
I sussurri della scuola
Serie: Ombre e sussurri dal passato
- Episodio 1: Ombre e sussurri dal passato
- Episodio 2: I sussurri della scuola
- Episodio 3: Il profumo
- Episodio 4: Elena o Ellen T
- Episodio 5: Quella vita
- Episodio 6: Panacea
- Episodio 7: Dissonanza cognitiva
- Episodio 8: Solo Finzione?
- Episodio 9: Luna piena
- Episodio 10: Una carezza con i calli sopra le mani
- Episodio 1: Confusione e liberazione
- Episodio 2: Forse era destino
- Episodio 3: Respira e lascia a me i dubbi
- Episodio 4: Solo l’inizio
- Episodio 5: L’amore forse non esiste, se esiste non dura per sempre
- Episodio 6: Il sipario
- Episodio 7: Artefice del destino
- Episodio 8: Finite incantatem
- Episodio 9: Primo giorno di scuola
- Episodio 10: Veemenza
- Episodio 1: Dolce paranoia
- Episodio 2: Bilancio
STAGIONE 1
STAGIONE 2
STAGIONE 3
«Nei giorni successivi non potevo permettermi di incantarmi osservandola. Purtroppo dovevo lavorare. Eppure, anche se la realtà mi richiamava, lei rimaneva lì, un’ombra incantevole nella mia mente. Ogni tanto, la sua immagine tornava a galla, come una distrazione irresistibile. Desidera ciò che vuoi, poi prendilo. Un mantra che risuonava nella mia mente mentre la guardavo. E forse, proprio in quel momento, capii che non c’era nulla di sbagliato nell’aspirare a qualcosa di più, nell’immaginare un futuro diverso. Forse avevo sperato bene, continuai a vedere quella ragazzina a mare, i giorni successivi, fino ad un sabato sera. Passeggiavano in tre, apparentemente felici e spensierati. Il fratello, Claudia e lei. Beati loro. Mi convinsi che dovevo parlare, così, improvvisamente, abbandonando i miei amici, mi avvicinai quasi come un ladro e salutai timidamente e poi me ne andai arrossendo. Dove era finita la mia spavalderia?
Credevo di aver fatto una figura così patetica. Mi fermai a una certa distanza, cercando di calmarmi. Dovevo assolutamente rimediare. Guardai verso di loro, ancora insieme, mentre ridevano e chiacchieravano probabilmente di me.
La rividi un paio di giorni dopo sulla spiaggia. Io e i miei amici stavamo giocando a pallone, indifferenti al baccano che facevamo e al sole che che ci anneriva. Mentre correvo a recuperare la palla, la vidi sfiorare l’acqua con i piedi, il mare lambiva delicatamente la riva. Improvvisamente, i nostri sguardi si incrociarono e fui abbastanza vicino da notare finalmente il colore verde dei suoi occhi.
“Ciao.” Le dissi, con sicurezza nella voce. Lei rispose con un sorriso radioso che mi fece battere forte il cuore.
“L’acqua è fredda?” Mi chiese, mettendo una mano sulla fronte per ripararsi dal sole.
“No!” Le risposi, spruzzandola con un po’ d’acqua, “non è fredda.” Lei rise, fortunatamente. A me sembrava di aver fatto la cosa più stupida al mondo in quel momento.
“Mi chiamo Ellen.” Disse, tendendomi la mano.
“Io sono Filippo.” Risposi, stringendole la mano, sentendo una forte connessione. Poi un emozione.
Passammo i successivi minuti a chiacchierare, mentre il sole continuava a scottarci. Scoprii che Ellen, come avevo intuito si trovava con il fratello e la sua fidanzata e che le piaceva il mare. Mi scordai della palla che avevo ancora in mano, i miei amici notando la nostra conversazione, fecero gli stupidì. Gli lanciai la palla con tanto di dito medio come cortesia. Mi dimenticai per la seconda volta che avevo un lavoro, importante per la mia sopravvivenza, purtroppo lei mi faceva perdere la testa.
Decidemmo di fare una passeggiata lungo la riva, i piedi immersi nell’acqua fresca. Parlammo di tutto e di niente, ridemmo delle nostre disavventure e dei sogni per il futuro. Il tempo volava mentre il sole scendeva lentamente, avvolgendoci nella luce dorata del tramonto e creando un’atmosfera quasi magica. Sembrava un sogno.
Quando fu il momento di salutarci, le chiesi se le sarebbe piaciuto rivederci quella sera.
“Mi piacerebbe molto.” Rispose Ellen, con un sorriso che brillava quanto il tramonto.
Quella sera ero nervoso come se non fossi mai uscito con una ragazza, non che avessi molta esperienza a parte una. Ci incontrammo in paese.
Ellen indossava un vestito leggero e floreale, il tessuto sembrava danzare ad ogni suo movimento, avvolgendo delicatamente la sua figura slanciata. Il motivo floreale era un tripudio di piccole margherite e rose dai toni verde smeraldo, perfettamente abbinati al colore intenso dei suoi occhi, che brillavano come due gemme preziose sotto i raggi dei lampioni. Le bretelle sottili del vestito lasciavano intravedere le sue spalle abbronzate, mentre la gonna si apriva leggermente a campana, arrivando a sfiorare appena le ginocchia. Ai piedi indossava un paio di zeppe bianche, che le donavano qualche centimetro in più, facendola sembrare quasi una giovane donna. Completava il suo look una piccola borsetta in tessuto, appesa sulla spalla, che oscillava ad ogni passo. Ogni dettaglio di quella scena era impresso nella mia mente, vivido e indelebile. Per sempre.
Con lei c’erano Claudia e il fratello, che mi squadrava con ostilità. Gli diedi la mano e lui cercò di fare il duro stringendola con forza. Io resistetti e ricambiai la stretta. Fu un momento di tensione, in cui mi sentivo giudicato e Claudia sembrava il giudice supremo.
“Antonio!” Esclamò il fratello, come se potesse intimidirmi. Claudia non si presentò, ma tutti nel mio paese la conoscevano. Intravidi un sorriso sulle sue labbra. Nel frattempo, sentivo gli sguardi giudicanti su di me, mentre aspettavo il verdetto che non tardò ad arrivare attraverso le occhiate silenziose come frecce dei due fidanzati. Erano sguardi che parlavano senza parole, un linguaggio muto di approvazione e disapprovazione. Ottenni il permesso di trascorrere il mio umile tempo con Ellen.
Mi sentivo condiscende, poi, la rabbia mi pervase, anche se forse sarebbe stato meglio provare delusione. Nonostante tutto, sembrava che fossi uscito vincitore, o almeno così credevo. Io e Ellen cominciammo a camminare per le stradine, chiacchierando e ridendo, mentre le luci dei lampioni creavano giochi di ombre sul selciato. Le nostre voci si mescolavano con il frastuono della città e il brusio delle persone. Lei non passava inosservata, e io non riuscivo a capire perché avesse accettato. I miei pensieri non erano complessi, ma riflettevano una cruda realtà: materialista e falsa. Questi pensieri avrebbero potuto recidere quel legame sottile come un filo che stavo tessendo con Ellen. La mia dannata boccaccia, dovevo chiederglielo nel momento esatto in cui lei parlava di piantare i pomodori nell’orto a maggio.
“Ellen, perché?”
“Beh, si fa così…” Mi guardò in modo strano. Come darle torto?
“Ellen,” ero esitante, “non riesco a capire perché hai accettato di uscire con me. C’è un motivo preciso?” Chiesi, cercando di nascondere l’insicurezza che mi divorava.
Lei sorrise e rispose: “non lo so. Cercare un motivo è tremendamente stupido nelle connessioni umane.” Io annui lentamente, riflettendo sulle parole di Ellen e sulla sua intelligenza, che mi sembrava abbastanza vivace. Un brivido di incertezza correva lungo la mia schiena. Decisi di non approfondire. Alcune domande non necessitavano di risposte.”
Niccolò chiuse il libro e venne travolto dagli applausi, nonostante sentisse di non avere fatto nulla di eccezionale per meritarsi quel tripudio.
«Non è il mio miglior estratto,» ammise, mentre qualcuno nel pubblico rise. «Non è nemmeno il più significativo, ma è stato il più difficile da scrivere. Non immaginate quante volte ho cancellato tutto e ricominciato da capo. Solo per queste parole ho impiegato settimane, e ancora penso che sia tutto confuso.»
Il passato che ritornava per essere immortalato e cancellare quello più recente. Questo era il dilemma: eliminare i ricordi dolci e tristi per sostituirli con altri della stessa essenza? Niccolò non dimenticò quanto fosse stato difficile scrivere quel romanzo, nonostante tutto fosse ben impresso nella sua mente. Proprio quell’estratto scritto nel monolocale sopra la sua officina, dove viveva. Ogni angolo evocava lei. I pugni sulla scrivania, gli oggetti rotti, la disperazione e le lacrime: nessuno poteva comprendere appieno ciò che provava, tranne Laura, la sua editrice, che osservava con sguardo fermo tra il pubblico. Niccolò si rese conto di non aver letto il pezzo concordato con la sua editrice. Qualcosa di più forte di lui gli sussurrò cosa fare. Forse alcune delle occhiatacce di Laura erano per questo motivo, tutto sommato se l’era cavata egregiamente. Tra le mani che applaudivano c’erano anche le sue. Il preside della scuola salì sul palco. Si avvicinò a Niccolò, offrendogli una vigorosa stretta di mano, simbolo di congratulazioni per il suo successo. Scambiarono qualche battuta amichevole. L’uomo, sulla cinquantina sfigurò sul palco al confronto dell’eleganza dell’autore.
Con un gesto eloquente, il preside prese il microfono e annunciò con voce solenne: «È giunto il momento tanto atteso della firma delle copie. Vi prego caldamente di disporvi in fila da questo lato.» Indicò la sua destra.
Una fila composta si formò, i lettori, molti delle quali, ragazze, impazienti di avere il loro momento con l’autore. Niccolò tirò fuori dalla tasca interna della sua giacca una bellissima penna stilografica dalla pregiata fattura. Il delicato colore blu intenso evocava un cielo stellato. Le rifiniture in argento scintillavano con eleganza, mentre il cappuccio adornato da un monogramma personalizzato aggiungeva un tocco di raffinatezza. La penna si adagiò tra le sue dita con una leggerezza sorprendente, come se fosse stata plasmata per la sua mano. Niccolò la contemplò con un sorriso di soddisfazione come non aveva mai fatto verso quell’oggetto, consapevole che quel dono rappresentava non solo il suo primo gesto di gratitudine verso se stesso, ma anche un simbolo tangibile del suo successo. Anche Laura salì sul palco, lanciando sguardi e sorrisi, il rumore dei suoi tacchi rimbombò nell’aula magna. Si posizionò alle spalle di Niccolò come una attenta osservatrice, poggiando entrambe le mani sulle sue spalle. Si chinò di poco, i capelli svolazzarono come colpiti dalla brezza, delicatamente sussurrò all’orecchio di Niccolò: «hai visto un fantasma tra il pubblico?»
«Ancora? No, perché? Ho di nuovo quella espressione?» Domandò l’autore mantenendo in dissoluto il suo sorriso mentre la prima fan si avvicinava timidamente. La ragazza salutò e porse il libro. Nicolò la guardò, la ringraziò e poi le chiese il nome. «A Rebecca, con affetto Niccolò Sartori.»
Serie: Ombre e sussurri dal passato
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- Episodio 6: Panacea
- Episodio 7: Dissonanza cognitiva
- Episodio 8: Solo Finzione?
- Episodio 9: Luna piena
- Episodio 10: Una carezza con i calli sopra le mani
Una strategia convincente: aprire il capitolo con il racconto di Filippo per poi riportare il lettore alla realtà nell’aula magna.
La storia prosegue molto bene.
L’impressione mentre leggevo la prima parte del testo è stata quella di leggere il racconto vero e proprio. Invece poi, è stato come
risvegliarsi e trovarsi nell’aula del firma copie e capire che stavamo leggendo un estratto dal romanzo. Questo stratagemma continua a piacermi e mi piace anche il cambio repentino di persona, dalla prima alla terza, nel finale.
Mi fa piacere che ti piaccia. Spero di poter continuare.