
Ieri: il varo e il naufragio
Serie: La foschia dell'alba
- Episodio 1: Ieri: al lago, in bicicletta
- Episodio 2: Ieri: il varo e il naufragio
- Episodio 3: Ieri: la fine dell’estate
- Episodio 4: Oggi: di nuovo al lago
- Episodio 5: Oggi: la costa vista dal mare
STAGIONE 1
«Gli altri?» domandai. «Verranno?»
«Non lo so, non ho visto nessuno alle panchine in piazza.»
Una conversazione fuori dal tempo, incomprensibile se non si sono vissuti gli anni senza smartphone. “Aspetta: li contatto sul gruppo” sarebbe stata la risposta del duemilaventiquattro. A dirla tutta non mi importava nulla degli altri, almeno non in questo momento. Eravamo tutti legati da una grande amicizia, le amicizie vere, senza secondi fini, ma non volevo che le emozioni che stavo provando in quel momento fossero stemperate da urla, risate e battute più o meno divertenti.
Per avvicinarsi all’acqua c’era un unico punto, una piccolissima lingua di qualcosa simile a un misto di terra e sabbia da noi pomposamente chiamata La Spiaggia, che ci dava la possibilità di immergere le mani senza rischio di scivolare.
Appoggiai delicatamente lo scafo sulla superficie e quasi piansi quando lo vidi galleggiare. Non riuscivo a lasciarlo andare. Lo ripresi e ancora per una volta chiesi a Silvia di spingere le levette sul radiocomando per provare il motore e il timone. Funzionava tutto. Era la quinta volta in pochi minuti che tutto funzionava.
Una leggerissima spinta e non fu più raggiungibile. Silvia mi passò il radiocomando con estrema cautela, come se si trattasse della Valigetta Nucleare del presidente degli Stati Uniti. Spinsi (ancora con estrema cautela) la levetta del motore. La barca alzò la prua. Potevo quasi sentire il vento sul viso. Penso che lo sentisse anche Silvia, che non riusciva a distogliere lo sguardo dal mare e dalla sabbia dorata e dalle scogliere in lontananza…
Fu uno dei momenti più belli della mia vita. Emozioni intense, forse per il motoscafo, forse per il fatto di sognare di essere liberi. Forse anche perché lei era lì con me e non era arrivato nessun altro.
«Posso provare?»
«POSSO provare?»
«POSSO PROVARE?»
«Sì… scusa…» Il sogno aveva catturato tutta la mia attenzione, tanto da non sentire altro che il rumore del vento e dello sciabordio dell’acqua contro lo scafo.
«Sì, certo» dissi di nuovo.
Fermai la barca al centro del lago e passai il controllo a Silvia.
«Come funziona?» mi chiese, tenendo in mano la Valigetta Nucleare.
Sorrisi. «Ti guido io». Mi sentivo importante.
Se avete provato a pilotare un modello radiocomandato vi siete sicuramente accorti di una caratteristica inevitabile del controllo tramite le levette del radiocomando. Quando la barca si allontana da voi, e quindi vedete la poppa, il comando del timone funziona in modo normale: se sposto la levetta a sinistra la barca vira a sinistra. Tutto qui. Le difficoltà iniziano quando il modellino viene verso di voi, e quindi vedete la prua: se spostate la levetta del timone a sinistra la barca vira a destra, ovviamente secondo il vostro punto di vista. Tutto è relativo, no?
Iniziai a spiegarle questo concetto, che ritenevo essere la parte più complessa di tutta la procedura per guidare il modellino. Presi il radiocomando insieme alle sue mani, in modo da poter muovere i suoi pollici appoggiati sulle levette di controllo. Sentii la morbidezza e il calore della della sua pelle invece della plastica ruvida. E fu un’altra delle sensazioni che resero indimenticabile quel giorno.
Mille pensieri mi attraversavano la mente. Ma il più insistente era: “Spero che non mi sudino le mani…” Forse anche lei pensava la stessa cosa? Poco probabile. Ma avvertivo un leggero tremore: erano le sue mani? O erano le mie?
Osservare la barca che scivolava sull’acqua era ipnotico. Non so quanto tempo passò prima che decisi di affidare il controllo a lei. E non perché non mi fidassi.
Lasciare il radiocomando, e le sue mani, mi fece salire di tre livelli nella scala che dal sogno porta alla realtà. Credo fosse lo stesso anche per lei. Mollammo insieme la presa, come se stessimo eseguendo un esercizio sincronizzato. Il mio pollice spinse la levetta del controllo del timone da un lato, mentre fu la sua mano, tentando di evitare la caduta del prezioso oggetto, che la spinse dal lato opposto.
Il radiocomando non cadde a terra perché la cinghia di sicurezza passava dietro il collo di Silvia, ma la manovra non piacque molto alla barca che decise di ribaltarsi, ovviamente quasi al centro dello specchio d’acqua.
«Cazzo! Cazzo! CAZZO!» ad ogni imprecazione la mia voce diventava più acuta.
«È colpa mia. È colpa mia» urlò Silvia. «Vado a prenderla»
I miei pensieri alternavano due scene, senza pause, come in una sceneggiatura estremamente dinamica.
Scena 1. Interno, notte: mio padre mi spiega, con la sua calma irritante, che non sono più un bambino, che devo avere cura delle mie cose (non è una cosa, è una barca!). Mia madre, con lo sguardo duro e le labbra serrate, si alza dal divano e va verso la cucina. Sta pensando alla punizione…
Scena 2. Esterno, giorno: Silvia si tuffa in acqua e inizia a nuotare verso la barca. In realtà sono pochi metri, ma le piante acquatiche le imprigionano una gamba e lei, presa dal panico, non riesce a liberarsi. Aspira acqua con il naso e inizia a tossire.
Afferrai Silvia un attimo prima che si tuffasse in acqua: lo stava facendo davvero! Una mossa non facile, ma per fortuna riuscii a tenerla quel tanto che bastò a farle cambiare idea, forse.
«Non fare cazzate.» La mia voce era dura, da uomo, pensai.
Mi guardò per qualche secondo, poi sentii un rilassamento del suo corpo, che probabilmente significava che avevo vinto io, almeno per quella volta.
Sbagliavo.
Appena la lasciai si buttò nel lago.
Spesso le cose non vanno come le immaginiamo. A volte lo fanno, forse perché siamo bravi a pianificare o forse perché abbiamo culo. Quando non lo fanno dobbiamo chiederci se fosse destino o se in qualche modo avremmo potuto modificare gli eventi semplicemente pensando.
Ma se io avevo la scena 1 e la scena 2 che occupavano la mia mente, di sicuro anche Silvia lottava con i suoi fantasmi. E non pensò.
Non pensò che le onde generate dal suo tuffo potessero fare affondare la barca. Perché, ricordate, stiamo parlando di un modellino…
Nessuna pianta le catturò le gambe, ma lei si fermò forse per trovare il coraggio di immergersi. Fu quella piccola esitazione a permettermi di seguirla in acqua e bloccarla di nuovo. Quel punto non era profondo: appoggiavo i piedi sul fondo melmoso e l’acqua mi arrivava all’ombelico. Silvia era due passi davanti a me e quasi non toccava più il fondo. Per afferrarla mi ero sbilanciato in avanti, ma riuscii a tenerla e soprattutto riuscii a farle cambiare idea.
«Stupido! Lasciami, la vedo, non è ancora affondata!» strillò.
Non risposi, non sarebbe servito a nulla, ma strinsi ancora più forte e iniziai a tirarla verso di me. Non so a cosa pensassi, ma ricordo che mi stupì la forza che riuscii a esprimere in quel momento. Ero riuscito a farla salire su quel gradino scivoloso dove facevo il possibile per stare in equilibrio. Ancora adesso non so come, ma riuscii a trascinarla sulla sponda e in pochi attimi fummo fuori dall’acqua.
«Lasciami! Cosa stai facendo! Lasciami!» La tenevo ancora stringendole un braccio con forza. «Mi fai male… Mi stai facendo male al braccio!»
Di colpo, smise di gridare, smise di dire qualsiasi cosa, smise di tentare di divincolarsi e si rilassò. Allentai la presa. Lei si girò e mi fissò per qualche secondo.
E senza dire nulla mi abbracciò.
Serie: La foschia dell'alba
- Episodio 1: Ieri: al lago, in bicicletta
- Episodio 2: Ieri: il varo e il naufragio
- Episodio 3: Ieri: la fine dell’estate
- Episodio 4: Oggi: di nuovo al lago
- Episodio 5: Oggi: la costa vista dal mare
Che belle le immagini delle prese di lui. Le mani salde attorno a quelle di lei sul radiocomando, le mani attorno alla vita e poi strette al braccio. E lei che si rilassa. Questa dolcissima storia sa tanto di storia vera, di vissuto. Tra l’altro, e cosa che vale moltissimo fra noi, scritta con grande padronanza delle parole che misuratamente trasmettono le emozioni di un attimo.
Ciao, bellissimo anche questo episodio, molto ben costruito nei dialoghi e nelle immagini. Sembrava proprio di essere sul lago e di sentire le emozioni dei due amici. Bravissimo!
Ancora molto apprezzato il tuo commento. Grazie.