiezione è giustissima. Questo racconto nasce come parte di un progetto molto più ampio, comprendo il senso di insoddisfazione che può generare. Tempo fa ho postato una serie dedicata proprio a questo assassino, racconti autoconclusivi che nel loro insieme permettevano al lettore di farsi un’idea ben precisa. Anche lo stile narrativo, volutamente, è arcaico. Ho in mente una strada ben precisa per il progetto in generale, sono consapevole che potrebbe non incontrare il gusto di molti ma desidero portarlo avanti così come il mio cuore suggerisce. Spero comunque che, con il proseguire nella lettura di questo breve arco narrativo, tutto possa avere un senso compiuto. Fammi sapere, ci tengo
Io, non dirò niente. Me ne starò qui dentro il rettangolino del commento, con le braccia conserte, aspettando che tu mi rivolga un semplice sguardo interrogativo con sottintese le dolci parole:
– Che minchia vuoi? –
Ed io risponderò con un tono serio, ma balbettante:
– Nien-niente. Volevo solo, cioè dai… hai capito no? –
– No.-
– Troppo tutto! Io… Ah! Mi sono commosso! Mannaggia! – Dicendo ciò, mi giro, faccio per andar via, ma inciampo e batto una tempia sull’angolo arrotondato del limite blu del comm…
Spero solo di non aver rovinato tutta la poesia dell’incontro con Onir con il proseguo del racconto… Diciamo che l’assassino, di cui in passato ho scritto parecchio qui su Edizioni Open, ha un lato affatto gentile che manifesta una volta faccia a faccia con chi ritiene un “mostro” peggiore di lui. Presenta diversi caratteri che lo rendono un sadico psicopatico: credo che la diagnosi, oggi giorno, sarebbe quella.