Ieri: la fine dell’estate

Serie: La foschia dell'alba


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: I due ragazzi sognano giocando con il modellino. Quando questo si ribalta Silvia si tuffa nel lago per recuperarlo, ma viene fermata da Giacomo.

Trattenni il respiro: restammo in quella posizione per un tempo che mi sembrò molto lungo (e non lungo abbastanza). Il suo abbraccio era forte… io ero fermo con le braccia lungo i fianchi, incapace di fare qualsiasi movimento. Incapace di dire qualsiasi cosa. Quasi incapace di pensare. Era fradicia e, per quanto facesse caldo, stava iniziando a tremare. Si staccò di colpo da me.

«Scusa, ti sto bagnando i vestiti» disse. Non so se avesse realizzato che anche io ero finito in acqua.

La guardai. Non sapevo decifrare la sua espressione, il suo sguardo. Ricordo però con assoluta certezza le lacrime. E in quel momento tentai di convincermi che fossero schizzi d’acqua: sarebbe stato più semplice da capire.

Sì, età molto strana quella delle scuole medie.

«Perché mi guardi cosi? Cosa c’è di tanto interessante?» Credo che stesse recuperando il suo solito modo di fare. La guardai ancora, senza dire nulla, finché scoppiammo a ridere di gusto, quelle risate che non riesci più a fermare e che ti permettono di scaricare tutta la tensione.

Il resto di quel pomeriggio trascorse senza molte parole. Eravamo seduti sull’erba con le schiene appoggiate ai lati opposti di un albero. Faceva caldo, per fortuna, così avevamo appeso ad asciugare i suoi pantaloncini di jeans, la sua maglietta, le sue calze e le sue scarpe di tela ad un ramo. Più di lei, io indossavo la maglietta, bagnata solo in basso e per il resto solo leggermente umida.

«Non guardare» mi intimò, ma senza quel tono di sicurezza che avrebbe avuto in qualsiasi altra circostanza.

Devo confessare che lo feci, e più di una volta. E credo che lei lo sapesse. Ma i nostri fantasmi erano più forti quel giorno. Io pensavo a come avrei potuto raccontare la cosa a mio padre e alla sua calma, e a mia madre e al suo sguardo duro e alle sue labbra serrate. Avrei potuto dare la colpa a Silvia? Non perché la barca si fosse ribaltata, ma perché senza il suo tuffo, adesso staremmo cercando di raggiungere il modellino con un ramo abbastanza lungo, oppure con un tubo di plastica da elettricista che potevamo recuperare al negozio di ferramenta in meno di un’ora (e se fosse servito avremmo potuto unire più tubi con i raccordi di plastica). Potevo dare la colpa a lei? E a cosa sarebbe servito? A mitigare un po’ la mia punizione o semplicemente a perdere la sua amicizia? Scossi forte la testa, come se questo servisse a mettere in corto circuito i neuroni (li avevamo studiati in Scienze) che avevano prodotto quel pensiero.

Fu lei comunque ad addossarsi tutta la colpa. Lo fece con la sua solita sicurezza ritrovata dopo quel pomeriggio. Volle confessarlo a mio padre e a mia madre che tentavano di tranquillizzarla accettando le sue scuse (con la dovuta calma e con le labbra serrate), mentre io continuavo a negare qualsiasi sua responsabilità. Forse avevano realizzato che quel pomeriggio avrebbe potuto avere un esito diverso. Forse erano semplicemente grati del fatto di non avere un figlio così stupido, anche se non ero riuscito a impedire che Silvia si tuffasse in acqua (“Devi proteggere le persone che ami” aveva detto mio padre, con estrema calma).

L’avevo protetta, per Dio se l’avevo fatto! Ma non abbastanza: non abbastanza a lungo.

Quel pomeriggio Silvia andò via prima di me dal lago. Io volli restare ancora per qualche minuto a guardare la superficie immobile. Poi, senza pensarci, presi la valigia e la lanciai in acqua.

***

L’estate finì come era iniziata. Andammo altre volte al lago, ma non ci trovammo più da soli. Qualcuno di noi immaginava un sistema per recuperare il modellino, ma era ovvio che nessuno di noi lo avrebbe mai fatto. Nessuno sapeva che oltre al modellino anche la valigia di alluminio era ormai parte del fondale.

Il rientro dopo le vacanze non ci ritrovò insieme, nel vecchio edificio scolastico. Era terminato un ciclo. Ne iniziava un altro. Il Liceo, la Città, una vita diversa, un sogno per alcuni, un incubo per altri. E poi l’Università e le Specializzazioni, oppure l’inizio della carriera nel mondo del lavoro, oppure entrambe le cose, oppure nessuna. Qualcuno andò via, altri rimasero, ma come spesso accade ci perdemmo di vista. Persi di vista anche Silvia. In qualche modo l’avrei incontrata di nuovo molti anni dopo.

Io rimasi.

Serie: La foschia dell'alba


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