Il capolinea

Era un afoso sabato mattina di inizio estate quando il postino consegnò ad un Baccio ancora confuso dai bagordi della sera precedente, oltre che da un senso esistenziale non ancora chiaro, una busta argentata di pregevole fattura.

Pensieri funerei attraversarono la mente del demente, inquinata, oltre che dai velenosi fumi dell’alcol, dal timore che le scriteriate marachelle passate potessero presentarsi sotto forma di figlio.

Ovviamente ciò lo avrebbe esposto al crudele scherno di Simeone, il suo sempiterno amico disagiato, da sempre accusato da Baccio di essere irrimediabilmente vittima della sua sordida passione per le donne.

Baccio aprì titubante la busta, rimanendo a lungo in silenzio, attonito, al cospetto del suo contenuto. Si trattava di una partecipazione nuziale. Non era però un matrimonio ordinario bensì quello del loro vecchio amico di scorribande, da tempo datosi alla macchia, al secolo Massilio Pecoreccio, tristemente noto alla comunità come Manzokhan, per la spiccata propensione all’idiozia camuffata da ribalderia.

Non lo sentivano dal giorno in cui l’esasperato padre lo aveva scaraventato fuori di casa. La vulgata urbana, in realtà forgiata ed alimentata dai due disadattati di Simeone e Baccio, narrava che il Manzokhan fosse fuggito con una carovana circense ed ivi riciclato come uomo cannone. Ovviamente nessuno conosceva la verità.

In quello stesso istante il cellulare di Baccio squillò.

Era Simeone.

Baccio capì immediatamente. Rispose chiudendo gli occhi e sospirando.

“Anche te stai leggendo quello che leggo io?” esordì.

“Già” rispose con voce ancora impastata Simeone “ma non era morto?” nicchiò.

“Evidentemente no.”

“Hai visto dove si sposa quel disturbato?” esclamò Simeone, all’epoca ancora contagiato da una visione scenica e megalomane dell’esistenza.

Baccio lo aveva notato eccome. D’altronde era nello stile del Manzokhan. Dove poteva sposarsi quel rimbarcato se non a Stortona, la capitale del vizio e del degrado?

“Sarà donna?” sibilò Baccio.

“Dai” replicò Simeone con una risata gracchiante.

“Dalla nascita intendo” nicchiò ridacchiando Baccio.

Simeone sprofondò nel silenzio tipico di chi non ha strumenti per replicare. D’altronde viva la libertà.

Baccio e Simeone dovettero accendere un mutuo ipotecario con garanzia sugli organi per pagarsi il viaggio ed i vestiti.

Dopo una cavalcata estenuante raggiunsero la mastodontica e fatiscente Stortona.

Lo stile della villa dei genitori di Pamela, la fantomatica sposa, protetta da uomini vestiti in nero i quali, dopo averli perquisiti, li presentarono, con malcelato disgusto, come “Amici di Don Massilio”, permise ai due disagiati di realizzare che il Manzokhan si era stavolta infilato nel più colossale dei casini.

L’ipotesi si tramutò in certezza quando videro comparire Massilio fasciato da una pomposa vestaglia in porpora rossa a coprire un ignobile canottiera della salute bianca, sovrastata da un  catenaccio in oro che ricordava la catena di ancoraggio del Titanic.

“Amici” esclamò con voce caricaturalmente roca tipica della landa stortonese ed aprendo le braccia teatralmente.

Baccio e Simeone si guardarono, indecisi se finirlo di legnate immediatamente od in sede separata; alla fine prevalse la seconda opzione.

Massilio li condusse sul terrazzo, lontano da occhi ed orecchi indiscreti.

Li, in una frazione di secondo, tornò il disadattato demente che ricordavano.

“Ragazzi, sono nel casino!” proruppe con la sua caratteristica voce nasale e perennemente in falsetto.

“Cosa hai inventato stavolta sciamannato?!” lo incalzò Simeone.

Massilio espose l’inopportuno sorrisetto sardonico per cui in passato era stato spesso malmenato con ferocia.

“Ho conosciuto Tamara. Quando mi ha detto che il padre era un narcotrafficante, le ho detto, per fare colpo, che potevo farlo entrare nel giro della bianca nella città della torre storta. Lei mi ha creduto e mi condotto qui per organizzare un matrimonio di affari” esclamò, non astenendosi dal ridacchiare nonostante la drammaticità della situazione.

“Affari?! Te?!” esplose Baccio “Razza di squilibrato! Adesso capiranno che sei quello che sei sempre stato, ovvero un cazzone, ed il colpo te lo daranno, si, ma di pistola!” urlò istericamente.

“Per questo vi ho voluto con me” replicò Massilio piantando i suoi occhi bovini in quelli degli amici.

Simeone divenne più bianco del latte di capra di alta montagna. “Che vai blaterando pazzo?” domando con voce tremolante “In che modo ci vuoi impantanare in questo delirio?!”

In quel momento la porta di ingresso al terrazzo si spalancò.

Apparve un uomo tarchiato dallo sguardo duro e penetrante; indossava una camicia di seta lavata nera e una sequela di anelli affrontabili solo con gli occhiali da sole.

“Quindi sono loro i tuoi famosi amici?” domandò l’uomo con il medesimo timbro roco tipico della zona.

“Si papà” rispose Massilio assumendo nuovamente il tono di voce greve da gangster di quartiere.

In un attimo le gambe di Baccio e Simeone divennero liquide. Era evidente che il demente di Manzokhan li aveva presentati come il suo lasciapassare per i traffici della città storta. Stavano ipotizzando sul modo in cui sarebbero stati smaltiti, quando l’imponderabile accadde. Orazio, ex fidanzato di Tamara, si era improvvisamente appalesato per reclamarne, pentito, la mano. Fu in quell’ istante che emerse, in tutta la sua evidenza, la funzione che il Manzokhan aveva avuto sin dall’inizio, ovvero quella di catalizzatore di gelosia da liquidare agevolmente una volta raggiunto lo scopo. Orazio proveniva da una dinastia di trafficanti internazionali ed era considerato partito assai più appetibile per un matrimonio di affari.

Nel corso della stessa mattina il Manzokhan venne infatti parcellizzato con una generosa buonuscita; qualcosa scivolò anche nelle tasche degli amici per il disturbo.

I tre manfruiti non si opposero in alcun modo, ed anzi, senza dignità alcuna, radunarono i loro effetti personali e lasciarono la villa alla velocità del pennuto dei cartoni animati.

Baccio, madido di sudore, spinse l’acceleratore a manetta per almeno un centinaio di chilometri. Nell’auto regnava il silenzio spettrale di chi aveva visto spalancarsi, e poi richiudersi, le porte degli inferi.

I tre storditi ripresero a parlare a monosillabi quando videro le prime indicazioni per la città con la torre storta.

Quando arrivò il momento di accomiatarsi si guardarono in silenzio, annuendo a turno con nostalgica dolcezza, e poi si divisero. Non ci fu necessità di parole per capire che il credito che il mondo aveva accordato alla loro insopportabile dabbenaggine era terminato, e, con esso, il tempo della spensieratezza. Per ognuno di loro era arrivato il momento di imboccare la propria strada; ma questa è un’altra storia, una storia chiamata vita.

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Discussioni

  1. Qui l’eccesso non è solo un registro, è una scelta consapevole e riuscita. Il grottesco tiene, l’iperbole è governata, e la verbosità diventa ritmo più che rumore. La cosa più forte è che sotto la farsa resta leggibile una lucidità amara sul finire dell’incoscienza e sull’amicizia come ultimo territorio condiviso prima della dispersione. Il finale funziona proprio perché non strizza l’occhio: arriva netto, adulto. È una scrittura che sa esagerare senza perdere controllo, e la voce è pienamente tua, riconoscibile e matura.

  2. Sorprendente: vanno a cavallo ma hanno il cellulare e ritornano in automobile. E sia, viva la libertà: ma forse quella cavalcata è metafora di una viaggio, non bisogna attaccarsi troppo alla lettera. I personaggi sono incredibili e stanno in piedi proprio in virtù della loro assurdità: in questo genere di racconti è meglio esagerare, e tu hai esagerato in modo egregio. Ho già letto altro di tuo e devo dire che il tuo stile mi convince. E, aggiungo, hai una ricchezza e, a volte, una preziosità lessicale nient’affatto usuale.

    1. Buongiorno Francesco,
      come giustamente notato, la cavalcata è l’allegoria di un viaggio che, nel caso dei nostri simpatici disagiati, assomiglia più ad un penoso e grottesco calvario.
      Ti ringrazio per l’apprezzamento e spero di riuscire, anche in futuro, a mantenere le premesse.
      A presto!

  3. È un racconto che parte con l’eleganza di una partecipazione di nozze e finisce con la grazia di una sirena della DEA che sfonda la porta. L’idea di Massilio che convoca Baccio e Simeone per annunciare il matrimonio—salvo poi rivelarsi ostaggio (morale, logistico o farmacologico) di un giro di narcotrafficanti—funziona perché gioca sul più classico degli equivoci: la vita adulta come trappola, ma con molti più reati del previsto. Il matrimonio, che dovrebbe essere il trionfo dell’ordine sociale, diventa una copertura da manuale: più che “finché morte non vi separi”, qui siamo su “finché il cartello non si spazientisce”. Baccio e Simeone, presumibilmente chiamati a fare da testimoni, finiscono invece nel ruolo di comparse attonite, perfette per incarnare lo spettatore medio: inizialmente più confuso che commosso (come altrimenti, se di mezzo c’è Massilio?), infine deliberatamente terrorizzato. Il tono ironico, perfettamente padroneggiato, regge proprio grazie al contrasto tra la banalità dell’annuncio e l’assurdità della situazione reale. Molto molto bene!

    1. Il “Sì papà” di Massilio verso il futuro suocero mi ha fatto sputare un polmone, assassino! Ah dimenticavo: « Ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è puramente casuale, specie quando si parla di quei ‘gentiluomini’ di Stortona.»
      Chiaro, no?

      1. Assolutamente si, è tutto della più sfrenata fantasia caro Simeon …. ehmmmmm … Simone 😉
        Quanto al “Si papà” non mi sorprende la tua reazione; anche in questo caso, sicuramente tutto merito di una fervida immaginazione condivisa. In fondo, come può esistere, nella realtà, una figura così caricaturale come Massilio?! Sarebbe come ammettere che è esistito davvero qualcuno che ha inneggiato il padrone degli inferi di fronte a due suore anziane stipate nell’abitacolo di un’utilitaria, o uno scriteriato che è riuscito a scatenare l’ira di un’intera spiaggia brandendo un remo, o un altro disturbato che è tornato una sera a casa con una camicia inspiegabilmente sporca di schizzi sangue, bruciata dalla madre senza porre quesiti, in quanto era stato spettatore in prima linea di una feroce rissa tra militari americani e buttafuori; assolutamente inconcepibile ……..

    1. Buongiorno Giulio,
      in realtà l’ispirazione proviene da fatti vissuti e personaggi esistenti, i quali non erano esenti, causa superficialità mista ad ardore giovanile, da infilarsi in situazioni crepuscolari.
      Ovviamente la mia presenza non dipende dal fatto che ne ero testimone casuale