IL CASSETTO VIVO

Serie: Ritrovarsi...


Il pomeriggio scivolò via tra notifiche inutili e un paio di partite a FIFA con Edo e Luca. Ridevano, bestemmiavano, commentavano i replay come se fosse la finale di Champions. Andrea rideva anche lui, ma a metà: l’altra parte del cervello era altrove, incastrata nella frase che gli era scappata in classe:

«La libertà è scegliere cosa fingere e cosa no.»

Gli sembrava assurdo, ma si era sentito vivo. Come se, per un minuto, avesse parlato davvero lui.

Eppure sapeva che quella frase non era tutta sua.

Quando rientrò, la cucina era vuota. Sul fornello una pentola col sugo riscaldato aveva lasciato l’odore di bruciacchiato. In salotto la tv urlava di politica a un pubblico inesistente. Andrea salì in camera.

Il cassetto lo aspettava. Chiuso, ma ostinato.

Si fermò davanti, in piedi. Sentì i gradini appena saliti ancora sotto la schiena, come se il peso fosse rimasto attaccato a lui.

Qualche giorno prima aveva deciso: bruciarlo. Aveva visto già la copertina piegarsi, l’odore acre di inchiostro sciolto, la soddisfazione sporca di cancellare Marco col fuoco. E invece era ancora lì, sepolto sotto le custodie, come una macchia coperta male.

Si lasciò cadere sul letto.

Accese il telefono. Scrollò notifiche a caso, una chat vuota, un video, un “ci sta”. Tutto inutile. La goccia cadeva sempre nello stesso punto: il cassetto.

Girò sul fianco, la faccia affondata nel cuscino. Ma bastava il silenzio per sentirlo pulsare da sotto, come un cuore estraneo che batteva al posto suo.

Si alzò di colpo, con rabbia. Mise la mano sul bordo del cassetto.

La ritrasse subito, come se fosse rovente.

Restò fermo, il pugno chiuso, le dita sudate.

Fece due giri avanti e indietro nella stanza.

Ogni passo un insulto che gli rimbalzava in testa:

Se lo apri sei un vigliacco.

Se lo apri vuol dire che ci credi.

Vuol dire che ti interessa uno così.

Stringeva le labbra tra i denti finché gli fecero male. Il petto si alzava corto, trattenuto.

Sapeva la verità: aprirlo significava sconfessarsi, contraddire la sentenza che aveva già emesso.

Si fermò davanti al letto. Rimase così, immobile, fino a quando non capì che non stava scegliendo. Stava cedendo.

Tirò il cassetto. Le custodie dei giochi scivolarono di lato come pezzi inutili.

Il diario era lì. In fondo. Freddo, duro, immobile.

Sembrava una pietra tirata fuori dall’acqua.

Andrea lo prese.

Lo aprì.

29 novembre 1975 – sera

Caro Ludovico,

oggi mi sento particolarmente stanco e irritato. Qualsiasi cosa mi dà fastidio. Ho provato a non pensare: ho sistemato i libri, ho spazzato il balcone, ho ascoltato il giornale radio. Mi sono sparato una mega sega e sai pure a chi pensavo (per favore, almeno tu non giudicarmi). Niente: la testa torna sempre lì, come un cane legato che gira attorno allo stesso palo.

Il prof di Religione, all’uscita, mi ha detto: «Quando parli, Marco, ti si sente». Non so se fosse un complimento o un avvertimento. La frase mi è rimasta addosso come una maniglia fredda: la tocchi un secondo e ti resta nelle dita. Essere ascoltati costa. Poi devi valere il prezzo.

Andrea si passò la mano sul volto. Quel prezzo lo conosceva: lui lo pagava in rumore. Battute, spallate, risse. Prezzo alto, ricevuta vuota.

Ho provato anche a scriverti cose allegre. Non mi vengono. Non perché non ne abbia: perché mi sembra di mentire a me, non a te. Oggi, per esempio, ho visto una ragazza con un cappotto azzurro attraversare il cortile sotto la pioggia. Sembrava un segno di matita in un quaderno bagnato. Non so chi sia. Mi ha fatto bene allo sguardo. E basta? Basterebbe, se fossi un altro.

Andrea restò colpito. Ogni volta che qualcosa gli faceva bene allo sguardo, subito dopo gli veniva voglia di rovinarla.

3 dicembre 1975

Caro Ludovico, ho rivisto quella ragazza. Sta nella nostra stessa scuola. Mi ha sorriso. Mi sono avvicinato con la scusa del volantinaggio. Le ho parlato del libro che sto leggendo. Mi ha fatto due domande, due vere. Quando se n’è andata ho avuto paura di non rivederla più. Ma forse volevo solo che qualcuno mi avesse visto a parlarci. Sento l’odore umido del suo cappotto ovunque: mi è rimasto nelle dita, come la carta che prende l’acqua e non torna più liscia.

Andrea si morse l’interno della guancia. Perché scriveva così di quella ragazza? Ci credeva davvero, o copriva altro? Forse non era una bugia, ma neppure una verità intera. Sembrava più un modo per distrarsi da sé.

Ho saputo che si chiama Teresa. Occhi chiari, capelli lunghi. Credo di averle fatto capire che mi interessa… ma temo di averlo fatto più per dispetto a Lele che per lei. Mi si accende il polso quando è vicino, come se avessi corso una maratona. Non so cos’è.

Mi fa bene e mi fa male nello stesso punto. Se ha un nome non lo so; so che mi resta addosso.

Andrea abbassò lo sguardo. “Resta addosso”: anche lui lo sapeva, quel sentirsi impregnati di qualcuno come di un odore che non va via. Non servono i baci o le promesse: basta un gesto piccolo, un sorriso fuori posto, e ti resta nella pelle.

Gli occhi chiari di Teresa si fusero, nella mente di Andrea, con quelli di Milena della Terza B., la sua prima vera ragazza.

Sempre con un libro in mano, silenziosa. Rideva poco, ma quando rideva sembrava costringere il mondo a dire la verità. Non cercava di piacere. Non voleva vincere. Solo esserci.

Tre uscite: il bar, una brioche divisa a metà e lo zucchero che gli restava sulle dita più a lungo delle parole; la corsa sotto la pioggia fino alla fermata della metro, mani fredde intrecciate per scherzo che però non si scioglievano; il cinema buio, lei che rideva forte senza paura e quel suono gli faceva venire voglia di restare lì per sempre.

Eppure, tra tutte, Milena restava la più viva. Non per quello che facevano, ma per quello che diceva. Era stata l’unica a guardarlo dritto e chiedergli: «Hai paura di quello che provi?»

Lui aveva riso, finto. Spallucce. Cambiato discorso. Ma quella frase non se n’era mai andata.

Andrea prese il telefono. La chat era ancora lì: «Ultimo messaggio: 435 giorni fa.» Non aveva cancellato nulla.

Scorse i messaggi, uno a uno. La foto profilo — un tramonto sfocato — ancora quella. Gli prese la tentazione di scriverle, anche solo un «ci sei?». Le dita gli si bloccarono sul vetro: la stessa immobilità di allora, davanti a quella domanda.

Un segreto in tasca, più vivo di certe storie ancora in corso.

Livia, per esempio.

Tre mesi. Messaggi secchi: «ok.» — «ci sta.» — «dove sei?».

Sesso senza memoria.

Che ci faceva con una ragazza che non lo conosceva, e non voleva nemmeno provarci?

Spense la luce. Restò immobile sul letto, lo schermo del telefono ancora acceso tra le dita. Lo stringeva così forte che rischiava di spezzarlo.

Sulla scrivania il diario blu era rimasto aperto; l’elastico sfilacciato penzolava inerte, sfiorando il legno come un filo bagnato.

Milena restava come una puntina sul vinile: non avanzava, ma teneva fermo il suono.

Dal diario venne un fruscio leggerissimo, più un assestarsi che un suono. O forse gli parve soltanto. Come se una pagina si fosse voltata da sola.

Continua...

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Discussioni

  1. “Non stava scegliendo. Stava cedendo.” Quindi, la libertà di cui parla Marco non è facile da esercitare e per questo la cerca? Gli istinti predominano sulla volontà? A quando il prossimo capitolo?🙂

    1. Concetta, mi sono fatto talmente prendere da questo racconto che l’ho già terminato. Se potessi lo pubblicherei tutto insieme, perché alcune cose lette a “puntate” perdono un po’. Questo sito, e voi con i vostri commenti, mi state dando tantissimo. Wow! Grazie di cuore!