Il “barbone”
Mentre mi appoggiavo al mucchio di traversine a fianco della baracca abbandonata in cui viveva, a lato della ferrovia, un treno sfrecciò veloce, coprendo la mia voce con l’acuto sferragliare. Gli chiesi come faceva a resistere ad un simile rumore tutta la giornata. Mi sorrise e disse che non ci faceva ormai più caso, era parte della sua vita.
Lo conoscevo da sempre, credo di averlo visto per la prima quando avevo sette anni: andando a scuola, mia madre si fermava dal signor Angelo, il panettiere, e mi lasciava un breve attimo sul marciapiede, timorosa degli inevitabili capricci che, una volta entrato, avrei manifestato obbligandola all’acquisto di caramelle, focaccine, ed altro che avrebbero costituito una spesa che non poteva permettersi. E, nei pochi attimo di attesa, lo vedevo, barba lunga ma curata, assorto nel conteggio delle sue monetine che teneva nella tasca destra, rinforzata allo scopo da due vistose toppe, sapevo che, una volta contato il numero necessario sarebbe entrato per acquistare le michette, sempre tre, sempre calde, (quelle fredde sono immangiabili, amava ripetere).
Poi i pomeriggi passati a giocare sui prati del terreno accanto alla ferrovia, lui asciugò il sangue che mi colava dal naso, dopo uno scontro troppo violento con i miei compagni di gioco, e le lacrime che scendevano sul mio viso dopo che il razzo con paracadute acquistato con tanti piccoli sacrifici, lanciato con una strana fionda tesa coi piedi, era ridisceso senza paracadute ed a pezzi dopo l’urto con una malvagia grondaia. Lui ebbe a consolarmi dopo il primo scontro perduto con un compagno di quarta, confidandomi di aver apprezzato il mio modo di combattere, anche se avevo perso: “Dopo tutto era più grande di te, giusto?”. Ripresi subito a sorridere.
Le mamme della zona sapevano che era innocuo, ma in un certo qual modo la sua presenza dava fastidio, era appena tollerata.
Non che gli si potesse imputare nulla, era vestito poveramente con abiti probabilmente ricevuti in regalo e rattoppati, ma mai lo si era visto men che pulito, ed era educato con tutti, comprava quel poco che poteva permettersi dai negozianti (solo mezzo etto di coppa, signora) ed insisteva col pagare sempre anche quando avrebbero voluto lasciar perdere (“almeno per questa volta! Lasci signor Cesare!”) cosicché erano costretti a distrarlo ed a fare diventare il mezzo etto un etto abbondante.
Tutti lo chiamavano “Cesare”; un nome che evocava in me misteriose avventure ed una certa autorità e compiti di comando che in passato doveva di certo avere avuto, ma il suo vero nome era probabilmente sconosciuto a tutti.
Era alto circa un metro e settanta, ma da piccolo mi pareva immenso, ed ogni volta che lo rivedo nel pensiero mi sembra sempre più alto. La sua faccia era solcata da profonde rughe, ed aveva un naso rosso e carnoso.
Aveva una lunga cicatrice che partendo dal sopracciglio destro, finiva dietro l’orecchio, e che, col passare degli anni, andava sempre più confondendosi con le rughe, che sembravano diventare sempre più profonde. Nel complesso però il suo era un viso piacevole, ed ispirava fiducia.
Quando, stanchi del gioco ci si sedeva su di un muretto, ci si chiedeva spesso come avesse fatto a procurarsi una simile cicatrice, e ne scaturivano ogni volta i racconti più fantasiosi e diversi, tutti basati dalle diverse confidenze che Cesare aveva fatto a ciascuno di noi, sempre su sua istanza però, perché nessuno avrebbe mai osato chiedergli il motivo di un simile segno.
Camminava come se dovesse costargli molta fatica, ma sembrava che fosse dappertutto.
Si vociferava che avesse più di settant’anni, ma nessuno sapeva la sua età con sicurezza.
Il suo passatempo favorito era raccontare brevi storie a noi ragazzi. Si sedeva con noi per ore ed ore e parlava di posti esotici e lontani. Spesso raccontava di quando era nella marina mercantile; dei diversi porti e paesi da lui visitati.
Uno dei suoi racconti preferiti era quello di quando salvò la vita ad un ufficiale della nave saltando in mare durante una grossa tempesta, ed ogni volta che ci raccontava quella storia la tempesta diventava sempre più grande.
Qualche rara volta parlava di sua moglie e di suo figlio, ma erano morti entrambi ormai da molto tempo, e la sua memoria era sempre più sbiadita dal tempo e dal vino.
Spesso pensavo a quando sarei cresciuto, con una famiglia e dei figli, e giuravo a me stesso che, in qualunque parte del mondo le vicende della vita mi avessero portato, sarei tornato ai luoghi della mia infanzia, per farli vedere ai miei figli e per far loro conoscere Cesare, e far loro ascoltare dalla sua viva voce i racconti di mare.
Eravamo tutti convinti che Cesare facesse parte del paesaggio stesso, che fosse immutabile ed eterno.
Alcuni giorni fa, mentre uscivo da un bar con un amico, ci colse l’urlo di una sirena.
L’ambulanza si avvicinò quanto più possibile alla massicciata della ferrovia e ne uscirono due infermieri con la barella, con quella calma nei modi che fa intendere a chi osserva che il loro intervento è in gran parte inutile e tardivo.
Si formò una piccola folla, Cesare era a terra col capo reclinato su di un braccio, come se dormisse; il pugno appena aperto lasciava intravedere i tappi di bottiglia che era solito raccogliere perché ci giocassimo. Mentre lo posero sulla barella, la folla aumentò. Quando lo coprirono con un lenzuolo sentii qualcuno mormorare: “Niente di speciale, è solo un barbone ubriaco che si è sentito male”.
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Un racconto profondo che mette in scena in maniera astuta l’ignoranza con cui spesso quella massa indefinita che è “la gente” tende a dare un giudizio senza conoscere il passato di ciascuno. Magari dovremmo tutti avere un po’ più di altruismo emotivo. Leggendoti, ho provato questa sensazione, per Cesare. Ti faccio i miei complimenti
“Niente di speciale, è solo un barbone ubriaco che si è sentito male”. Questa frase del finale mi ha colpito, anche se non dovrebbe sorprendermi. Forse perche` e` difficile abituarsi al cinismo delle persone che si atteggiano come se fossero convinte di essere migliori o anche superiori. Eppure, come diceva il famoso Magnifico, “del doman non c’ e` certezza”, per nessuno. E in quest’ epoca di grande crisi a tutti i livelli, credo che possa succedere a chiunque sia arrivato molto in alto, di ritrovarsi, da un giorno all’ altro,
– come si dice – col sedere per terra. Il tema che hai toccato e` triste, anche se hai saputo renderlo piacevole nella narrazione.
Per citare uno degli ultimi libri della Tamaro, bisognerebbe “Tornare umani”.
Grazie !
Un racconto toccante, che rappresenta in maniera molto intelligente la superficialità con cui spesso quell’entità indefinita che è “la gente” giudichi senza conoscere il vissuto delle persone. Forse dovremmo tutti avere un po’ più di empatia. Leggendoti, ne ho provata, per Cesare.
Grazie, Sergio. 🙂