I passi del Gatto Nero…
Serie: La prepotenza dell'Essere
- Episodio 1: Il tesoro nei consigli
- Episodio 2: I passi del Gatto Nero…
- Episodio 3: Ricordi
STAGIONE 1
Alla bottega del paese non c’era molta fila, due chiacchiere con gli anziani e ci era scappato anche un sorriso. Stefania si occupava della gestione della cucina e aiutava nel centro per i bisognosi che il Don aveva aperto da poco. Si era incamminata sotto la pioggerella fine che ogni tanto gradiva, le piaceva il rumore della pioggia sull’asfalto e l’odore del bosco bagnato; diceva sempre che la faceva distrarre.
Si era seduta al grande tavolo di legno in canonica e sfogliava il giornale; notizie di cronaca locale di giornalisti che lei conosceva bene. Un tuono forte e la pioggerella si era trasformata in temporale. La lettura era stata interrotta da due forti colpi al portone ma quando aveva aperto, da lontano una figura bassa, mingherlina avvolta in un mantello nero fuggiva in un vicolo.
<< Aspetta! Chi sei? >>
Aveva urlato ormai troppo tardi. Quella figura si era già allontanata. Aveva abbandonato sullo zerbino un cofanetto, robusto, in legno di noce con rifiniture in oro e non era chiuso con nessuna chiave o nessun lucchetto. Stefania era rimasta terrorizzata e non aveva mai alzato lo sguardo dal piatto, aveva pranzato in silenzio e quando lo aveva raccontato al Don, lui aveva fatto spallucce.
<< Apriamolo insieme!>>
Aveva detto il parroco mentre sorseggiava il caffè bollente in un bicchierino di vetro senza nessun tipo di preoccupazione.
Il clac della molla, un leggero cigolio. L’interno era imbottito in seta rossa, c’era una busta bianca chiusa in ceralacca e un nastro in seta viola.
Un tuono forte, uno sbalzo di tensione e la luce era andata via per pochi secondi.
Una lettera scritta a macchina, carta pregiata ingiallita dal tempo senza firma e uno spartito musicale.
” Non servono armi. Gioca con la nostra paura e si fa forte di questo. Siamo suoi prigionieri da anni. Hai superato le prove e sei stata eletta per combattere. Tu avrai vendetta. Noi Avremo vendetta per i nostri cari. Ricorda il nastro viola al polso destro. Suonerai un violino di ciliegio. Attenzione. I peli di gatto nero attirano la preda. Tutto ha un tempo: il momento giusto dovrai scoprirlo tu.”
Quando il Don aveva finito di leggere, Stefania era crollata in un forte pianto nervoso, un pianto che la costringeva ad accettare il compito.
Vendetta per Andrea.
Libertà per il paese.
La pioggia continuava a cadere incessante e non dava tregua. Guardava dalla finestra il vecchio borgo bagnato dalla tempesta abbandonato a se stesso. Nessuno l’avrebbe mai più fermata.
Quella casa e il teatro abbandonato. La piazza deserta. La foto. L’Essere.
Alla porta aveva aperto una donna alta, molto robusta dai capelli biondi raccolti e aveva dei vistosi peli neri sopra le labbra, indossava un grembiule blu a fantasia floreale.
<< Il professore è nel suo studio e ti sta aspettando! >>
Aveva esordito la domestica con un gran sorriso sulle labbra. Aveva guardato Stefania dalla testa ai piedi, la conosceva solo di vista, quelle conoscenze che di solito si fanno alla bottega o dal parrucchiere. Un lungo corridoio illuminato da una luce fioca dove i passi riecheggiavano sul pavimento in legno e Stefania sbirciava la vecchia carta da parati color nocciola.
Il professore era seduto alla sua grande scrivania mentre sfogliava un libro in latino, le librerie erano colme e alcuni libri erano appoggiati uno sopra l’altro per terra e sul grande tappeto persiano.
<< Ciao Stefania. >>
Il professore aveva compiuto novantadue anni il mese prima, con l’età era diventato abitudinario, tutte le mattine dopo la colazione in veranda faceva brevi passeggiate nel parco fino all’ora di pranzo e passava pomeriggi interi nel suo studio a leggere.
<< Non sarà sicuramente un compito facile giovanotta! >> aveva detto guardando Stefania dietro ai suoi grandi occhiali da vista.
Aveva riconosciuto il tipo di carta, se non c’era la firma, lui aveva capito chi forse aveva scritto la lettera.
<< Archivio del comune. Anno 1963. Agosto. Non posso dirti altro! >>
Aveva sussurrato il professore.
Stefania lo seguiva con lo sguardo mentre andava verso la finestra appoggiato al suo bastone. Il suo stato d’animo era cambiato. In silenzio guardava dalla finestra la verde vallata e il Duomo bagnato dalla pioggia che batteva ancora senza sosta.
Non era molto. Ma meglio che nulla. Mentre si recava in comune pensava ad Andrea e a quella notte di terrore di cinque anni prima. Nel comodino c’era ancora il suo diario, la foto, la vecchia reflex e i vecchi appunti che da quel giorno non aveva più avuto il coraggio di leggere.
<< Ciao, ma voglio che tu sappia che tra mezz’ora chiudo! >> Era un uomo grosso, basso dai capelli riccioli e la ricrescita della barba di almeno tre giorni, la camicia sporca di sugo e il doppio mento.
Aveva indicato a Stefania l’archivio e non si era nemmeno preoccupato di alzarsi. Quel tipo non lo aveva mai visto prima, di solito al bancone c’era una donna molto gentile e sempre sorridente. Di quella donna se ne erano perse le tracce da qualche giorno e le solite voci di paese, mormoravano una fuga, un amante segreto. Il solito amante, la solita scusa. Era vietato parlare dell’Essere.
L’anno 1963 era negli ultimi scaffali in fondo al lugubre e buio corridoio con le pareti ammuffite. Stefania si era seduta per terra e aveva aperto un faldone a caso che parlava delle attività folkloristiche e di volontariato che un tempo si svolgevano nel borgo. C’erano foto, verbali di assemblee ed elenchi.
Le attività della parrocchia, articoli di giornale che parlavano delle sagre e della festa scozzese. Molte famiglie erano partite dal paese per emigrare in Scozia dove poi si erano stabiliti, un legame che aveva portato al gemellaggio con città oltremanica.
In una cartellina verde c’era la storia della vecchia banda musicale, era numerosa e conosciuta in varie parti d’Italia, il responsabile era un certo Dante e quei documenti erano sulla stessa carta filigranata della lettera che aveva ricevuto.
Era rimasta colpita da una foto in bianco e nero sbiadita dal tempo, due ragazzi si guardavano negli occhi, lui aveva un sax e lei un violino, dietro c’era scritto Emilio e Enrica.
Un rumore, un portapenne caduto a terra, uno scossone e Stefania si era alzata di scatto. Un gatto nero era fuggito da una finestrella aperta.
Il portiere del comune si grattava la testa davanti alla macchinetta del caffè che faceva dei rumori disgustosi.
<< Era ora! >> aveva borbottato sottovoce.
<< Grazie è stato molto gentile, arrivederci!>> Stefania lo aveva salutato a voce alta e si era allontanata a passo svelto. Sotto al braccio aveva nascosto una cartellina. Era quasi sicura che a quel tipo non gliene fregava niente ma pensava che era meglio non correre il rischio di farsi beccare.
La pioggia non si era calmata, rientrata in canonica bagnata fradicia mentre sfogliava il contenuto della cartellina beveva un caffè bollente e si era anche accesa una sigaretta seppur l’ultima l’aveva fumata al liceo.
Emilio, Enrica, Dante. Una foto di gruppo, in bianco e nero. Tutti messi in posa in una giornata di festa nella piazza del teatro ognuno con il suo strumento.
Un vicolo stretto, una leggera salita, un gatto nero che fissava Stefania era fuggito verso il vialone alberato. Sulla porta dell’osteria c’era il cuoco che durante una pausa osservava la pioggia e fumava un sigaro. La moglie era intenta a lavare delle tazzine al banco del bar mentre in un angolo della sala vuota, la vecchia signora come tutti i giorni lavorava all’uncinetto. Non alzava lo sguardo nonostante si era accorta di essere osservata.
<< Dante era suo marito!>>
Aveva interrotto il silenzio Stefania con voce tremante. Il suo indice era puntato verso una vecchia fotografia attaccata dietro alla cassa.
<< Ciao giovanotta! Piano piano vedo che ci stai arrivando. Continua per quella strada che sei vicina alla soluzione! >>
La vecchia aveva risposto con tono deciso ma continuava a lavorare, con lo sguardo basso senza prestare troppa attenzione alla ragazza in lacrime davanti a lei. Una lacrima solcava il suo viso rugoso, sapeva che l’anima di Dante era prigioniera dell’Essere in quella cantina.
In paese non avevano più notizie di Emilio da un bel po’ di anni. La vecchia dell’osteria aveva escluso che era una vittima dell’Essere e ne era più che convinta. La storia era diversa per Enrica, scomparsa una notte d’estate del 1972, giovane, bella e innamorata di Emilio. Lavorava in paese nella bottega di famiglia e avevano in programma di sposarsi l’estate successiva. Lui dopo gli studi era diventato il responsabile del teatro, drammaturgo, attore e suonava il sax per passione. Lei il violino lo suonava fin da piccola, una tradizione di famiglia come la sua bis nonna, sua nonna, sua mamma.
La pioggia aveva smesso per dare spazio al buio della sera. I freddi vicoli di pietra e lo stesso gatto nero cercava del cibo. Stefania lo aveva chiamato ma lui era fuggito. Non era ancora il momento.
Serie: La prepotenza dell'Essere
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- Episodio 2: I passi del Gatto Nero…
- Episodio 3: Ricordi
Ho ripreso ora la serie, rileggendo anche il primo episodio. Ritrovo anche qui le atmosfere del paese e i suoi segreti, finalmente Stefania ha preso in mano le redini del suo “destino”(?) ed è pronta a sciogliere la maledizione che ha privato molte famiglie dei loro cari. Particolarmente bello il richiamo delle anime prigioniere.
La pioggia, il gatto nero, alla ricerca di co-relazioni indietro nel tempo, sta prendendo i connotati di un giallo. L’Essere…non so perché ma ho la sensazione che sia umano. Vediamo…i personaggi restano interessanti, disegnati e messi lì con caratteristiche particolari, ben costruiti.
Grazie Bettina… mi fa molto piacere quello che hai scritto. Grazie.
… chi lo sa…cosa può diventare l’Essere? 🙂