Il cappello

Serie: Uomini


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: .

Sto per uscire di casa e capisco subito che qualcosa non funziona. Ho un presagio di sventura.

Il gancio dell’ingresso è vuoto. Il mio cappello non c’è.

Resto fermo con il cappotto addosso e la mano sospesa a mezz’aria, pronta al gesto abituale: afferrare la tesa, sistemarla sulla testa con quel movimento breve, deciso, da uomo che sa dove comincia la giornata. Il gesto parte, inciampa, si spegne. La mano ricade. Plaf.

«No.»

Il mio cappello non è solo un cappello. È un regolatore. Un sistema. Senza, la testa perde forma. Le idee si urtano, rimbalzano, fanno casino. Con il cappello restano in fila. Educate. Pronte.

Mi avvicino allo specchio. La testa nuda mi restituisce un uomo che sembra appena uscito da una decisione sbagliata. È inquietante.

Comincio a cercare. Metodo rigoroso. Tavolo: chiavi, monete, un foglio con scritto “comprare limoni” e una penna che non scrive ma insiste a restare. Nessun cappello.

Divano. Sollevo un cuscino: pof. L’altro: pof. Il terzo: pof. Al quarto ho l’impressione che i cuscini si stiano divertendo.

Guardo sotto il divano. Trovo polvere, un calzino che non riconosco, una mollica fossile. Il cappello no.

Mi rialzo con un sospiro.

Cammino in cerchio. Toc-toc. Non è il pavimento: è la pazienza che batte.

Poi li vedo.

Gli altri cappelli.

Sono lì, sull’attaccapanni, immobili. Cappelli di riserva. Cappelli di seconda linea. Cappelli che entrano in servizio solo quando piove o quando non c’è alternativa. Li guardo. Loro guardano me.

Ne prendo uno. Lo rigiro. È leggero. Troppo leggero. Un cappello che non prende decisioni. Lo indosso. Mi guardo allo specchio.

No.

Sembro uno che chiede indicazioni. Uno che ascolta troppo. Uno che ringrazia. Lo tolgo subito, come se scottasse.

Ne prendo un altro. Più rigido. Più serio. Lo metto. Inclino la testa.

No.

Li provo quasi tutti. Ogni volta una delusione diversa. Uno mi rende anonimo. Uno mi rende sospetto. Uno mi fa sembrare un mio cugino che non vedo da anni. Nessuno fa il lavoro giusto.

Li rimetto a posto con una cura che sa di rimprovero.

«Voi no.»

Quando l’ho indossato l’ultima volta.

Ieri sera.

Ieri sera ero da Ernesto. Questo è un fatto. Ricordo il vino, il tavolo, una discussione sulle cose che non faremo mai. Ricordo di aver appoggiato il cappello. Appoggiato dove. Appoggiato è una parola che non dice niente. Stupido io ad averlo lasciato incustodito.

Prendo il telefono antico. La cornetta pesa, e questo mi consola. Le cose importanti hanno sempre un certo peso.

Compongo. Trrr… trrr… trrr… Ogni giro del disco è un rimprovero al me stesso del giorno prima.

Ernesto dice che non c’è. Dice che ha guardato. Dice che sul divano non c’era. Dice che in cucina non c’era. Dice che non l’ha visto.

Io invece lo vedo. Nitido. Appoggiato sul suo tavolo, accanto a quel centrino inutile. E questa discrepanza mi irrita più dell’assenza.

Chiudo. Clack.

Resto in piedi, con la cornetta ancora in mano.

«È solo un cappello.»

Lo dico scandendo bene. E mentre lo dico sento che è falso. La frase cade storta. Fa tac.

Poi il pensiero arriva. Netto. Ordinato. Logico.

Certo. Ernesto.

Ernesto è un collega. Stesso ufficio, stessa scrivania grigia, stesso caffè annacquato alle nove e dieci. Ma senza cappello. Sempre senza. Ernesto ha una testa che chiede aiuto e non lo sa.

Io invece entro, appoggio la borsa, sistemo la tesa. E qualcosa cambia. Le frasi si aprono. Le battute arrivano. Le donne alzano lo sguardo. Non per malizia. Per istinto. Il cappello crea una linea. Una promessa di virilità, di sicurezza sociale, d’intelligenza superiore.

Ernesto lo ha visto mille volte. Ha visto come mi guardano quando parlo. Come sorridono un secondo in più. Come fingono di non fissare, ma fissano. Ha visto il cappello fare il suo lavoro. E ha fatto finta di niente. L’invidia è educata, quando vuole.

Lo immagino, adesso. Solo in casa. Il mio cappello sul tavolo. Lo guarda. Forse lo sfiora. Forse se lo prova davanti allo specchio, di nascosto, con quell’aria tesa di chi spera che qualcosa accada. Che le spalle trovino posto. Che le donne appaiano dal nulla.

Ma niente.

Perché il cappello sente. E resiste. Non gli appartiene.

«Non ti appartiene.»

Lo dico con calma. Non è furto. È sequestro. Trattenere ciò che non si è in grado di essere.

Annuisco. Tutto torna. Forse.

No. Non sarebbe capace di un simile delitto.

Riprendo a cercare, ma con un’altra postura. Indagine. Apro l’armadio: wham. Frufrufru. Sciarpe, camicie, tutte le stagioni in otto ante. Niente.

Bagno. Mobiletto: squeek. Niente. Lavatrice. Apro durante la centrifuga: vrrr… calzini, vapore. Niente.

Apro il frigorifero. Piin. Luce fredda. Salame, formaggio, una foglia di insalata che ha smesso di credere nel futuro. Nessun cappello.

Richiudo. Thunk.

«Non ridere.»

Me lo dico piano. Perché sento quel principio di riso che nasce quando le cose scivolano. Il riso è pericoloso. Se rido, perdo autorità.

Mi siedo a terra. Il pavimento è freddo. Senza cappello il freddo sale più in fretta, si prende confidenze.

Forse non è stato rubato.

Forse se n’è andato.

Il cappello ha sentito tutto. I progetti mai finiti, le frasi lasciate a metà, le idee difese con poca convinzione. Forse ha deciso che non lo meritavo.

Mi alzo di scatto. No. Basta. Un uomo senza cappello diventa immediatamente un caso sociale.

Raddrizzo la schiena. Alzo il mento. Fingo. Sistemo una tesa invisibile con due dita. Per un secondo funziona. Poi l’aria mi colpisce diretto in fronte e capisco che sto barando.

Sento un fruscio.

Minimo. Infame. Rivelatore.

Mi giro.

Sul bracciolo della poltrona, schiacciato, quasi vergognoso, c’è lui. Il cappello. Il magnifico. L’indispensabile. Il colpevole.

Lo guardo. Lui non si giustifica. È tornato e basta, con la sfacciataggine degli oggetti amati.

Lo afferro. Due colpi secchi: paf-paf. Lo indosso.

Tutto rientra. L’aria si sistema. Le idee smettono di scappare. La stanza torna della misura giusta. Io torno della misura giusta.

Resto fermo un attimo. Poi sorrido, appena.

E finalmente posso uscire.

Continua...

Serie: Uomini


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Discussioni

  1. Non avevo mai letto, prima d’ora, un racconto che fosse un’ ode al cappello. Non ho mai avuto una grande passione per i copricapo, però immagino che l’ oggetto in questione può suscitare l’ interesse di tanti che ne condividono il gusto o la necessità di usarlo. Io, francamente, apprezzo sempre il tuo stile, ma preferisco i soggetti umani, in carne, ossa e anima vera, che hai raccontato finora.

    1. Ciao. Si tratta di un esperimento. Volevo scrivere un monologo teatrale, ma mi sono reso conto di non avere gli strumenti per farlo. Quindi ho trasformato la breve storia in un monologo. In realtà il protagonista della storia non è il cappello, ma l’uomo, che senza il suo copricapo si sente perduto.

      1. Il cappello come metafora di protezione, non solo fisica, ci sta e qualcosa arriva del suo significato simbolico, ma le sensazioni trasmesse attraverso l’ oggetto in questione, sono meno dirette, pur avendo un senso importante, anche filosofico.