
I Wanna Be Adored
Serie: A Strange Effect
- Episodio 1: Fiction
- Episodio 2: Les amoureux de bancs publics
- Episodio 3: Lili Marleen
- Episodio 4: I Wanna Be Adored
STAGIONE 1
“Atticus, oggi non posso accompagnarti a casa” Imogen esordì nel loro rituale incontro mattutino così. “Come mai? Hai da fare?” rispose l’amico, intento a spegnere l’ennesima sigaretta del giorno. “Sì, oggi devo chiudere prima per una consegna importante”.
Fattasi ora di pranzo e abbassata la saracinesca, le loro strade si divisero. La consegna era in centro e, siccome si trattava di un piccolo mazzo di fiori, decise di recarcisi a piedi. Infatti, non capitava mai che si spostasse per la città senza un obiettivo: da quando era tornata, ogni suo spostamento era suggerito da qualche commissione per lavoro o per passeggiare con il suo caro amico. Come le aveva fatto intendere la sua terapeuta, che la seguiva già da qualche mese, per qualche motivo ancora sconosciuto la sua vita aveva preso la piega di una tabella fatta di doveri da eseguire, per poter arrivare mentalmente stabile a fine giornata. Ma, se si era recata in terapia, forse quella stabilità mentale non esisteva. Caricatasi dell’ansia di qualcosa di nuovo, imboccò la stradina trasversale che portava alla piazza principale della città. Tra un ingresso di un palazzo e l’altro, si stagliavano delle piccole botteghe: un’enoteca, un liutaio, un barbiere, un negozio di manufatti religiosi e una sartoria. Nel suo camminare, il suo naso venne attirato da un odore di cedro e bergamotto: quel profumo la condusse di fronte a una bottega di saponi. Vi entrò. Era un ambiente piccolo e poco illuminato, occupato da tavoli che correvano lungo le pareti bianche. Adagiati, saponi di varie colorazioni con targhette che ne indicavano gli ingredienti, fiori e frutta secca li incorniciavano, forse messi lì per suggerire ai clienti cosa celassero quei mattoncini profumati. In fondo e centrale, un banchetto con una cassa e, alle spalle, scatole di varie dimensioni e colori. I sensi di Imogen impazzirono davanti a tanta semplicità e bellezza. Incuriosita, iniziò a odorare le bombe da bagno, i burri per il corpo, persino le saponette scrub per i piedi attirarono la sua attenzione.
“Se posso consigliarti, direi che la fragranza giusta per te sia vaniglia e orchidea.” esordì una voce maschile dal fondo del negozio, richiamandola alla realtà. “Grazie, lo terrò a mente” rivolto lo sguardo verso colui che le aveva appena parlato, notò che il ragazzo, con un piccolo scalpello, stava dando forma alle saponette: stava costruendo una rosa. Colpita dalla bravura, si avvicinò. “Sei davvero bravissimo, quanto tempo ci metti per completare quella rosa?”
“Dipende, a volte ci metto poco più di mezz’ora, altre volte, un’ intera giornata.”
“E come mai? Se posso chiedertelo.”
“Dipende dal cliente che entra nel mio negozio” Imogen, capito il gioco del venditore di saponette, girò i tacchi e si diresse verso l’uscita. “Signorina, mi sa che ha frainteso la mia frase. Non volevo farla fuggire. Le dicevo così perché a volte, capita che mi basti guardare una persona per capirne il suo profumo o il suo sapore e non riesco a fare null’altro se non immaginare le dosi di profumo, le mescolanze e i colori da comporre per creare il prodotto giusto. La prego, continui pure il suo giro, se ha bisogno mi chiami pure.”
“Posso chiederti dove prendi le fragranze?” la ragazza, quasi in colpa per il suo atteggiamento, decise di continuare la conversazione. “Le estraggo io. Qui ho un laboratorio che mi permette di creare i profumi che voglio” “Lo fai anche con i fiori?”
“Certo! distillo petali, rami e foglie dalla mattina alla sera, avendo premura di rifornirmi dai migliori. Perché, le interessa il mondo dei profumi?”
“In realtà, ho un negozio di fiori e riesco a identificare quelli scelti da lei. Le corrispondenze sono così precise che non credevo fosse possibile ricrearli sinteticamente. Complimenti!”
“Ti ringrazio, cerco di fare del mio meglio per rendere i clienti soddisfatti e riuscire nel mio lavoro.”
Imogen, incuriosita, decise di andare oltre il suo solito carattere e provare a intavolare una conversazione con il commerciante sconosciuto facendogli delle domande. “Cosa ti ha portato a intraprendere questa professione? Non avevo mai visto un ragazzo così giovane lavorare saponi e, per di più, in città.”
“In realtà, non saprei dirti come sono finito qui. Questa non è la mia città natale, sono arrivato qui di recente. Avevo una discreta somma di soldi da parte e ho deciso di investire su me stesso, facendo qualcosa che potesse darmi soddisfazione.”
“Ah, e da dove vieni?” chiese la ragazza, indicando lo sgabello di fianco al bancone, così da potercisi sedere.
Il ragazzo annuì e continuò: “Sono originario del sud dell’Asia. In un’altra vita ero sempre un artista, ma di un altro genere diciamo. Sul luogo di lavoro mi sono perdutamente innamorato di qualcuno che ricambiava i miei sentimenti: eravamo diventati una sola cosa. Le nostre strade poi si sono divise; lui voleva qualcosa di diverso da quello che volessi io e ciò che facevo non mi rendeva felice. Ora lui è in giro per il mondo a mostrare la sua bravura e io sono qui. Un giorno, ho messo delle coordinate a caso su Google Earth e sono finito qui. L’ho colto come un segno del destino. Pensavo che il clima fosse meno tropicale ma non mi lamento. Le persone sono cordiali, i commercianti miei vicini mi hanno accolto bene e gli affari non vanno male. Sto bene qui”, concluse l’artista, rivolgendo prima uno sguardo al manufatto che aveva tra le mai, poi alla sua interlocutrice.
Imogen, colpita da quel racconto, non poté fare a meno di notare come, mentre parlava, le mani continuavano a lavorare quella saponetta, ma più lentamente: la storia della sua vita precedente aveva influenzato la sua manualità rendendola malinconica e pensierosa. Alzò poi lo sguardo sul suo viso e notò l’occhio attento, lucido, che non aveva mai distolto lo sguardo dall’oggetto del suo lavoro. Per quel che poteva sembrare a lei, quel ragazzo le somigliava, riconosceva in lui la stessa voglia che aveva lei di tentare di rimanere con i piedi saldi sul suolo perché, volare, gli aveva fatto venire le vertigini. Provò compassione e tenerezza, sentiva che avrebbe voluto abbracciarlo, ma non lo fece e continuò con le domande: “E quando non sei qui, cosa ti piace fare?”
“Beh, non sono riuscito a farmi molti amici quindi passo la maggior parte del mio tempo da solo o con la mia gatta. Suono la chitarra e mi piace lavorare il legno. I tavoli che vedi in negozio li ho costruiti io. Quando si è da soli in una città sconosciuta, hai molto tempo da dedicare a te stesso. Ma ora dimmi di te, chi sei, cosa fai nella tua vita?”
“Ho vissuto in Francia per un po’, mia mamma è di lì. Quando mia nonna paterna è venuta a mancare, ho deciso di rilevare la sua attività: ha un negozio di fiori vicino al cimitero. In Francia non ero felice così ho deciso di cambiare vita ed eccomi qui. Ah, e ho un solo amico, anzi due: il primo si chiama Atticus, è un uomo molto più grande di me con cui passo le giornate a punzecchiarmi e a parlare di romanzi e vecchie pellicole, il secondo invece è Nick, il suo rottweiler. Questa è la mia vita”
“E cosa facevi in quella precedente?” domandò l’artigiano.
“Studiavo fotografia all’Università, ma non ero all’altezza delle aspettative dei miei insegnanti, e delle mie, quindi ho appeso lo strumento al chiodo e ho iniziato a fare potature”
“Certo che il destino è proprio strano: chi avrebbe mai detto che avrei incontrato una persona con un passato simile al mio. Entrambi anime solitarie. Comunque piacere, il mio nome è Aroon ma puoi chiamarmi Luke. Il tuo?” “Perché se hai un nome, dovrei chiamarti con un altro? Il mio è Imogen. Chiamami così e basta.”
“Imogen, per caso i tuoi amavano Shakespeare? Che bel nome. Noi usiamo chiamarti, per antica tradizione, con dei soprannomi ma sei libera di scegliere il nome che ti piace di più.”
Posato lo scalpello, soffiò sul lavoro appena terminato, lo guardò con ammirazione e lo porse alla ragazza: “Vaniglia e orchidea, non sbaglio mai”.
Decisero di darsi appuntamento per il giorno seguente in un consorzio agrario poco fuori città: Aroon non ci era mai stato e Imogen decise di fargli conoscere le varietà del paese che li aveva accolti. Ogni tanto, il suo pensiero tornava agli occhi di Fern.
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