Il cavalcavia
Bartolo viveva nella villa che era stata dei nonni, rilevata dal padre e ristrutturata secondo i futuristici progetti di un architetto tanto geniale quanto folle da decidere, una domenica mattina a caso, di gettarsi nel vuoto, dal balcone di casa, ubicato al quarto piano.
La villa della Bartolo family era radicata in una strada a fondo chiuso caratterizzata dalla presenza di abitazioni di pregio architettonico, delimitata, da un lato, da un cavalcavia che conduceva nel cuore nei quartieri popolari, mentre, dall’altro, da un’arteria che portava nell’opulento centro storico.
Negli anni dell’infanzia Bartolo era solito trascorrere il tempo libero nel polveroso campino da gioco ubicato subito dopo la diramazione del cavalcavia, frequentato, per la maggior parte, dai ragazzi del quartiere popolare, scugnizzi dalla faccia sporca provenienti da situazioni sociali e familiari invariabilmente drammatiche.
Il migliore amico di Bartolo era Lenzino, così denominato per la dichiarata passione per la pesca sportiva, passione mai sviluppata per gli inaccessibili costi delle attrezzature. Tuttavia quelli erano gli anni, forse gli unici, della vita, in cui non venivano percepite le differenze socioeconomiche ed in cui gli occhi non avevano ancora sviluppato la maliziosa attitudine a setacciare ed identicare, in modo chirurgico e crudele, le stigme del disagio. Per tali motivi Bartolo non trovava anomalo che il padre di Lenzino avesse l’alito che odorava perennemente di spirito e gli occhi acquosi da sclerotico, o che giacesse, collassato, nella sgangherata poltrona del minuscolo vestibolo del loro maleodorante appartamento dai muri scrostati, mentre sua moglie, la madre di Lenzino, girasse seminuda per casa, facendo visitare a pagamento la sua camera da letto agli uomini del quartiere. Bartolo evitava tuttavia di domandare a Lenzino perché nei suoi occhi leggesse imbarazzo misto a vergogna o per quale motivo non attraversasse mai il cavalcavia per venire a giocare a casa sua. Ai tempi Bartolo e Lenzino erano inseparabili e solevano ripetersi che sarebbero stati amici per sempre. Lenzino era molto protettivo con Bartolo, il quale, col tempo aveva iniziato a diventare, sempre più frequentemente, bersaglio dell’invidia degli scugnizzi del quartiere, i quali non gli perdonavano l’agiatezza economica.
Un sabato pomeriggio Bartolo, scendendo il cavalcavia, vide un capannello nel cui centro si trovava Lenzino.
“Ora basta Lenzino!” lo arringava Ilario, uno degli scugnizzi di quartiere ritenuti più autorevoli dal branco”lui non è uno di noi. Per lui siamo solo un passatempo. Vedrai che prima o poi si annoierà e tornerà al suo mondo di lussi!”
Come per crudele magia, Bartolo iniziò a notare per la prima volta particolari a cui mai aveva prestato attenzione, come la ruggine che dilaniava la rete metallica del campino, i muri delle abitazioni scrostate o gli indumenti sporchi e stazzonati degli scugnizzi, mettendoli inevitabilmente a paragone con le sue scarpe da tennis griffate, il suo volto pulito ed i suoi capelli impomatati. Lentamente Bartolo iniziò a ripercorrere a ritroso il cavalcavia, per l’ultima volta. Udi urla di scherno provenire dal crocchio di scugnizzi.
“Bravo bamboccio! Torna nel tuo castello! Tu non sei uno di noi!” lo apostrofò con feroce astio Ilario.
Bartolo si voltò, incontrando lo sguardo imbarazzato di Lenzino. Si abbozzarono un timido sorriso. Improvvisamente Jenny, una delle truzzette del quartiere, si avventò su Lenzino tirando su la maglietta ed esibendo le sue sode rotondità.
“Adesso ti faccio passare io la tristezza!” urlò in modo così sguaiato da scatenare l’ilarità di quel crocchio di sciagurati.
Bartolo ne approfittò per dileguarsi.
Quando arrivò a casa, in orario così insolito, sua madre, squadrandolo, scosse la testa, come se sapesse cosa era accaduto.
“Spero tu abbia imparato la lezione” sentenziò “La miseria è nel cuore prima che nel portafoglio”.
Da quel giorno Bartolo imboccò sempre l’arteria che conduceva al centro storico.
Lì frequentò le scuole medie ed il liceo.
Lì conobbe la sua futura moglie. Si chiamava Lara. Suo padre, dirigente di banca, lo inserí nell’organico. Bartolo scalò rapidamente i gradini delle gerarchie, diventando in breve un coordinatore provinciale. Lara trovò lavoro nella pubblica amministrazione. Bartolo e Lara si sposarono, ed ebbero ben presto un figlio.
Era un venerdì pomeriggio. Bartolo stava tornando dal suo abituale giro di fine settimana delle filiali locali, quando la moglie lo chiamò chiedendogli di potersi fermare al supermercato per alcuni acquisti. Bartolo eseguí diligentemente, raggiungendo il piazzale del supermercato alcuni minuti dopo. Scese dal suo lussuoso fuoristrada quando udí delle urla provenire dall’ingresso del supermercato; una donna, evidentemente sorpresa dagli agenti di sicurezza a rubare, si stava disperatamente dimenando per liberarsi dalla loro morsa ferrea, alternando esplosioni di rabbia e richieste di clemenza.
“Dove stai per andare non avrai il problema della spesa” sibilò con crudele irridenza una delle guardie giurate.
La donna bofonchiò parole incomprensibili con voce gracchiante, esponendo una marciscente bocca ormai quasi priva di denti. Bartolo riconobbe in quella chiatta butterata e sdentata Jenny, la quale, a sua volta sembrò riconoscerlo, anche se, per l’imbarazzo, abbassò istintivamente lo sguardo. Tuttavia le sorprese non erano terminate. Dopo Jenny, a ruota, venne condotto nel piazzale, con modi ruvidi, anche il suo compagno, parimenti pizzicato a razziare gli scaffali del supermercato. Bartolo riconobbe nello squilibrato che stava imprecando come un indemoniato contro le forze dell’ordine il suo vecchio amico Lenzino. Era invecchiato, ingrassato ed evidentemente devastato da vizi ed abusi di ogni genere.
Dopo alcuni minuti arrivarono due volanti. Lenzino e Jenny vennero ammanettati.
Fu in quel momento che lo sguardo di Lenzino incontrò quello di Bartolo. Fu uno sguardo imbarazzato esattamente come quello di tanti anni prima. Bartolo e Lenzino si sorrisero timidamente, esattamente come allora.
In quello stesso istante una distinta signora si voltò con sguardo ammonenrte verso suo figlio, sibilando con severo cipiglio:
“Vedi, la miseria è nel cuore prima che nel portafoglio”.
Bartolo avrebbe voluto replicare ma il cellulare squillò. Era sua moglie che chiedeva dove fosse. Rispose che aveva trovato traffico.
Rimase ad osservando le volanti condurre via Lenzino e Jenny verso il loro destino, pensando che forse Lenzino non lo aveva più cercato proprio per proteggerlo da quella spirale per lui inevitabile. D’altronde, talvolta, la forma più sublime di affetto è avere la dignità di farsi da parte per non trascinare le persone che amiamo nel baratro.
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Mi ha colpito la voce narrante. Disincantata eppure mai giudicante. Per tutto il racconto si ha la sensazione che qualcosa possa cambiare, invece tutto va come deve andare. La vita adulta di Bartolo scorre di fretta, abitudinaria, da copione. Si poteva anche non dire: l’avremmo capita. È la vita media che tocca ai benestanti. Della vita di Lenzino non sappiamo nulla, ne vediamo gli effetti collaterali. O l’unica conclusione possibile. Nessun volpo di scena in questi due destini segnati, ma soltanto in apparenza. Il finale ci rivela che ci stavamo sbagliando. La miseria, a mio dire, era solo nel portafoglio.
(E la fortuna, cantava Erriquez, è un fatto di geografia. Nascere dalla parte giusta, cos’altro).
*colpo di scena