Il caro estinto

Agnese era seduta nel dignitoso tinello di casa e fissava la foto di lui appoggiata sul ripiano della credenza. Era la stessa che era stata scelta per la lapide, non una delle ultime, una di quando era più giovane e il suo sguardo scanzonato e penetrante sapeva ancora farle palpitare il cuore. Un gesto delicato di Margherita, era proprio da lei, per come era e per come l’aveva educata.

Margherita e Luca se n’erano appena andati dopo tutti gli altri e dopo essersi sincerati che lei stesse bene e che non avesse bisogno di nulla. Agnese aveva bisogno solo di riposare e di rimanere sola con i suoi pensieri. Tutta le persone in chiesa e poi quelle che erano venute a casa erano state molto gentili, alcune sinceramente affettuose, ma l’avevano terribilmente stancata.

Non aveva più le energie di una volta. Non era più quella donna che aveva gestito tutto per anni, mostrando il meglio perché i ragazzi crescessero sereni e coprendo ciò che c’era da coprire perché nulla rovinasse l’intima quiete e la dignità pubblica della famiglia. Una volta rimasta sola finalmente poté deporre la maschera di quieto cordoglio che aveva dovuto indossare.

Si alzò e diede una botta alla fotografia incorniciata e la fece cadere a faccia in giù sul ripiano. Un tintinnio di vetri le fece capire di averla rotta. Lei ne fissò il dorso con le braccia incrociate e un’espressione dura sul volto. Andò in camera e si tolse il vestito nero. Indossò una pratica tuta da ginnastica e andò a sedersi in salotto.

Il silenzio della casa era quasi assoluto, interrotto solo dal ronzio del frigorifero che si riattivava a tratti. Mentre rimaneva seduta sulla poltrona guardando gli alberi fuori dalla finestra, la sua mente, troppo occupata nei giorni precedenti a causa dei preparativi e delle esigenze di tante persone, finalmente poté rilassarsi e vagare nelle sconfinate praterie dei ricordi.

Si chiese se mai l’avesse veramente conosciuto, la persona che era davvero, nel suo intimo. Di certo non nel periodo dell’innamoramento. In quei mesi, o anni, si è ciechi e sordi, divorati solo dalla passione e dalle aspettative. Bastava uno di quei suoi sguardi e lei era disposta a tutto

I primi anni erano stati belli, c’era tanto amore, erano nati Margherita e Luca e li avevano cresciuti insieme. Poi lui lentamente, in modo quasi impercettibile, si era allontanato. Non che avessero mai parlato più di tanto. Erano entrambi tipi molto riservati, di poche parole, e si comprendevano con uno sguardo, preferendolo a lunghi discorsi, ma le occhiate di intesa erano diventate sempre più rare.

Lui ritornava dal lavoro sempre più tardi, adducendo le motivazioni più varie. Forse quello era stato il momento del distacco fra di loro, quando gli sguardi complici erano stati sostituiti dalle parole di scusa.

I suoi vestiti assumevano odori estranei, talora fumo, altre volte alcol, raramente profumi femminili. Lei non aveva mai fatto domande, mai una in tutta la vita, ma questo non significava che non fosse interessata alle risposte o che non le conoscesse. Agnese taceva e cercava di comportarsi come una moglie e una madre devota, provvedendo a lui e ai ragazzi con scrupolo e attenzione.

Incominciarono ad arrivare i regali. Cose belle, che rendevano tutti felici, ma non erano in alcun modo compatibili con l’onesto stipendio di lui. Il loro tenore di vita si innalzò e questo la preoccupava un po’, ma il bilancio familiare non era cosa sua. Se ne occupava lui e non faceva mancare nulla, a voler essere onesti.

Arrivarono poi le assenze prolungate. Lei annuiva comprensiva mentre lui sciorinava storie sempre più complicate per giustificare il fatto che ritornava dopo tre o quattro giorni con la barba lunga e i vestiti stazzonati. Non aveva il coraggio di incrociare lo sguardo della moglie, mentre raccontava di incredibili contrattempi e riunioni in posti strani. Per i bambini la storia era sempre la medesima: papà deve lavorare tanto per mantenere la sua famiglia.

Ai sensi di Agnese non sfuggiva nulla. Quando lui si spogliava i suoi occhi registravano degli strani lividi, ma non faceva domande. Riponendo il cappotto notò un peso strano in una tasca e la palpò. La forma era inequivocabile. Non chiese nulla, si limitò a proseguire nel suo gesto di appenderlo.

Giorno dopo giorno, mentre mandava avanti la casa, aiutava i figli a fare i compiti, li accompagnava e li riprendeva dalle loro attività pomeridiane, registrava piccoli dati. Sotto le suole delle scarpe di lui compariva del terriccio rosso. Un fazzoletto da taschino mostrava macchie di rossetto. Una gamba dei pantaloni aveva un piccolo strappo.

Agnese non fantasticava su quei piccoli indizi. Era una donna pratica, non una sognatrice. Lei li interpretava nel loro insieme, coglieva il senso complessivo: suo marito aveva una vita fuori di casa che non voleva condividere con lei. La cosa la addolorava, ma mai avrebbe dovuto alterare il corso delle cose. La sua famiglia, i suoi figli venivano prima di tutto. E così non mise neppure in atto le piccole ritorsioni che ogni moglie può attuare sotto le lenzuola. Magari non riuscì più a fingere entusiasmo, ma simulò sempre una adeguata disponibilità.

D’altro canto non mancava loro nulla. I denari aumentarono negli anni, si concessero cose sempre più di valore, vacanze lunghe in belle località. Erano quelli i periodi più felici. Lui sembrava ritornare… lui. Era tutto per loro, giocava con Luca e Margherita, era attento, affettuoso e sollecito con Agnese. Un sogno che inevitabilmente finiva al ritorno a casa e alla routine quotidiana.

Le assenze si fecero sempre più frequenti. Lui ne ritornava sempre più malconcio. Le sue storie erano sempre più tirate. Agnese ascoltava quieta, lo aiutava a rimettersi in sesto e registrava particolari.

Gli anni passavano. Si videro comparire delle pastiglie nelle sue tasche. Ipertensione. Molto comune. Ipertrofia prostatica. Un male davvero frequente. Diabete. Si conduce una vita sregolata, succede.

Lui non ne faceva parola e lei non chiedeva. Notava i segni del tempo, e l’impegno di lui per cancellarli. La tintura contro i capelli grigi, il tonico per la pelle del collo, la panciera.

I figli crescevano, uno ad uno andarono a studiare fuori città, poi trovarono lavoro, si fecero una vita. Erano sempre molto cari con lei, e anche con il padre. Lui ormai non si preoccupava più di inventare storie. Mancava a basta. Ritornava quando aveva finito i suoi affari e Agnese rimaneva a casa ad attenderne il ritorno.

Poi all’improvviso tutto finì. Lui non disse una parola su cosa fosse o non fosse successo e lei non chiese. Una mattina rimase a casa, e anche tutte le mattine seguenti. Stava in soggiorno a guardare la tele per ore, a volte non si curava di lavarsi e di vestirsi. Sicuramente non gli passava per la testa l’idea di aiutarla nelle pulizie, nelle spese. La ignorava, le passava a fianco senza neppure muovere lo sguardo. Lasciava sempre sporco e disordine dietro di sé.

Giorno dopo giorno Agnese tollerava sempre meno quell’intruso che occupava spazio nella sua casa impedendole di seguire i suoi riti quotidiani. Scoprì di non amarlo, l’amore era morto molti, moltissimi anni prima insieme agli sguardi di intesa. Scoprì di non avere nessun affetto, nessuna stima per lui. Iniziò a odiare la propria vita e finì per odiare lui.

Giorno dopo giorno, silenzio dopo silenzio, l’odio cresceva sordo e implacabile nel cuore di Agnese. Lei non diceva nulla e lui non chiedeva.

Non era stato un giorno particolare. Lui non aveva fatto nulla di male o di differente da qualsiasi altro giorno. Era solo il millesettecentotrentaduesimo da che lui aveva smesso di uscire.

Sì, gliela aveva fatta tutta in una volta, la sua maledetta insulina.

Triste, neppure più arrabbiata, sicuramente libera dal senso di colpa, Agnese si alzò. Prese la foto, andò a raccogliere tutte le medicine e le fiale d’insulina che non avrebbe più usato. Andò in cucina e gettò tutto nella spazzatura. A Margherita avrebbe detto che la foto era caduta.

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Discussioni

  1. Ciao Friedrich. Mi piace molto il tuo stile diretto, sincero: arriva subito la bersaglio. Per quanto riguarda la storia ha saputo muoverti alla perfezione indossando la pelle di questa donna. A volte, con il trascorrere del tempo ci si allontana e stare assieme diviene un’abitudine, quasi una situazione di comodo. Non ci si interroga dell’altro, si trascorrono due vite parallele nell’omertà. A volte, ci si inventa una vita su misura. Tralasciando lo sviluppo cruento della storia, la decisione di questa donna, è tipico delle mogli essere infastidite quando il marito è a casa per troppo tempo 😀

  2. Un libriCK struggente nel suo complesso, che mi ha posto dinanzi ad una riflessione: a mio parere, dietro l’odio nato da un amore finito da tempo, si è sempre celata l’amara tristezza e sofferenza di una donna messa da parte e mai davvero considerata, almeno da un certo punto in poi. Mi hai trasmesso tutta la sua sofferenza interiore, nonostante Agnese cercasse di coprire tutto con dignità. La conclusione rappresenta il culmine della sua frustrazione, consumata certo non senza un’intima sofferenza. Racconto delicato ma forte di significati che mi ha lasciato qualcosa dentro. Bravo, alla prossima!