
Il carcere purpureo
Serie: Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato
- Episodio 1: Alla vigilia della cerimonia. L’incubo del discorso
- Episodio 2: La camera bianca
- Episodio 3: La camera nera
- Episodio 4: Marcus e Greta
- Episodio 5: Il pavone nero
- Episodio 6: La ruota panoramica
- Episodio 7: Prima intervista
- Episodio 8: Il carcere purpureo
- Episodio 9: Il racconto di Greta: “Il tordo”
- Episodio 10: La costellazione dell’Ofiuco
STAGIONE 1
Le lezioni di latino e greco ripresero regolarmente. Agli occhi del professor Hans ero sempre il suo solito allievo, così agli occhi assonnati di Marcus, ma zio e nipote erano altrettanto inesistenti per me, da quando avevo cominciato a intrattenermi più tempo con Greta, sempre di pomeriggio, sul tardi, quando finivo le lezioni dallo zio e attendevo che lei riemergesse dalle sue ombre, nell’ultimo atto tra il corridoio e l’ingresso, per concordare quel segnale fugace che favorisse un appuntamento. Di solito la aspettavo due isolati più avanti, in una traversina dove c’era una gelateria. Pochi minuti e mi raggiungeva. Si camminava a lungo, nel silenzio. Quando mi parlava, cercavo di memorizzare ogni singolo istante trascorso con lei, perché raggiungesse le mie prossime pagine nel modo più verticale e ispirato. Greta mi parlava dei suoi raccontini – l’ultimo lo aveva intitolato “Il tordo” –, e anche del fatto che i suoi sogni narrativi stavano diventando sempre più tortuosi e labirintici.
«Sono sogni di nebbia –» mi diceva «e allora, quando cerco di trasferirli sulla pagina, anche le mie parole diventano nebbiose e tutto si contorce e così mi ci perdo, capisci? Sarei tentata di smettere e aspettare che ritorni l’ordine dei sogni di un tempo.»
Io cercavo di spiegarle che un sogno non poteva mai essere in ordine. L’ordine e il sogno erano due dimensioni inconciliabili, né poteva pretendere di allinearle, ma secondo Greta mi sbagliavo. Un tempo i suoi sogni erano semplici, luminosi, quindi pronti per diventare della buona scrittura. La scrittura limpida dei sogni, era così che lei la definiva.
Quando ritornammo sulla ruota panoramica, le confidai che stavo scrivendo di lei e di suo fratello. Era un tentativo di autofiction, le precisai, dove potevo ritrovare il fuoco amorevole della “Camera Bianca”, e allora Greta, invece di interessarsi al mio ultimo scritto, mi chiese con insistenza del romanzo “La Camera Bianca”, curiosa del fuoco amorevole di cui le avevo accennato. Così le parlai della zia Clorinda e della sua camera del reparto di psichiatria. Alle mie parole gli occhi le si fecero docili, sognanti. Mi strinse un polso, implorandomi di portarla lì per conoscerla. Non aveva mai avuto l’occasione di visitare un reparto di psichiatria. Era desiderosa di conoscere mia zia, ma forse nel suo eccessivo interesse aveva intuito che nella camera bianca vi fosse qualcun altro, come nel mio libro, dove descrivevo il vuoto di una camera e lo sguardo disorientato di una madre – moneta spicciola senza resto.
Un intero romanzo a passeggiare nelle sue rovine, istante dopo istante, dove ogni suo sguardo sulle piccole cose doveva resistere all’oblio, facendosi carico di elementi vicari, sporcarsi di belletto, di fragoline di bosco, di boccacce. L’albero di camelia dalla finestra, il comodino poco illuminato, un libriccino di preghiere, la mucca cucita sulla pantofolina, la sveglietta difettosa, una mia foto di compleanno… e intanto Greta mi stringeva ancora il polso, chiedendomi quando l’avrei portarla lì, nella clinica, e io le promisi martedì, saremmo corsi nel primo pomeriggio, l’orario delle visite, e lei sembrò emozionata della mia accondiscendenza, e mentre pensavo di dirle la verità, che la donna internata non era mia zia ma mia madre, qualcosa di oscuro ancora mi tratteneva.
Dovevo combattere a lungo la mia resistenza. Se Greta, durante l’incontro con mia zia, avesse intercettato il mio sguardo sulla natura disarmante del suo vuoto, avrebbe capito che si trattava dell’abisso di una madre e a quel punto sarebbe stato troppo tardi per correre ai ripari dall’inganno, non avrebbe più avuto fiducia in me e tutto sarebbe finito. I suoi occhi si sarebbero addentrati nella delusione, le sue parole non sarebbero state le stesse del pomeriggio in cui le avevo raccontato della camera bianca di zia Clorinda, ma avrebbero assunto un altro significato. Seppure l’avessi inseguita nel corridoio del reparto, cercando di trattenerla, spiegandole i motivi per cui non le avevo detto la verità, lei si sarebbe divincolata, ottenendo la meglio su tutte le mie considerazioni e giustificazioni che mi avevano portato a progettare la menzogna, il punto inatteso di non ritorno. E così sarei restato inerme, a vederla allontanarsi nei viali bianchi del giardino, sollevando poi lo sguardo alla finestra della camera di mia madre, contando le sbarre prima di risalire e tenerle compagnia, per poi soffocarla con un abbraccio – o un cuscino variopinto. Tutto questo, pensavo, avrebbe fatto un gran bene al mio romanzo, ma avrebbe danneggiato per sempre il mio rapporto esclusivo con Greta. Dovevo scegliere.
Così la avvicinai, prima del martedì prefissato per la nostra visita, dicendole che c’era una rettifica da fare riguardo alla paziente ricoverata all’interno della clinica, e quindi della camera bianca, dal momento che in quella camera Greta avrebbe conosciuto mia madre e non mia zia.
Quando finii di parlarle, Greta mi prese la mano, con maggiore delicatezza rispetto a qualche giorno prima. Mi tranquillizzò, dicendomi che per lei non cambiava nulla il mio grado di parentela, ma la condizione profonda della persona in questione, l’internata amorevole, come la chiamava tutte le volte che affrontavamo l’argomento. Il suo dolore, quindi la sua unica verità, la sua natura primordiale di verità, che Greta vedeva imprescindibile dalla natura del dolore, così come la natura del dolore, in tutte le sue forme, dalle più elementari alle più sofisticate, corrispondeva alla natura amorevole della verità di scrittura e al suo imperativo poetico.
«Non conti più tu, ma solo lei, la prigioniera amorevole, la persona internata» mi fece, e anche parlandomi dello zio Hans mi confidò che a suo modo era anche lui un internato: dei suoi libri, della sua perfezione, dell’orrore del suo lucernario scarlatto all’ingresso, del suo vecchio studiolo senza luce e senza vita – il carcere purpureo, come lei l’aveva battezzato per il colore soffocante del parato.
Quel martedì pomeriggio, mentre salivamo in silenzio le scale per raggiungere il reparto, la sentii diversa, più fredda del solito. Le chiesi se andava tutto bene. Alla mia domanda si rabbuiò; poi abbassò gli occhi, li avvinse, confessandomi in un sussulto che il professor Hans era suo padre.
Serie: Considerazioni disilluse di uno scrittore dimenticato
- Episodio 1: Alla vigilia della cerimonia. L’incubo del discorso
- Episodio 2: La camera bianca
- Episodio 3: La camera nera
- Episodio 4: Marcus e Greta
- Episodio 5: Il pavone nero
- Episodio 6: La ruota panoramica
- Episodio 7: Prima intervista
- Episodio 8: Il carcere purpureo
- Episodio 9: Il racconto di Greta: “Il tordo”
- Episodio 10: La costellazione dell’Ofiuco
Sto amando molto il personaggio di Greta, che io immagino ancora bambina, con trecce e abitini chiari. Una bambina antica, somigliante a quelle bamboline con il volto in porcellana che abitavano il centro dei letti dei nostri nonni nei loro abitini di velluto rosso. In certi momenti mi commuovo per la sua ingenuità, in altri riconosco in lei una saggezza d’altri tempi. Greta diventa per il protagonista una musa ispiratrice, addirittura donna da ammirare e prendere da esempio. Il fatto che lui non voglia tradirla con l’omissione di una verità, dimostra rispetto. Il fatto che lei gli riveli a sua volta il segreto più grande, dimostra fiducia.
Mi ritrovo molto con la tua visione del mondo di Greta, con il suo portamento, la sua fisionomia, i suoi contrasti latenti, a volte manifesti, che serpeggiano come una cantilena di un’altra epoca nei sentieri della storia. Un piccolo carillon che prende vita dall’interno di un ciondolo, o da un cofanetto di un appartamento antico, ormai disabitato.
La sento una figura sempre scorporata dal livello di realtà più consueto, attraversata da un flusso irresistibile che appartiene solo a poche persone, lasciando sempre la sua traccia e la sua profonda risonanza nell’aria del suo passaggio, come accade con le parole misteriose dei suoi scritti e con i vuoti delle sue pagine ancora incompiute.
Per il nostro scrittore, Greta rappresenterà una terra estrema di confine, in cui vi è sempre una luce che attraversa la nebbia e nel contempo una nebbia perenne che fende il pericolo di una nuova luce. Un altro castello di ghiaccio rispecchiato nella superficie di un lago, direi. Grazie delle tue suggestioni.
Un capitolo rivelatorio per entrambi e dove entrambi si mostrano vulnerabili l’uno all’altra.
Molto bello, molto intenso. La relazione che sta nascendo fra i due è sottile, ma tangibile.
Al tempo stesso, è significativo il conflitto interiore del protagonista, che ha dovuto scegliere fra la sua opera e la sua amica.
In effetti, come hai ben notato, qui cominciano a sfolgorare mondi più sottili e segreti dei personaggi, gli unici attraverso i quali riescano a rapportarsi con la vita e a comunicare tra loro a diverse profondità, come avviene in questo confronto sospeso, dove la loro voce sembra arrivare da lontano, da altri mondi e dimensioni, insieme ai loro sentimenti più oscuri, mentre i ricordi personali dello scrittore diventano misteriosamente un patrimonio comune.
Nel conflitto tra il romanzo e Greta, vissuto dallo scrittore, otteniamo un altro tassello importante del mosaico. Ancora grazie del tuo commento.
Bell’episodio Luigi, davvero molto bello!! Complimenti. Soprattutto la parte relativa ai sogni mi ha colpito molto. Complimenti ancora! ❤️😊
Ti ringrazio molto, Alfredo. Questo episodio mi è servito per configurare i livelli dimensionali di realtà dei personaggi, e di sicuro la parte relativa ai sogni ha intercettato diversi aspetti del loro apparato creativo, come se la loro scrittura, in particolare quella di Greta, appartenesse a un lato prettamente onirico, segreto, del loro percorso esperienziale. Un saluto e a presto.
Una simmetria disarmante, e su più livelli. Due ragazzi uniti non soltanto dalla scrittura, ma ora anche da questa doppia confessione, l’identico legame con i propri genitori, che li porta inevitabilmente a trovarsi sul terreno comune che è il dolore, quando lo proviamo forte da essere identico, la stessa gabbia per tutti. Ne “La ruota panoramica” avevo colto un parallelo, una sorta di proiezione, tra l’amore per la zia Clorinda e l’amore per Greta, sentimento che non ho ritrovato nell’intervista del capitolo successivo, dove il protagonista sembrava molto freddo nei confronti della ragazza. Ora, qui, ritrovo l’identico amore che ancora si divide tra le due figure, e leggerlo avendo prima fatto un piccolo balzo nel futuro, per poi ritornare al passato, mi lascia un retrogusto amaro in bocca. Ancora mi chiedo sia successo nel mentre. Provo, seppur per ragioni diverse, lo stesso dolore che descrivi così bene nel paragrafo finale. Mi resta la sensazione di queto legame nascente, che mi pare indissolubile, e mi chiedo dove e se andrà a finire…
Ciao, Dea. I tuoi commenti rappresentano sempre dei nuovi mondi, degli squarci di universi paralleli della narrazione, dove ci si potrebbe intrattenere all’infinito, senza stancarsi mai. Le corrispondenze e le simmetrie di cui mi parli, risentono, come un pò tutta la struttura, di una tensione entropica, dove è facile disorientarsi e non essere del tutto consapevoli e centrati. È la stessa sensazione che provo, e che sto provando, lungo l’elaborazione dei personaggi all’interno della storia, come della storia attraverso i personaggi. Questa simultaneità complessa tra azione, interazione, introspezione, mi porta sempre di fronte a scelte che il più delle volte subisco. I punti in comune tra Greta e lo scrittore sono diversi, alcuni lampanti, altri più intestini, opachi. Ora sto tentando di vagliare il grado sotteso di ambiguità nei confronti del loro mondo creativo, che potrebbe unirli o al contrario deflagrare del tutto il tessuto connettivo dei primi scambi ancora embrionali di relazione. C’è da dire che nel contrappunto tra figure genitoriali incrociate nel loro destino, pulsa la sete di un risarcimento dall’inganno a loro volta subìto, dove forse le pagine dei quaderni neri di Greta, e quelle più dilatate dei manoscritti dello scrittore, potrebbero costituire un territorio comune, forse un terzo universo o esopianeta dell’essere – o della follia – dove ciascuno potrebbe concertare una traiettoria. In ogni caso tra loro due è accaduto un incontro, forse l’unico della loro vita ad aver avuto un valore, al di là delle figure spettrali dei loro processi immaginari. Nell’intervista vi è una Greta diversa da quella che conosciamo, ma anche un altro scrittore. Temporalmente l’intervista è successiva a qualcosa che sarà accaduto tra loro senza che nessuno di noi lo sappia; almeno per ora.
Ti ringrazio ancora moltissimo per la dedizione e l’arricchimento del tuo sguardo.
“il vuoto di una camera e lo sguardo disorientato di una madre – moneta spicciola senza resto. “
bellissima questa immagine
Mi sono innamorato di Greta e questo no, non doveva succedere.
Prima di aprire un pezzo di Luigi, dobbiamo chiederci fino a che punto siamo disposti ad arrivare ed è ciò, esattamente quanto noi pretendiamo dai nostri autori, dalle storie che amiamo.
In questo fantastico episodio trovo due picchi di poesia in prosa. Il primo, che parte dai “sogni di nebbia” e si chiude con la “scrittura limpida dei sogni”. Il secondo, magistrale, sulla natura del dolore – termine che, non a caso, viene ripetuto tre volte a distanza di pochissime righe. La potenza di quest’ultimo, in termini di contenuto, esonda, dilaga. Uccide e fa rinascere: .
Dolore, un dolore pieno d’amore. Tanto vero che, talvoIta, diventa insopportabile. Da qui il legame naturale tra amore, dolore e follia… il disegno che si sta tracciando.
Splendida anche la descrizione della camera ” dove ogni suo sguardo sulle piccole cose doveva resistere all’oblio”.
Caro Luigi sei ispirato, non c’è che dire. Vibra nelle tue righe un sentimento intenso, vero che spinge il pensiero oltre il vincolo dell’immanente, concedendogli quell’aura che, come lasciavo intuire in apertura, ci abbraccia tutti. Tra i tanti sentieri che hai indicato, uno in particolare mi intriga, mi assilla: scegliere tra il romanzo e Greta è la domanda che noi, autori a tutti i livelli, dovremmo porci ogni istante. Essere o non essere; vita o sogno. Cosa sceglierei io? Cosa, le autrici e gli autori che leggo qui o altrove?
Penso alle parole, molto belle, lette ieri su un testo di @ariannapaju “E io continuavo a stargli dietro, non curandomi più di cosa ci fosse sulla mia strada, come se anch’io avessi avuto le ali.” Non saprei dirti perché, forse l’elevazione contrapposta al senso della vita che scivola nel buio. Realtà vs sogno. Chissà quante altre associazioni avrei potuto trovare, ma queste sono freschissime nella memoria.
Termino qui il mio volo libero, ma non senza una cabrata inaspettata: questo tuo scritto lo associo (mi perdonerai questa ineludibile indole visionaria, che resta tale soprattutto in campo musicale) alle immagini che evoca in me uno dei piu famosi album di Battisti “La batteria, il contrabbasso, eccetera”: in una traccia c’è la pazzia, in un altro, la rinascita dopo la morte.
Ecco, proprio a quest’ultimo rubo un verso da dedicare ai protagonisti dell’episodio, prossimi a riscoprire la luce: “i canti delle genti nuove all’imbrunire”.
Ciao, Robért. Le tue riletture e interpretazioni sono a loro volta frutto di una profonda ispirazione, quanto di una capacità di ascolto e di compenetrazione dentro le intercapedini della parte più in ombra dello scritto, come dei suoi vuoti d’aria. Hai colto alla perfezione la traslucenza del carcere purpureo, con tutti i suoi sovvertimenti di cupezza, di dolore e di follia, che il parato rosso dello studio del professor Hans, così come il lucernario minaccioso dell’ingresso, simboleggiano ed esemplificano come zona ultima di confine, oltre la quale si staglia l’abisso, ma nello stesso tempo il profumo e la percezione di una propria definizione e di una propria identità, che per il personaggio scrittore della serie ha un prezzo troppo alto, quanto è troppo alta la compassione per lo stadio allucinato di una figura materna, che sembra specchiarsi o rifrangersi nella minutezza misteriosa dell’amica scrittrice Greta, come se anche tra le due figure femminili si abbattessero i confini, nell’estenuarsi di una dissolvenza incrociata di ombre e malinconie perenni, che non danno mai pace, ma restituiscono una bellezza misteriosa alle loro luci. L’innamoramento perenne per questi stati progressivi di angoscia, di alienazione e annientamento, che costellano le varie parti di questi studi ancora in itinere, rappresentano il sentimento del lato oscuro e creativo dei personaggi, la foce primaria da cui la parola sprigiona la sua essenza, senza pretendere ascolto, efficienza, utilità, ma solo l’estromissione dal suo utero di radici e di serpi da cui si contestualizzano le sue origini controverse.
Hai colto con grande acume le dimensioni luministiche, simmetriche e contrapposte, che ho collaudato, come suggello del tipo di sguardo e di abbandono al continuo bisbiglio della verosimiglianza, dove si sprigiona la maledizione notturna con cui Greta compila, accecandosi, i suoi quadernini di racconti neri, e il desiderio simultaneo di trafugarne il liquore, da parte del personaggio scrittore, che cerca ancora una sua voce nelle nebbie del suo immaginario ferito.
Il tutto, anche dalle tue bellissime parole, si concentra sull’autenticità di questa voce, più che sulla sua perfezione o economia funzionale del suo utilizzo. Lo scrittore dovrà rubare le pagine di quaderno a una persona così vicina a lui, e nello stesso tempo irraggiungibile, come unica possibilità di sopravvivenza alle sue pulsazioni, al suo meccanismo stregonesco e incantatorio, lo stesso che stiamo vivendo entrambi in questo scambio fugace, ma argilloso, ricco di simboli, di sinestesie e di fragranze, quanto basti per ottenere una prova, nella traccia caotica di questi segni, di essere in vita e di non sognarlo; e in fondo, come è delineato dall’episodio in oggetto, è la natura del dolore, con tutte le sue estensioni, percezioni e diramazioni, a certificarlo, come atto notorio, canto imprescindibile di specie e causa di rottura del silenzio, quindi del buio. Dolore come luce, direi, Chissà…
Ancora grazie infinite del tuo ascolto prezioso e dei tuoi interessantissimi riferimenti. A presto.