Il bacio della buonanotte
Non eravamo una famiglia perfetta, ma eravamo una famiglia felice. Sono nata in una piccola cittadina del Lazio; mio padre gestiva una catena di supermercati e mia mamma lo aiutava. Erano una coppia stramba, di quelle fuori dagli schemi: non erano sposati, cambiavamo spesso città, avevano entrambi la passione per i tatuaggi e la nostra casa era sempre piena di amici. Erano personaggi eterogenei che, ai miei occhi di bambina, rappresentavano un’occasione per imparare e per guardare la realtà sotto luci sempre diverse.
Quando avevo sei anni ci trasferimmo a New York. Mio padre, uomo dalle mille passioni, aveva deciso di vendere tutto per aprire un cocktail bar oltreoceano. Quelle nuove avventure mi sembravano fantastiche; non avevo paura di nulla perché ero certa che lui ce l’avrebbe fatta. Metteva amore in ogni cosa e questo mi bastava per non sentire la fatica dei traslochi, il peso delle nuove amicizie o la nostalgia dei nonni. Mia madre era la sua ombra. Non sono mai riuscita a capire se avrebbe voluto una vita diversa, perché era completamente assorbita dal suo essere vivace, dalla sua immensa voglia di vivere.
Lui era così: non lasciava spazio a nessuno. Non per cattiveria, ma perché il suo modo di fare — brillante, colorato e profondo — riusciva a coprire tutto il resto. Eppure, trascorrevo la maggior parte del tempo con mia madre, mentre lui era sempre fuori a lavorare. Quando tornava, a volte molto tardi, io ero già a letto; veniva sempre a darmi il bacio della buonanotte e il suo amore era così caldo che, ancora oggi, riesco a sentirlo sulla pelle.
L’innocenza e l’infatuazione che ogni bambino prova per il proprio genitore, non mi permettevano di scorgere le ombre, che avrei scoperto solo anni dopo. Dopo due anni a New York, i rapporti tra i miei genitori cambiarono. Mia madre era triste, logorata dalla solitudine; mio padre tornava sempre più tardi, a volte spariva per giorni. La vedevo piangere, la spiavo di notte dalla fessura della porta mentre restava sveglia a guardare fuori dalla finestra, con gli occhi colmi di lacrime. Aveva sempre un bicchiere in mano: buttava in quella voragine di vetro tutte le sue angosce ed i suoi rimpianti. Ma io ero piccola e non potevo comprendere quanto dolore quell’uomo le stesse causando.
Nonostante tutto, quando lo vedevo rientrare, mi illuminavo. Bastava guardare quel suo sorriso beffardo e quegli occhi in cui io ero il centro del mondo. Mia madre, invece, non lo guardava nemmeno. Si chiudeva in camera finché lui, con estrema dolcezza, non mi sussurrava all’orecchio: “Ora papino va a salutare la mamma che è un po’ arrabbiata, tu rimani qui a giocare”. Poi chiudeva la porta, ma le urla filtravano comunque: “Chi sono io per te? Una babysitter? Dove sei stato? Perché non rispondevi?”. Per me, quella voce strozzata era solo uno stupido capriccio. Non capivo perché non potesse essere felice, perché non potesse limitarsi ad accoglierlo come facevo io.
L’anno seguente mia madre giunse ad una conclusione: chiese la separazione. Le assenze di mio padre continuavano, incuranti delle urla e dei pianti. Lui sembrava non vederla, o forse faceva finta di non capire. Per me, quella scelta significava solo una cosa: mi avrebbe allontanata dal mio papà. La odiai per questo. La odiai al punto da desiderare che sparisse.
Tornammo in Italia. Il ricordo di quello che percepii come un vero abbandono è ancora vivido: in aeroporto ero aggrappata alle sue spalle, volevo diventare un tutt’uno con lui. Non sapevo che quel lungo abbraccio sarebbe stato l’ultimo. Mia madre riuscì a strapparmi via tra strilli e pianti. Per mesi non le rivolsi né lo sguardo, né la parola, considerandola l’unica colpevole della nostra separazione.
Il tempo passava, mi avevano promesso che avrei trascorso le vacanze di Natale con lui. Così facevo il conto alla rovescia e ci videochiamavamo ogni giorno; in quei momenti il mondo esisteva solo attraverso lo schermo di un telefono. Poi, d’un tratto, mio padre scomparve, come inghiottito da quel gigantesco continente. Mia madre tentò in ogni modo di contattarlo, inveendo contro di lui per quella che credeva fosse l’ennesima “settimana stravagante”. Io non piangevo: ero certa che sarebbe tornato. Pensavo fosse solo uno di quei periodi in cui aveva molto da fare.
La mattina del 25 dicembre, mia madre entrò in camera mia. Aveva gli occhi pieni di angoscia. Mi guardò a lungo senza parlare, poi disse: “Papà è volato in cielo”.
Non feci nulla.
Un vuoto mi assorbì.
In quel momento smisi di esistere.
Anni dopo scoprii la verità, quella che mi avevano nascosto per alleviare il dolore di una bambina di soli otto anni. Mio padre non si era addormentato serenamente.
Era stato brutalmente ucciso.
Oggi non sono più quella bambina. Ho 34 anni e ancora, se chiudo gli occhi, cerco di immaginarmi come sia andata. Chissà se mi ha pensata. Chissà se prima di chiudere gli occhi ti sei sentito davvero solo. Chissà se, sapendo come sarebbe andata, avrebbe scelto me, la sua famiglia.
Invece, hai preferito farti consumare dal veleno, vendere la morte agli angoli delle strade e alla fine, farti ammazzare brutalmente da quel mondo che avevi preferito a noi. A volte mi vergogno di aver sgretolato la figura di mia madre per innalzare la tua. Ma sebbene ti abbia tolto quella maschera di cera, la mia “me bambina” quella crepa la sente ancora e se la porta dietro. Per sempre. Perché nonostante tutto, eri sempre il mio papà.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Mi è piaciuto molto l’incipit. Descrivi benissimo la sensazione di felicità che a volte sta proprio all’opposto della perfezione. La felicità è quella della bambina, che crescendo si scontra con l’infelicità della madre, e seppur involontariamente ne paga il prezzo. Poi, ci si mette la vita, col dolore piu grande che un bambino potrebbe provare. Ho apprezzato l’amore per il padre che resiste, nonostante tutto.
Parere personale: potrebbe essere l’inizio di una serie. Sarebbe bello saperne di piu.
” In quel momento smisi di esistere.”
Hai descritto benissimo, in una sola frase, la sensazione che si prova. Bravissima.