Il bambino segreto

Serie: La madre del drago


(1466)

“Non potremo più lasciarlo libero.”

“Di che cosa state parlando?”

“Il ragazzino Tudor, mio lord. Non sarà più possibile rimetterlo fuori.”

“Abbiamo messo fuori gente peggiore… E comunque, di questi tempi, non siamo certo noi, a decidere.”

“Se soltanto sua madre…”

“Lo so.”

Henry si alzò dal letto e scivolò alla finestrella. Era piccolo per la sua età, ossuto come una ragazzina.

Ogni volta che gli mettevano in mano una spada da allenamento, il suo braccio tremava per lo sforzo. Ma non avrebbe mai ammesso niente del genere.

Anche se aveva soltanto nove anni, c’erano già un sacco di cose che Henry Tudor sapeva di non poter ammettere.

Come il fatto che qualche volta aveva ancora una gran paura.

Esattamente come quel mattino di novembre, a Pembroke, quando si era nascosto sotto il letto in camicia da notte, i piedi gelati e il cuore in tempesta, per quei rumori di cose spezzate che arrivavano da ogni parte del castello.

La mattina in cui gli uomini di Re Edward avevano preso Pembroke.

La mattina in cui era stato preso in ostaggio.

Erano passati quattro anni, ma ricordava ancora con chiarezza la nebbia, e il gelo improvviso sulle guance, così differente da quello dentro la sua stanza.

La nebbia era fredda almeno quanto era caldo il corpo del cavallo gigantesco su cui l’avevano issato, davanti ad un cavaliere di cui non aveva mai saputo il nome. Non faceva che ridere di continuo, quel matto.

Per un attimo, Henry si era visto da fuori: una creaturina terrorizzata e semicongelata, poco più di un fagotto appeso alla sella.

E si era chiesto: che razza di essere umano tratta un bambino a quel modo? E ne ride, per giunta, come se tutto non fosse altro che un gigantesco scherzo?

In qualche maniera oscura, accessibile solo ai bambini, sentiva che non si sarebbe più fidato degli adulti, in nessun modo, mai più.

Non ci sarebbe cascato una seconda volta.

L’alba era ancora lontana, ma l’aurora baciava già le colline, dove l’erica si piegava al vento del nuovo mattino. Il sole sarebbe sorto anche troppo presto.

L’aroma fragrante del pane appena sfornato avrebbe raggiunto anche le stanze interne del castello, facendogli venire l’acquolina in bocca. Per la corte si sarebbe diffuso invece l’acre odore di bruciato dell’acciaio incandescente, che veniva infilato nell’acqua gelida per temprarlo. Il maniscalco avrebbe preso a picchiare a ritmo sulla sua incudine.

La notte sarebbe stata allora definitivamente inghiottita dal nuovo giorno, con tutte le sue attività, le sue scale da salire e da scendere, i suoi scontri fanciulleschi nella corte, sotto l’occhio esperto del maestro d’armi – perché non si poteva certo pretendere che un giovane lord come lui, ancorché ostaggio, non imparasse a battersi come si conviene ad un uomo.

Spesso Henry non capiva quelle regole, che gli parevano un’oscura eredità quasi inutile. Che senso aveva addestrare alla guerra uomini che si sarebbe preferito sapere morti? Non era una pessima idea, dopotutto?

Ma la cavalleria rispondeva ad altro. Era confortante, certo, sapere che esisteva una regola che, per quanto incomprensibile, lo teneva al sicuro dal caos e dalla follia degli uomini.

Come ogni volta, aveva soltanto poco tempo, per decidere cosa fare.

Tornò verso il letto, s’infilò per metà sotto il materasso di paglia, e ne uscì con un pacco di lettere nella mano. Si tirò le coperte fin sotto le ascelle. Aprendo il laccio che teneva insieme il plico, rabbrividì, per una sua strana gioia privata.

Non c’era molta luce, nella stanzetta. Ma Henry non ne aveva bisogno. Conosceva a memoria il contenuto di ognuna di quelle missive.

Era il momento più segreto nella sua vita di bambino segreto. Segrete le lettere, segreta l’ora, segreto il fanciullo che leggeva.

Per questo ogni giorno aspettava tanto, non sapendo mai se davvero desiderasse cedere a quell’incantesimo ancora una volta.

Se un giorno, tirandole fuori dal loro nascondiglio, avesse scoperto che non avevano più il potere di farlo sentire a quel modo?

Se l’emozione si fosse logorata un pochino ad ogni tocco, si fosse sciupata un po’, fino a svanire del tutto?

Appoggiò il viso contro la pergamena sottile, inspirando a fondo. Al di sotto del tempo trascorso, riusciva a sentirla, ne sentiva il profumo – sentiva la furia e il dolore, e anche il suo desiderio di rassicurarlo, di spronarlo ad avere fiducia.

Sentiva sua madre.

“Mio piccolo eroe, dovete promettermi di non temere i vostri carcerieri. In qualunque modo vi trattino, per amor di Dio: non temeteli! Se fiuteranno la vostra paura, sapranno dove colpire per farvi più male…”

Recitò tra sé quelle parole, cercando di ricordare di quando fosse la lettera.

Era stato il Natale di due anni prima, giusto? Un servo gliel’aveva consegnata di nascosto, con una gran pena negli occhi. Non l’aveva più visto, poi.

Chissà dov’era finito.

Che strane parole, però!

Come si era sentita lei, mentre gli scriveva questo? Cosa aveva pensato?

Come poteva sapere che lui avrebbe capito ciò che stava cercando di spiegargli?

E, più importante ancora: gli avrebbe detto le stesse cose, se la situazione fosse stata diversa?

Se l’avesse avuto accanto a sé, al sicuro?

Henry non la ricordava granché. Sapeva che era una gran donna, questo sì. Tutti lo dicevano, sebbene sottovoce.

Chi nominava lady Margareth Beaufort lo faceva sempre con rispetto. Un rispetto che, per qualche motivo, estendevano anche a lui.

Dunque, sebbene di lontano, sua madre era capace di aver cura di lui, di proteggerlo.

Rasserenato, scelse un’altra lettera dal mucchio.

Oh, sì! Ricordava bene anche quella, ne sapeva a memoria un intero passaggio. Prese a recitarlo sottovoce, come una cantilena, una specie di preghiera.

Per evocarla.

Perché entrasse in quel preciso momento a portarlo via con sé, come lei stessa prometteva.

“…e poiché siete tutto ciò che mi resta, io non conoscerò pace fino a quando non vi avrò riportato al mio fianco; perché non esiste un Dio nel cielo se non per questo, e a Lui, sappiatelo, vostra madre innalza le sue preghiere in tal senso, di giorno e di notte, e in ogni momento…

Ma più importante ancora, mio forte, forte figlio e signore: vostra madre muove il cielo e la terra, e tutto ciò che contiene, per portarvi via… Che Dio lo voglia, e di certo è così; poiché non so immaginare quale motivo potrebbe mai avere di negarmi questa grazia.

Ma se anche così non fosse; seppure Dio e la Santa Vergine, e tutti i Santi del cielo con loro congiurassero con i miei nemici per separarvi da me; allora sappiatelo, mio Henry: vostra madre è pronta a scardinare anche le porte del Paradiso, pur di riavervi…”

Henry si asciugò furtivamente una lacrima silenziosa.

Non c’era nulla da piangere. Lei aveva promesso.

Sarebbe arrivata presto, molto presto. Evitò accuratamente di ricordare la data di quella lettera, che risaliva già all’anno precedente.

Non l’avrebbero stimata tanto, tutti quanti, se fosse stata una che non manteneva le promesse, giusto?

E lui non doveva piangere, o tutti si sarebbero resi conto che era un debole, l’avrebbero preso in giro, non sarebbe stato degno di lei…

Si sollevò di scatto a sedere. Con una specie di ringhio si alzò, si sfilò la camicia con cui dormiva e rimase così, nudo, in piedi, per una decina di secondi.

Cominciò a contare – uno, due, tre, quattro… Prese a battere i denti, ma non si mosse. Ancora un po’, ancora solo un altro po’…

Alla fine, con un gemito, corse a raggiungere la sedia su cui aveva ammucchiato i vestiti la sera prima, e prese ad indossarli frettolosamente.

Nascose le lettere al sicuro.

Domani farebbe meglio, di certo, resisterebbe più a lungo.

Diventerebbe forte, per lei.

Raggiunse la finestra. Nella stanza c’era odore di pane.

L’alba era ormai prossima, e il suo stomaco prese a torcersi per la fame.

Mentre sbirciava fuori, un raggio di sole lo centrò in pieno viso, facendolo starnutire.

Serie: La madre del drago


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