Il Boeing 747

Tutte queste polemiche sulla sicurezza dei voli mi fanno sorridere, anzi, mi fanno spanciare dalle risate.

Cosa ne volete sapere voi, ignari passeggeri, di quanto accade nei cieli?

Cosa ne sapete di ciò che accade nelle anguste cabine di pilotaggio, nei momenti critici del decollo e dell’atterraggio? Momenti critici perché è proprio durante il decollo e l’atterraggio che accadono il 90 % degli incidenti aerei.

Lasciate che vi spieghi cosa è il mio lavoro, poi potrete anche criticarmi, se ancora lo vorrete e se lo riterrete opportuno.

Al di fuori dell’alone di fascino che circonda il mio mestiere di pilota, bisogna sapere che gli studi e gli esami per me non terminano certo il giorno della mia assunzione, mi devo sottoporre ad un controllo medico ogni sei mesi, inoltre vengo sottoposto, anche due volte all’anno, a voli effettuati al simulatore, dove vengono ipotizzati gli imprevisti e le difficoltà di volo più impensabili, tipo atterraggio con due motori fuori uso o con le ali in fiamme o con incendio e fumo a bordo.

Inoltre va detto che oltre la metà delle persone che si candidano ad un corso di addestramento per piloti viene respinta per i più diversi motivi.

Quindi chi resta ed arriva ad avere sulle maniche le 4 barrette d’oro di comandante di Boeing 747 è persona supercontrollata e superaddestrata. Per poter mettere le mani sulla cloche del 747 ho dovuto volare per circa trent’anni, mostrando competenza e capacità.

Oggi guadagno anche 120.000 euro all’anno, cifra alta, senza dubbio, ma che non compensa gli studi, i sacrifici, i disagi a cui mi devo sottoporre, centinaia di controlli fisici ed attitudinali ogni anno ed una responsabilità immensa; quando tutti sono a bordo io ho la massima autorità su passeggeri ed equipaggio, ed ho nelle mie mani, pronto ad obbedire ai miei comandi la “bestia”.

Scusate se lo chiamo così ma ognuno di noi dà un proprio appellativo al Boeing, ed io ho scelto questo soprannome per tutti i 747 che porto a spasso per i cieli, indipendentemente dal loro numero di matricola e dal loro anno di fabbricazione.

Per le compagnie aeree, a seconda delle nazioni, i Boeing 747 hanno i nomi più diversi e fantasiosi; possono essere città europee: Munchen, Copenhaghen, nomi di pittori: Van Gogh, Matisse, nomi di fiumi: Missouri, Nilo, o nomi celebri: Lincoln, Giulio Cesare, ma per me, il mio 747 resta sempre e solo la mia “bestia”.

Perché bestia? Perché rende bene l’idea, dà il senso della potenza e della ribellione insieme, ma come tutte le bestie, rende anche il concetto della possibilità di poterlo domare senza problemi e tuttavia senza dargli eccessiva confidenza, andando tranquilli ma sempre consci della possibilità della zampata traditrice.

Il mio vecchio istruttore di volo, ormai in pensione da dieci anni, chiamava il suo 747 “birillo”, ed in oltre 170 ore di volo trascorse insieme non sono mai riuscito a strappargli il perché di un simile nome, ma prima di congratularsi con me per il mio brevetto, ottenuto anche grazie alla sua bravura ed ai suoi consigli, nel corso di un lacrimoso brindisi di addio a base di aranciata (il giorno dopo avrei dovuto volare i gli alcolici per noi sono sconsigliati sempre e proibiti 24 ore prima del volo), si lasciò scappare la confessione: “birillo” perché per prima cosa gli ricordava il cagnolino preferito della sua infanzia e poi perché, come tutti i birilli, per qualche imponderabile od imprevista ragione avrebbe potuto anche cadere giù.

Ecco il dualismo sempre presente in noi: l’affetto per le nostre macchine volanti ed il timore reverenziale, la paura, nascosta, esorcizzata, mai confessata, ma sempre presente e pulsante, del botto, del volo vero, a testa in giù senza possibilità di cabrare e tornare in pari con la linea dell’orizzonte.

La mia è una “bestia” di tutto rispetto, indipendentemente dal colore della sua pelle, dalla bandiera cioè della nazione per cui volo, eccone le misure:

416 posti, un’apertura alare di 60 metri, una lunghezza di 70 metri. Un’altezza di 19 metri ed un peso al decollo di 372.000 chilogrammi. I serbatoi hanno una capienza di 193.000 litri di carburante, che consentono un’autonomia di 9.700 chilometri, una capacità di carico di 56.000 chilogrammi di merce ed una velocità che sfiora i 1.000 chilometri orari per un consumo di 13.500 litri di carburante ogni ora. Quattro motori che danno una spinta di 24.000 chilogrammi.

Adesso capite perché quando mi siedo in cabina ed allaccio le cinture, quando dò ordine di chiudere i portelloni di carico e quelli di ingresso, quando dico all’equipaggio di preparasi per il “take-off” (decollo), quando ricevo l’OK dalla torre di controllo e vado in fondo pista pronto a partire; quando tiro un sospiro per scaricare la tensione e spingo le manette del gas sino in fondo e dò la spinta massima ai quattro motori, mi sento un domatore in gabbia, prigioniero e padrone, suddito e sovrano, vincitore e vinto.

Ad un certo punto della pista di decollo, quando i motori girano al massimo, debbo scegliere, o abortire il decollo e frenare tutto, per fermarmi a fondo pista, o staccarmi ed iniziare a far parte del cielo.

Se decido di alzarmi, come di solito faccio, a meno che non abbia a riscontrare anomalie, sono al punto di non ritorno, se frenassi dopo tale scelta andrei a sbattere chissà dove oltre il termine della pista. Ed allora devo staccarmi, con gli occhi sulle mille luci del quadro di controllo e le mani salde sulla cloche comincio a tirare, e, dolcemente, la cloche mi viene incontro, tra le ginocchia, e nel fare questa manovra sento che l’aereo si sta alzando, che i 372.000 chilogrammi dell’aereo e le 416 persone che sono a bordo stanno salendo con me, e sono conscio di avere tutto questo nelle mie mani, li sento quasi fisicamente, ed un brivido orgasmico mi scuote impercettibilmente, due gocce di sudore mi imperlano la fronte e dico a me stesso “È andata, anche questa volta la bestia è stata docile, mi ha seguito senza problemi”.

Tiro un sospiro, passo i comandi al secondo, che completa l’ascesa sino alla quota di crociera e mentre l’aereo continua a salire sino a 12.000 metri chiamo lo steward e gli ordino un caffè macchiato, poi mi alzo, dò una pacca sulla spalla al motorista, esco dalla cabina, adocchio la hostess più carina con la quale passare ore piacevoli nel momento della sosta in albergo all’aeroporto di arrivo, mi accendo una sigaretta e mi faccio il solito giretto di pubbliche relazioni qua e la per la mia città viaggiante, a 12.000 metri sopra il livello del mare.

Chiacchiero con l’equipaggio ed i passeggeri, si tratta del MIO equipaggio, dei MIEI passeggeri, siamo tutti nella pancia della “bestia”, ma so che questo non deve spaventare nessuno, terrò calma la “bestia” anche nella fase di atterraggio, poi so che il ventre della “bestia” si aprirà per lasciare uscire tutti, indenni e felici.

Dite che guadagniamo troppo, che siamo gente strana, fissata con i controlli, che lavoriamo solo 1.000 ore all’anno rispetto al metalmeccanico che ne lavora quasi il doppio?

Non vi risponderò subito, se mi avete seguito sin qui non dovreste farmi di queste critiche, se però persistete tornate a bordo con me, vi farò accomodare in cabina di pilotaggio e, quando la “bestia” starà per staccarsi da terra, vi inviterò a ripetere quello che avete detto, se ne avrete il coraggio.

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Discussioni

  1. Ti ho letto con molto interesse, soprattutto perché hai dato tante informazioni sul mondo dei piloti e dei Boeing 747. Non ci si mette mai nei panni del pilota… è come dire: finché le cose vanno fatte bene, nessuno se ne accorge.

  2. Volo (da passeggero) da quando avevo 14 mesi. Da ché ho ricordi, trovo immagini di aerei, finestrini, scalette, aeroporti, ali e motori. Ricordo quando la mia maestra delle elementari mi prese in giro perché dissi di aver visto che i motori di un aereo di linea (era un DC8-43?) erano marchiati con la doppia R della Rolls-Royce, e lei sapeva solo che la Rolls-Royce faceva auto di lusso come quella della regina d’Inghilterra. Ricordo chiaramente che menzionò persino James Bond.
    Ignorante, quella del ’63 era una Bentley.
    Ricordo il giovane soldato armato di mitraglietta che montava di guardia nella sala arrivi dell’aeroporto di Milano (penso fosse durante il mio primo viaggio).
    Ma soprattutto ricordo cabine di pilotaggio: mi facevo sempre dare il diplomino, frignavo per averlo. E volevo vedere il cruscotto del capitano. A quei tempi le cabine di pilotaggio non erano blindate e non stavano sempre chiuse, così mi sporgevo sempre dal sedile verso il corridoio per guardare dentro. E mi proponevo sempre per primo per la visita che spesso facevano fare ai bambini prima dell’inizio del volo.
    Oggi sono vecchio e sono un ingegnere elettronico eppure quel fascino mi colpisce ancora.
    Adoro volare e adoro gli aerei, con tutta la loro potenza appena dominata nonostante tutta la tecnologia che ci mettiamo dentro.