Il Capanno di Mr. S
Il paesaggio canuto, che mi si presentò dalla finestra quella mattina, non mi piaceva.
Così, decidemmo di starcene nel casotto di legno.
Io, avvolto in una coperta, accanto al fuoco del camino, con in mano un Vermut rosso e tra le labbra, la mia rustica, fumando un mix di trinciato italiano e toscanelli.
Lei, sotto la trapunta di piume d’oca in quel letto cosi accogliente, che dividevamo da tre giorni.
Il destino, che ci portò lì: nudi, isolati ma felici, non ha importanza; perché passato, quindi irreversibile.
Avevamo fatto l’amore fino a poco prima dell’alba, Lei si era addormentata subito, mentre io la osservavo sognare: i suoi figli oramai grandi per un bacio o una carezza, le sue amiche bigotte sempre pronte a sentenziare su tutti e tutte, il viso incazzato del cornuto, quando lo aveva mollato, per raggiungermi.
Da quando le aprii la porta tre giorni fa, non sono più riuscito a scrivere una sola parola.
Tutte le mie forze, tutti i miei pensieri, tutta la mia gioia di scrivere, è stata risucchiata in quello scrigno che teneva in mezzo alle gambe.
Ero cosciente di quello che mi stava accadendo, e non mi importava.
La fumata era finita, così iniziai a preparare un intingolo a base di sugo e carne in scatola insaporito con un mix di spezie indiane. Qualcosa da consumare, comodi accanto al fuoco, stretti uno nelle braccia dell’altra, tutto accompagnato da Chablis per lei e Vermut rosso per me. Avevamo rinunciato agli abiti.
I fogli del racconto, erano posti sopra il piano delle tavolo, accanto alla macchina da scrivere, armata con ancora l’ultimo foglio con sopra stampata una frase lasciata in sospeso, da cui ritornavo ogni volta che potevo, rimanendo a fissare il vuoto, con entrambe le mani sospese e con le dita che inconsciamente battevano nel vuoto.
Una tortura di Miele e di Fiele che ancora per poco, avrei sopportato.
Fu durante quel supplizio, che sentii le mani di lei toccare le mie spalle, per poi scendermi sul petto e raggiungere il mio arnese risvegliato, la sua bocca succhiarmi alla base del collo, e poi con gesto atletico andarsi a sedere su le mie gambe di fronte a me impalandosi, contrapponendosi tra me e quella frase, risvegliando il mio desiderio di fottere.
Fuori era buio, il generatore si era spento ore fa, solo il fuoco ci illuminava proiettando le nostre ombre sulle pareti, come un gioco d’ombre cinesi.
Dovevo fare una scelta, il giorno della consegna, si stava avvicinando ed, io ero maledetto, come Prometeo incatenato, ero impotente alla mio martirio.
Così presi la decisione: feci rivestire la mia amata, le misi in mano alcuni biglietti da cento, e chiamai un Taxi, il più veloce della contea, con l’ordine di portarla al mio appartamento al Majestic. Non volli baciarla, nè stringerla a me, mi limitai a spostarle la ciocca rossa di capelli dietro il suo orecchio destro.
Lei non disse nulla, accennò un sorriso e stette ai miei desideri, era abituata a compiacere il cornuto, che non vide nulla di male, nel fare lo stesso con me.
Quando la porta si chiuse, fui travolto dalle parole, caddi in trance difronte alla macchina da scrivere, iniziando a battere sui tasti senza prender fiato, per tutta la notte ed il giorno ed una notte ancora, fino a quando non posai l’ultima pagina del racconto sulla risma di carta prima di chiuderla con un laccio da scarpa.
All’alba il galoppino dell’editore, trovò ad aspettarlo il racconto sul tavolo accompagnato da un breve messaggio di ringraziamenti ed una nota su dove trovarmi nei giorni avvenire.
L’ascensore del Majestic, sembrava fermo nel salire al mio piano, quando le porte si aprirono quasi volai fuori, spalancai la porta della stanza, ma nel suo interno non trovai altro che un letto sfatto, i resti di una colazione per due ed ai piedi del talamo un cestello del ghiaccio oramai pieno d’acqua con una bottiglia di champagne capovolta dentro.
Posai il mio bagaglio a terra, chiamai il servizio in camera per una bottiglia di Vermut rosso e del tabacco da pipa, poi andai a farmi una doccia, mentre la cameriera al piano rifaceva la stanza.
Ti piace0 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
è un racconto pieno di azione e dal modo in cui è scritto lo vedo più affine al linguaggio della sceneggiatura che alla narrativa, tuttavia il genere hard-boiler è sempre interessante perchè praticamente ognuno può piegarlo a suo favore
Grazie per il commento…cerco sempre di sperimentare non avendo uno stile mio…o forse è questo il mio stile boh?… alla prossima ….
Ciao Mo.Ma., una trama alla Chandler non originale e abbastanza stereotipata, ma simpatica e scorrevole. Anch’io ti suggerirei una rilettura per eliminare alcune virgole di troppo e rimediare ad alcuni errori.
Salve grazie per il commento ….per gli errori è più forte di me …giudico me stesso un analfabeta prestato alla scrittura …
Mi è parecchio piaciuta la trama di questo racconto, molte volte narrata e tanto scontata da risultare sempre piacevole quando se ne legge. E qui, devo dire, ne ho letto con piacere. Ci sono, a mio avviso, tutti gli ingredienti giusti per un testo che strizza l’occhio al noir americano. Lui di successo e facoltoso, misterioso il giusto. Lei da perfetto clichè. L’unica cosa, se accetti un mio suggerimento, dovresti rileggere per evitare alcuni errori che sicuramente possono capitare. Molto gradito.
Sale, Grazie per il commento ed i suggerimenti