
Il bagno Castello
Quando sentivo il mare rumoreggiare, immaginavo di essere in mezzo all’oceano e di finire in fin di vita su una zattera con Gordon Pym. Era un modo per pensare ad altro…
Lavoravo al “Bagno Castello”, un’attività balneare in provincia di Lucca, che tutte le estati tracimava di turisti. Il posto era malandato ma molto caratteristico, sembrava di essere dentro un antico veliero. All’interno c’era una grande sala piena tavoli diversi tra loro, alcuni in legno ed altri in plastica, le sedie invece erano tutte uguali e sembravano dirti di lasciarle in pace, di non sedersi sopra. Il pavimento poi era mezzo e mezzo: una parte in legno scricchiolante e l’altra in mattonelle rosse e bianche, molto noiose.
Per tutta la lunghezza della sala, sul lato più lontano dal mare, si sviluppavano il bar dove lavoravo e la cucina. Ricordo che una volta venne un ispettore dell’ASL a fare un controllo e ci disse qualcosa relativamente alla sporcizia, poi improvvisamente sparì tra le macerie. Ci disse anche il suo nome ma non lo ricordo più.
Le pareti di color bianco panna si ergevano coraggiosamente tra una cabina e l’altra, ignare del tempo trascorso. Appese qua e là c’erano molte foto e articoli di giornale che raccontavano dei bei tempi andati… sembrava quasi che le pareti si tenessero su grazie ai fogli appesi. Ricordo una foto di Gaber in costume da bagno e un’altra di un ex calciatore che una volta conquistata la convocazione in nazionale venne lì a godersi il mare.
Una mattina mi svegliai più nervoso del solito. La sera prima ero rimasto a bere coi miei amici fino a tardi e adesso l’idea di servire clienti mi nauseava; per un attimo ho pensato di scappare col treno e tornare dalla mia ex.
Arrivato al bar non feci in tempo a mettermi il grembiule che mi si avvicinò una signora anziana, ebbe addirittura il coraggio di parlarmi nonostante la faccia che avevo.
«A che ore apre la piscina?» chiese la signora. Lo sapeva benissimo a che ora apriva la piscina.
Guardandomi intorno notai che non c’era ancora nessuno e dunque andai dall’altra parte del bancone. Afferrai la signora da dietro e le puntai la pistola alla tempia.
«Signora, secondo lei, a che ora apre la piscina?» chiesi.
La signora disse alle dieci, e disse giusto. Me ne tornai dunque dietro al bancone.
Poco dopo arrivò Fabrizio, quello che mandava avanti la baracca, il figlio dell’anziano boss.
Lo vedevo tutti i santi giorni ma non ho mai capito chi fosse. Si vestiva sempre con sandali, neri; costume, nero; e la t-shirt, bianca. Diceva spesso le stesse cose e salutava tutti allo stesso modo.
«Buongiorno signora Pinaldi, tutto bene? Oggi c’è il sole, a mezzogiorno e mezzo apriamo la cucina». Non importava che Pinaldi rispondesse, era questione di cortesia e alienazione. Non si poteva venir meno al saluto dei clienti del bagno Castello.
L’unica cosa diversa era il cappuccino che gli preparavo tutte le mattine, che non riuscivo mai a fare uguale. Fatto sta che a lui piaceva.
Comunque, io Fabrizio non capivo chi fosse, quando parlavo con lui non sapevo mai con chi avevo a che fare, sembrava fosse sempre da un’altra parte. Chissà dove…
Mi faceva un po’ paura e quindi cercavo di non farlo arrabbiare e in qualche modo ci riuscivo. Non sono mai stato capace di odiarlo nonostante fosse uno sfruttatore perché pensavo soffrisse più di tutti, secondo me suo padre lo aveva rovinato.
Il padre, il capo supremo, non era ancora morto perché stava finendo di contare i soldi. Portava un tutore al busto che gli permetteva di stare eretto, sempre curvo sulle banconote aveva finito per rovinarsi la schiena, e la vita. Per lui il denaro era la cosa più importante del mondo e per questo non ti pagava quanto doveva.
Doveva far male dare agli altri la cosa più importante per te…
Finite le colazioni Fabrizio mi disse di apparecchiare i tavoli, cosa che avrei fatto comunque. Farlo però dopo un suo ordine mi faceva sentire in pace, stargli simpatico o farsi vedere pronto era il mio piccolo gioco perverso. Io odiavo quel posto e sarei voluto scappare da un momento all’altro, ma quando c’era Fabrizio giocavo ad essere ligio e pronto, poi appena mi liberavo dai suoi ordini, tornavo a voler fuggire. Forse avevo solo paura che si incazzasse…
Fatto sta che iniziai ad apparecchiare a modo mio. Avevo perso tutta l’accortezza iniziale e ormai facevo come mi pareva, non importava che le tovaglie fossero stese male o che volassero via. Quella mattina tra l’altro tirava un vento fastidiosissimo e apparecchiare era una vera rottura. Nella testa avevo solamente il desiderio di tornare a casa per dormire.
Aver bisogno di riposare mi faceva sentire vecchio e non lo sopportavo.
Mentre sudavo e spostavo gli ultimi tavoli un cliente venne a lamentarsi da me, lo fissai vuoto e non lo ascoltai. Lui mi urlò qualcosa e io pensai di volerlo picchiare. Chiamai allora Fabrizio per risolvere la faccenda e accadde una cosa buffa. Stavano parlando relativamente a dei tavoli e forse c’entravo qualcosa io. Poco dopo iniziarono a discutere e Fabrizio ad un certo punto pregò il cliente di parlare più piano e in italiano perché non riusciva a capire il napoletano. Per la prima volta Fabrizio mi fece ridere, poi scoppiò un casino. Io continuai ad apparecchiare fino all’ultimo tavolo.
Andai a casa a mangiare, feci una pennichella, presi il motorino e tornai a lavorare. Era così tutti i giorni, da maggio ad agosto. Questa vita mi faceva schifo e in nessun modo ero grato di tutto ciò, se solo avessi avuto il coraggio avrei spacciato.
Tornato al bagno Castello la mia collega, Claudia, mi venne incontro. Lavoravo con lei al chiringuito del bagno, facevamo da bere ai grandi e davamo granite ai piccoli.
«Un signore è appena svenuto sotto il sole e lo hanno portato via» disse lei. Bon per lui, pensai.
Le dicevo sempre che avrei preferito fare un’incidente pur di non lavorare e lei ci rideva sempre… pensava scherzassi.
Nel pomeriggio andai a pulirei i bagni e mi capitò di guardarmi allo specchio. Notai che ero bianco in pelle nonostante l’estate. Continuai a guardarmi con più coraggio di prima e mi vidi stanco nonostante tutti gli integratori che prendevo. Quindi poi, guardando ancora meglio, mi vidi brutto e con meno capelli di prima.
Sentivo il lavoro dentro lo stomaco e avrei voluto scappare ancora. Pensai che certe situazioni si potevano risolvere solo con la politica e l’attivismo, ma io dovevo lavorare. Tornai al chiringuito più arrabbiato che mai e decisi che l’avrei fatta pagare agli sfruttatori.
Tornando al chiringuito rimasi per un momento, di nascosto, a guardare il tramonto e per la prima volta durante la giornata pensai solo ad una cosa.
Com’era possibile che si potesse stare tanto bene adesso e tanto male prima?
Poi mi girai…
Vidi la gente al bar, i bambini giocare con la sabbia, le mamme parlare coi bagnini, ragazzi nuotare in piscina, Claudia preparare degli spritz, anziani giocare a carte sotto il gazebo e poi delle ragazze in costume ridere. Vicino alla piscina c’era Fabrizio, come me rivolto verso il mare e il tramonto. Ecco dov’era quando ci parlavo e sembrava non esserci, pensai. Forse Fabrizio era sempre da un’altra parte come me, che mentre lavoravo pensavo a come facesse schifo vivere così.
Guardai di nuovo la gente e il bar. Tutto mi stava dicendo che non c’era tempo per stare male e quindi, ripensando al treno e a Gordon Pym, tirai fuori la pistola e mi sparai in testa perché non avevo più voglia di lavorare.
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Non so perchè ma l’atmosfera malinconica che aleggia nel racconto mi ricorda il passato: quando da ragazza andavo al mare con la famiglia, frequentavo un hotel e un centro balneare (sempre quelli) che per alcuni giorni diventavano “casa” mia. Le installazioni, il personale, i bagnini. Un ricordo vintage, che tengo fra le mani stampato su carta traslucida. Mi affezionavo alle persone, tanto da seguirle oltre quell’apparenza: una specie di Baby (Dirty dancing senza dirty e senza dancing, insomma ero una pizza). Chissà quante volte mi avranno mandata al diavolo. Digressione a parte, ti confesso che per me la parte migliore erano i momenti autentici, come il giocare a carte con il portiere di notte, e non il luccichio artefatto ad uso dei turisti. E’ terribile doversi limitare ad essere un oggetto scenico e le persone che fanno questo lavoro sono costrette a indossare una maschera. Ho apprezzato moltissimo che tu abbia squarciato una delle cartolina artefatte che in vacanza siamo abituati ad inviare agli amici (ora selfie, essendo vecchiotta ai miei tempi si usava :D)
Grazie Micol, è stato un piacere squarciare…
Che bel ricordo giocare a carte sul mare, mi fa sorridere nonostante tutto.
Per me è stato un piacere squarciare la cartolina.
Grazie per le parole Micol
Nella foto di copertina mi pareva di riconoscere la Versilia. Hai scritto un altro racconto che narra del malessere profondo e sfruttamento sul lavoro. Quello che salta agli occhi qui è la contrapposizione netta tra i bagnanti e vacanzieri, l’aria estiva che evoca spensieratezza e il pesante stato emotivo del tuo protagonista, fino all’ultima spiaggia, appunto, un colpo di pistola per uscirne. Apprezzato anche questo tuo nuovo.
Hai capito, grazie per le parole Bettina.