I Siciliani

Serie: I ragazzi della via Polli


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Bianca e i suoi amici più cari, con le loro bici, sono andati alla fattoria dei nonni, nel luogo in cui nascondersi in mezzo alla piantagione di fieno diventa un gioco divertente e indimenticabile.

Ogni benedetta domenica mattina i bambini del paese andavano in chiesa per assistere alla messa delle dieci; soprattutto quelli che dovevano fare la prima Comunione o la Cresima. Don Soddu era un prete severo, non perdonava. Dopo tre assenze, niente più ostia consacrata. Finita la funzione, per molti di loro, la tappa successiva, molto più allettante delle ostie, era il bar delle Siciliane.

I numerosi abitanti di Dexilongu che provenivano dalla Sicilia erano noti a tutti senza un nome. La bottega piccola era sa butteghedda de sa Siciliana; la bottega più grande era sa buttega manna de sa Siciliana; la rivendita di granaglie, mangimi, sementi e vasi per fiori, era su consortziu de su Sicilianu. La bancarella di frutta e verdura, oltre la piazza della chiesa parrocchiale, dove spesso c’era un ragazzino, era su banchittu de su Sicilianeddu. Le serre, l’orto e l’ agrumeto vicino al ponte romano, erano l’azienda dei Siciliani. E così pure il locale delle sorelle La Gaetana, in via Parrocchia, era il bar delle Siciliane. I loro nomi e cognomi venivano omessi o ignorati come se vi fosse un po’ di ostilità e un pizzico di invidia tra i piccoli commercianti e agricoltori locali e quelli venuti da fuori, che spesso riuscivano a batterli nella concorrenza e nelle loro capacità imprenditoriali. L’unica eccezione era il pescivendolo, che regalava spesso una manciata di bianchetti ai clienti abituali con pochi soldi. «Bai da quel Russo a comprare le sarde», diceva Benedetta a sua figlia, per indicarle quel venditore siciliano del pesce.

La domenica mattina, nel bar delle sorelle La Gaetana, in via Parrocchia, anche Bianca ogni tanto faceva la fila insieme agli altri bambini, per accompagnare Nina, la sua amica. Solo qualche rara volta anche lei aveva in tasca la sua monetina da cinque lire per comprarsi una caramella, oppure cinque giuggiole.

Una di quelle mattine, sola e sconsolata, se ne tornava a casa con la testa china, senza aver ricevuto, da sua madre, neanche una lira. Nel tragitto dal bar a vico Polli primo, sul ciglio dello stradone, aveva trovato una monetina un po’ più grande di quel soldo che le veniva concesso a ogni soffio di vento buono della dea fortuna. Da un lato aveva il simbolo dell’aratro, dall’altro le due spighe di grano e il dieci, come cifra del suo valore.

Di corsa, con il cuore che le batteva forte, Bianca era tornata indietro, verso il bar delle Siciliane. La fila era lunga, perciò aveva dovuto aspettare. Una delle due sorelle serviva ai tavolini, dove i clienti giocavano a carte e svuotavano i bicchieri del vino, a ritmo continuo, di buon mattino. L’altra sorella, invece, doveva gestire il bancone, la cassa e l’altro banco più piccolo, riservato ai bambini.

Bianca guardava la vetrina in estasi. Era indecisa tra un mini cono gelato, in cialda e meringa di zucchero, o cinque mentine sfuse. Infine aveva scelto le stringhe nere di liquirizia. Strada facendo le aveva succhiate a lungo e poi masticate; felice come se stesse vivendo un sogno, nel fantastico mondo del bengodi. Una delle sue fantasie pomeridiane, quando la madre le imponeva di mettersi a letto. Non riusciva a dormire: per sopportare quella condizione quasi immobile, di riposo forzato, la sua mente volava. A volte si inventava storie che erano la continuazione dei telefilm visti nel televisore della signora Rina, quando la invitavano a vedere la tv dei ragazzi, in estate, fino all’ora del Carosello. Quell’intermezzo pubblicitario sollecitava ancora di più il suo palato e immaginava di avere una bottega grande come quella della Siciliana, in via Platani, piena di biscotti Doria, caramelle di tutti i tipi, grossi barattoli di cremalba, cingomme lunghe al gusto di fragola e un distributore di palline colorate da masticare.

Le mani, mentre mangiava la liquirizia, erano diventate appiccicose e annerite da quella sostanza dolce e gommosa, che si era sciolta con il calore delle dita. Senza pensarci le aveva strusciate sui fianchi del vestito nuovo, comprato apposta per la domenica. Aveva ripetuto quel gesto più volte. Quando era arrivata a casa sua madre la stava aspettando fuori, vicino al cancello. L’aveva fulminata con lo sguardo. Suo padre era uno che la domenica voleva pranzare presto, a mezzogiorno in punto, con la benedizione del Papa, pur non avendo varcato il portale della chiesa dal giorno del battesimo di sua figlia. Subito dopo Benedetta l’aveva aggredita con la voce; infine l’aveva spinta malamente in camera sua, a togliersi il vestito nuovo e candido che era diventato a chiazze bianche e nere.

A pranzo, quella domenica, come per miracolo, c’era anche il dolce: un gateau di zucchero e mandorle che aveva portato la zia Luigina. Il dessert sulla tavola era un evento eccezionale. Mai visti, fino a quel giorno, neanche per Natale o Pasqua, sia il panettone che la colomba; a parte i piccioni fuori, nel cortile. A Pasqua c’erano le pardule fatte in casa, quando i soldi per comprare ricotta, zafferano e farina, erano sufficienti. A Natale un pezzo di ciambellone, alto e soffice, della zia Luigina, insieme alla cassetta di mandarini. Bianca aveva adocchiato il piatto coperto e, sbirciando sotto il tovagliolo, aveva sentito subito l’acquolina in bocca. La minestra del brodo di gallina le era andata giù come un’amara medicina, per poter assaggiare subito quel croccante dessert. Le anguille arrosto non le piacevano, perciò quel secondo – riservato a qualche raro giorno di festa – l’ aveva rifiutato. E mentre allungava le mani per prendere il piatto che l’attirava, senza aspettare che i suoi genitori finissero di consumare quei brutti pesci rinsecchiti dal fuoco che parevano bisce, sua madre l’aveva fulminata con lo sguardo. La misura era colma: per punizione niente dolce. Poco dopo Benedetta l’aveva mandata in cortile a riempire il secchio con l’acqua del pozzo. Le aveva raccomandato di strofinare bene quel vestito nuovo della domenica con il sapone, per togliere i segni lasciati dalle mani sporche di liquirizia.

L’acqua del pozzo non era sempre limpida e pura; qualche volta, con il secchio veniva pescata anche un po’ di melma verde. Bianca, di malavoglia, aveva strofinato la stoffa senza curarsi di togliere quelle impurità che si erano sciolte, rendendo verdastra l’acqua del secchio. Il risultato di quel lavaggio era stato peggio dello sporco iniziale. Quando Benedetta aveva visto il vestito grigio-verde steso sul filo, aveva iniziato a sbraitare, con lo spiedo in mano che avevano usato per arrostire le anguille.

«Chi ti cabit unu lampu; Gesù Cristu m’intzurpidi; chi t’afferru ti stampu.»(Che ti colpisca un fulmine; Gesù Cristo mi accechi; se ti prendo ti infilzo.)

La mattina successiva, prima di raggiungere la scuola, era dovuta andare, di corsa, fino al  negozio della Siciliana, dalla parte opposta del paese, l’unica che vendesse il Baby Bianco, per ridare un po’ di candore al suo vestito nuovo. «I picciuli ce l’ hai?» le aveva chiesto la Siciliana. «No. Ha detto mamma di segnare nel libretto.»

Serie: I ragazzi della via Polli


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Discussioni

  1. L’importanza del cibo in una comunità del genere, qualcosa di indescrivibile. Il sogno di lei con le 10 lire, il disgusto per l’anguilla o il desiderio di quel dolce visto raramente sulla tavola… poiché spesso non bastavano neanche i soldi per tutti gli ingredienti. O l’invidia per i commercianti non sardi, insomma…tutto così clean e reale, che ti ci immergi manco fosse Is Arutas

    1. La nostra isola ha un mare e un’entroterra che, a tratti, é di una bellezza incantevole. Dalle rocce di Palau allo scoglio di Peppino. Il cibo tipico della nostra cucina tradizionale é decisamente saporito e sfizioso. In passato, sulle tavole di tante famiglie, il cibo scarseggiava; soprattutto la carne e i dolci, riservati, tutt’al piú, ai giorni di festa.
      Ora non é piú cosí, eppure dicono che la longevità delle zone blu, della Sardegna in generale e dell’Ogliastra in particolare, difficilmente sarà ripetibile. Dovremmo porci delle domande.
      Grazie Loris, a presto.

      1. Certo che quel tipo di Blue Zone non esisterà più, è a dir poco chiaro. La salute dei nostri centenari è un qualcosa costruito non solo con il tempo, ma con le abitudini. Siano esse alimentari o fisiche intese di moto corporeo, queste hanno creato una robustezza ( e non solo ) degna di nota. Persino nel dna successivo, nonostante tanto si possa tramandare, non è facile trovare più quei geni “di una volta”. Le città si espandono, portando i limiti dell’uomo ad esser sempre più superati sia positivamente che negativamente, infatti le malattie giovanili rispetto ad altri tempi sono altissimi. Eppure i centenari il segreto c’è l hanno, la forza di vivere quella vita ormai non c’è più. Lontani da tante cose, immersi nella natura, lavorare la terra, gli animali, insomma…tu mi capisci senz’altro

        1. Ti capisco, Loris, ti capisco e condivido. Tra l’altro sono figlia di un quasi centenario. Ormai manca poco piú di un mese al suo compimento di un secolo.

  2. “Senza pensarci le aveva strusciate sui fianchi del vestito nuovo, comprato apposta per la domenica.”
    Mi è uscita un’esclamazione di stupore (misto a panico) nel leggere questa frase. Ho pensato: “stavolta si prende una bastonata”. Forse Bianca avrebbe preferito la bastonata a rimanere senza dolce… e la mamma lo sa e sceglie la punizione che fa più male. Anche perché rovinare un vestito, della domenica per di più, rasentava un crimine… ancora oggi esiste il detto “Meglio farti un vestito che invirtarti a cena”.

    1. Ciao ShanLan, le botte potrebbero esserci, la tua sensazione era abbastanza vicina al vero ma d’ora in poi cercherò di ridurre al minimo le punizioni corporali, altrimenti dopo “la tv del dolore” strappalacrime, di certi programmi, rischierei di impietosire anch’io con questi racconti che sarebbe meglio se facessero soprattutto ridere o sorridere.
      Grazie ShanLan, grazie di cuore.😘

    1. Grazie Roberto, gentile come sempre e sempre gradita la tua attenzione e il tempo dedicato ai miei piccoli racconti; nonostante tu sia un autore prolifico, che ha saputo conquistare molti lettori. Autori/lettori che commentano positivamente le tue storie e hanno piacere di leggere le tue risposte.

  3. I tuoi racconti sono intrisi di realismo e perché no? Anche nostalgici. Non so però se una rigida educazione familiare possa formare persone eccessivamente oneste.

    1. Il realismo mi piace, mi aiuta a tenere i piedi per terra, avendo un’indole da sognatrice. La nostalgia, se a tratti, puó affiorare, non é dominante. Meglio qui e ora, anche se alcuni ricordi possono essere piacevoli. Il discorso della rigiditâ o flessibilità educativa é troppo complesso per poterlo affrontare in poche righe. Se uno crede nel karma o nelle memorie genetjche ereditate attraverso il DNA, forse direbbe che non é sufficiente neanche un’educazione perfettamente equilibrata, per garantire una crescita sana dal punto di vista morale e psicologico. Senza considerare il fattore ambientale esterno alla famiglia, che credo sia secondario, ma, indubbiamente, influisce.
      Grazie Giuseppe e scusa se mi sono dilungata. Il tuo commento era stimolante.

  4. Questo episodio è stato particolarmente divertente, perché credo che molti di noi abbiano potuto riconoscersi facilmente in Bianca. Per fortuna, non ho avuto una madre come Benedetta né un padre come il suo, però molte volte anch’io saltavo le portate o ne mangiavo rapidamente una per arrivare al dolce della domenica, che, il più delle volte, era la crostata fatta da mia madre.

    1. Erri de Luca pare abbia dichiarato: “Cerco nei libri anche solo una frase scritta per me. (…) Ogni lettore pretende che in un libro ci sia scritto qualcosa su di lui”.
      In realtâ credo che tutti o la maggior parte di noi scriva per assecondare i suoi bisogni, desideri e sogni; quindi per noi stessi. Quando una o piú frasi coincidono anche con i ricordi o i dubbi o le speranze o le idee di chi legge, si crea una combinazione positiva, un punto di incontro tra autore e lettore.
      Scrivere cercando di soddisfare i gusti di un gran numero di lettori, (come succede spesso in politica, con l’uso dei sondaggi), senza sentire quel che si dice, con cuore, mente e spirito, puó essere percepito e poco efficace.
      Tra la mia generazione e la tua credo ci sia un lasso di tempo in cui molte cose sono cambiate, migliorate o peggiorate. Altre, abbastanza recenti – in generale – sono conquiste importanti che, come certe armi, bisognerebbe maneggiare con cura.
      I dolci, di solito, soprattutto quelli fatti casa, dalle nostre madri o zie, riesce a mettere tutti d’accordo.
      Grazie Giuseppe.

    1. Ciao Cristiana, meno male. Non vorrei deprimervi. Nella vita e soprattutto in questo periodo, tra cronaca nera e guerre varie, c’é ben poco da stare allegri. Non vorrei contribuire ad aumentare la pesantezza di tante situazioni che abbiamo intorno nella vita reale.
      Forse dovrei alleggerire ulteriormente il tono della narrazione.
      Grazie Cristiana, un abbraccio.

    1. A mezzogiorno c’era e forse c’é ancora, la messa del Papa, trasmessa in tv. Chi era credente si convinceva di poter beneficiare della benedizione del cibo nell’ora del pasto. Per qualcun altro era solo una battuta.

  5. “I loro nomi e cognomi venivano omessi o ignorati “
    Mi hai fatta morire con tutti quegli esercizi commerciali di proprietà dei Siciliani (con la lettera maiuscola) e soprattutto la bancarella del piccolo Siciliano. Noi abbiamo il ‘Bar delle Rosse’ che, detta così, fa volare l’immaginazione 😂

    1. Ero molto indecisa se usare la lettera s minuscola o la S maiuscola, caduta in disuso in casi come questo, di appartenenza a popolazione attuale. Essendo il modo di indicare le persone in sostituzione del cognome, ho preferito lasciare la S maiuscola.
      Ancora adesso, peró, non sono del tutto convinta.

  6. Io ho la fortuna di avere dei genitori che non hanno mai creduto nelle punizioni, di qualsiasi natura… Fisiche, psicologiche o quelle dolorosissime frecciatine che vengono lanciate solo per ferire a distanza.
    Mia madre ha la prontezza di dire tutto in faccia spietatamente e schiettamente. Mio padre ha la saggezza delle quattro parole dette al momento giusto con il tono corretto e con il potere di farmi capire dove avevo sbagliato ed il perché avevo sbagliato. Non so se il loro metodo abbia funzionato, io mi considero uno sciocco allegro, incapace di dire di no… Ma so che i valori che mi piacciono e in cui credo sono scolpiti nel granito del mio cuore, tipo tatuaggi in bassorilievo.
    Bianca dovrà riuscire a convertire le sue sensazioni negative in qualcosa di costruttivo e di positivo, ma solitamente serve una guida in grado di indirizzare e guidare questo genere di emozioni… Comunque rimango sempre avvinghiato alle tue parole e a quelle emozioni che riesci a trasmettermi grazie alle immagini che crei con le tue descrizioni ♥… Ma dalle mie parti mi sa che non abbiamo mai avuto una comunità sarda o almeno non evidenziata e circoscritta come quella che hai delineato tu. Mannaggia!

    1. Ciao Emiliano, ti “confido” una cosa personale: ho avuto una seconda madre che mi coccolava e mi viziava un po’. Lei non puniva, ed era fin troppo permissiva. Per tanti anni ho avuto anche lei, accanto, e quando é andata a vivere in un altro paese, io ogni estate, correvo da lei, per lunghi periodi di tempo.
      Questa donna era mia nonna una persona affettuosa e generosa. Spero di aver preso qualcosa di buono da lei.
      Grazie Emiliano, ti sento – a distanza – come una bella persona. Il merito, in parte, come tu dici, ë dovuto anche ai tuoi genitori.
      Un abbraccio.

  7. Che stretta al cuore Maria Luisa. Sei riuscita a trasmettere il dolore di Bianca, il senso di ingiustizia, in poche e semplici scene, ma essenziali. Che cosa orribile le punizioni, soprattutto quando non servono a nulla, se non a continuare questa crudele e inutile tradizione. (E sto parlando anche delle punizioni che non ci dici, quelle inferte, a suo tempo, alla piccola Benedetta. Cosa ha imparato? Nulla. Se non a puntarle “contro” sua figlia. E così purtroppo vanno a pezzi i rapporti).
    Mi ha stupita e commossa l’atteggiamento di Bianca. Nel leggere del dolce negato ho provato tantissima rabbia. In Bianca invece non ce n’è traccia. Incassa la punizione, lava il vestito, torna nel negozio senza soldi per le caramelle, il tutto con una sorta di rassegnata accettazione. Come non ci fosse altra scelta, e quello semplicemente fosse il suo dovere.

    1. Ciao Dea, grazie di cuore, anche perché il tuo commento mi ha fatto tanto riflettere. Pensavo di suscitare soprattutto sorrisi, come spero di solito, quando scrivo questi brevi racconti. Pensavo che ironizzando e minimizzando su certi metodi educativi, molto discutibili e molto diffusi, dalle mie parti negli anni di cui parlo, ci fosse anche qualche aspetto buffo che evitasse di trasmettesse tristezza. Non dico che certi metodi “educativi” non lasciassero il segno; anzi, per superare le ferite interiori provocate, bisognava poi, crescendo, elaborare e acquistare la consapevolezza che certi genitori non avevano gli strumenti necessari per fare di meglio, essendo reduci da situazioni e danni morali ben peggiori. La guerra, la miseria dilagante del dopoguerra, non aver potuto andare a scuola, ma essere srati costretti a lavorare fin da bambini, sfruttati e maltrattati.
      Il mio intento con questa serie I ragazzi della via Polli, era di ricordare soprattutto i momenti piú belli espensierati dell’ infanzia in quel contesto. Poi, si sa, la scaletta salta e la tastiera segue un’altra strada, pilotata, forse, da qualcosa di inconscio che ancora scalpita per venire fuori.
      Un abbraccio.

  8. Grazie Francesca, le tue parole sono confortanti. A volte mi sorge il dubbio che Bianca non abbia avuto figli per paura di sbagliare e di non riuscire a rendere felici i suoi bambini, per le conseguenze di un passato
    dolce-amaro, che ha dovuto trascinarsi dietro come una zavorra. E per andare avanti, piú su e con piú leggerezza, ha dovuto eliminare, col passare del tempo, molti sacchi pesanti, come facevano quelli che volevano viaggiare con la mongolfiera.

      1. Non so se hai letto “Il fuoco che ti porti dentro”, di Antonio Franchini, finalista al Premio Campiello di quest’anno. Parla principalmente di sua madre, in modo nudo e crudo, se non spietato. Ammiro il suo coraggio, oltre alle sue capacità di scrittore. Leggere il suo libro aiuta a ridimensionare il problema (universale?), dei conflitti di vario genere, tra genitori e figli.

  9. Siano o meno di fantasia, queste sono le storie che mi stringono il cuore e mi fanno pensare per l’ennesima volta a quanto facile sia far soffrire i bambini e a quanto felice io sia della decisione di non averne. Come tu faccia a far sentire la tristezza senza descrizioni esagerate!

    1. Madonna che antipatia questa Benedetta, on sa fare altro che punire! 🙂
      Ma è vero della comunità di siciliani o te la sei inventata per il racconto?

      1. Nessuna invenzione, a parte qualche piccolo particolare insignificante. E non credo, anzi ne sono certa, che Dexilongu, il paese di cui parlo, fosse un’eccezione. Un vasto territorio della stessa provincia era ed é tuttora popolata da molte famiglie provenienti dalla Sicilia. Non formavano una comunitâ a parte, erano e sono ben integrate nel territorio. Tempo fa, però, c’era una certa difficoltâ a memorizzare i loro nomi e cognomi. Chissâ perché, ma forse era sintomatica di un certo malessere diffuso, legato alla scarsitâ di risorse e forse anche all’invidia, di chi riusciva a darsi da fare con profitto, come i siciliani. Io, naturalmente, ho calcato un po’ la mano, per dare piú colore al racconto.

        1. Non sapevo proprio di questa emigrazione verso la Sardegna. Ne ho imparata una 🙂

        2. Non è stato difficile trovare le risposte che cercavo:
          Ci furono due movimenti migratori principalmente, uno alla Vine del XIX secolo e uno nel decennio 1938-48.
          Il motivo è che la Sardegna non è molto popolata quindi scarseggiavano minatoti soprattutto, ma anche agricoltori. I siciliani si trapiantarono soprattutto nelle zone del Sulcis e nei dintorni di Cagliari. A Carbonia il 12% della popolazione è di origine siciliana!

    2. Dei movimenti migratori di fine ottocento, dei siciliani in Sardegna, ne avevo giâ parlato, non so se ricordi, nella serie “Il segreto dei dodici centenari”, raccontando di “La sognorina Tomasi Tanina”, di professione “Agiata”. Cosï c’era scritto nell’atto notarile di compravendita di un terreno di sua proprietà che vidi con i miei occhi. Una storia ambientata in un altro piccolo paese della stessa provincia.

  10. … E piccoli sia! Il siciliano dice che va bene… 😁
    Che bello anche questo quadretto, Maria Luisa! Realistico, direi reale. Così ben scritto e descritto che la storia in fondo triste di Bianca, cresciuta con pochissimo, diventa un romanzo di formazione. Brava.

    1. Grazie Giancarlo, questa volta confesso che aspettavo e temevo il tuo commento come un verdetto. Ho toccato un tasto che, direttamente o indirettamente, ci tocca. E soprattutto non ero sicura che l’espressione finale, pronunciata della signora siciliana, fosse almeno passabile all’esame dei piú competenti in materia.

      1. … A parte il fatto che l’implacabile correttore di Android mi ha cambiato “piccioli” in piccoli. Scusa.
        Ho molto gradito anche quella digressione sui siciliani senza nome. Anche da noi si usa questa forma di discriminazione: a Siracusa trent’anni fa c’era il fornaio del Messinese, in realtà aveva il suo cognome, scritto bello grande, ma non se lo ricordava nessuno. Ed era veramente messinese, visto che a Messina c’è il fornaio dei suoi cugini. Con lo stesso cognome.

        1. Avevo capito che piccoli era un refuso; ormai ci siamo abituati, succede a tutti e di soliti riusciamo a interpretare.
          E meno male che la questione di ignorare nomi e cognomi non succedeva solo qui da noi; evidentemente era un modo molto diffuso di celare, ma anche frenare, le ostilitâ verso i forestieri.

  11. Ciao Maria Luisa. Trovo la Sicilia semplicemente fantastica. Mi ha colpito soprattutto quella frase (probabilmente popolare, non so) scritta in puro dialetto: ho impiegato cinque minuti a pronunciarlo correttamente ahahah. Ma è dialetto di quale zona della Sicilia? Comunque sia, complimenti davvero!

        1. Bianca, sua madre e tutti i bambini della via Polli vivono a Dexilongu, un piccolo paese (abbastanza simile a quello reale), in provincia di Casteddu. L’ambientazione risale a molti anni fa, tra gli ultimi anni sessanta e i primi anni settanta. La madre di Bianca parla spesso un linguaggio misto. In questo caso, per la frase a cui ti riferisci, solo ed esclusivamente, sardo.
          Se volessi saperne di piú, potresti leggere gli episodi precedenti, oppure i prossimi.
          Grazie ancora, Alfredo.