
Il Cavaliere e la principessa
Una stanza enorme, soffitti altissimi sopra di lui, talmente alti che quasi sembrava di veder le stelle a tratti balenare. Arazzi di seta alle pareti, su quello lì davanti un drago, uguale a quello che era appena caduto ai suoi piedi, trafitto dalla sua lancia. Poi vedute di castelli, alberi, campi, montagne, fiumi, laghi, immagini del reame, probabilmente.
Arthur continuò a guardarsi intorno vide un arazzo con raffigurato un uomo anziano, con una veste bianca decorata con ricami argento. Era il Mago, l’uomo che dal fondo della sala, seduto su un trono, anch’esso tutto d’argento lo osservava con aria minacciosa.
Quell’uomo lo preoccupava era un grande mago, i suoi poteri erano enormi, lui poteva trattenere e liberare la principessa ma Arthur non aveva idea di cosa fare, come poteva affrontarlo? Lui non aveva poteri, lui non era in grado di fare magie, lui non sapeva e non voleva combattere e poi quell’uomo anziano più lo guardava più gli sembrava un brav’uomo. No! Non avrebbe mai combattuto con lui! Mai avrebbe potuto fargli del male.
Lui non era forte e risoluto, lui era un normale ragazzo di città. Lui era un semplice giornalista, forse neppure molto bravo, a dire il vero, poiché ormai da anni si occupava di raccogliere annunci pubblicitari per il suo giornale e la speranza di riuscire a scrivere un pezzo, quello forte, quello bello, quello che spacca, era sempre più un lumicino in fondo alle sue idee, ai suoi sogni, alle sue speranze.
Lui però adesso aveva un compito! Lui era lì per principessa! Doveva liberarla!
Spronò Cavallo e si fece coraggio mentre avanzava lungo il salone delle feste, mantenendo sempre saldo lo sguardo verso l’argenteo aguzzino.
Gli sembrava di vivere in uno di quei film western, che da bambino amava tanto, stava per affrontare un duello e in testa sentiva già una musica epica a sottolineare il momento.
Non c’erano però praterie intorno a lui, non c’era il sole cocente e neppure il vento ad alzare la polvere, lui si sentiva chiuso, imprigionato, come lanciato in un treno in corsa e non sapeva cosa fare.
«Chi sei?» Chiese una voce perentoria. «Cosa vuoi? Perché sei entrato nel mio castello?»
Arthur non capiva chi parlava. Il Mago era fermo, immobile e non muoveva le labbra ma la sua voce si spendeva lungo la sala. Doveva essere una magia.
Estrasse la spada, la brandì in aria e facendola roteare colpì gli arazzi, uno per volta questi caddero. Prima il drago, poi il castello, poi le immagini dei viali, dei prati, della campagna e infine l’ultimo arazzo quello raffigurante il Mago.
Mentre lo colpiva, sentì come un tuono, un rombo cupo e di colpo un tremore si sparse intorno a lui. Il castello iniziò a sgretolarsi, gli arazzi prima, poi i muri caddero a terra. Tutto intorno a lui scomparve, si guardò intorno tutto stava svanendo, gli arredi, il castello, i laghi, i fiumi, i viali, le montagne, i campi tutto improvvisamente scomparve.
Arthur si ritrovò in mezzo ad una radura, niente più arazzi, niente più scale, niente più spada niente più lucente armatura, niente più trono, niente più Mago. Solo, era rimasto solo! Soltanto lui in groppa al suo fido destriero.
Dove erano finiti il mago e la sua principessa? Dove era svanita? Adesso come avrebbe fatto a ritrovarla, accarezzò Cavallo e gli chiese sommessamente in un orecchio, «E adesso? È stato tutto inutile? Che cosa devo fare?»
Nessuna risposta.
Soltanto un suono sentì nella sua testa, un urlo disperato il suo!
«Principessaaaa!»
Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa
Ciao Lorenza, le cose per il povero Arthur si complicano. Confido che zio Merlino prima o poi gli tenda una mano 😀
Al di là del tono leggero, la tua serie propone una riflessione sulla crescita e il distacco. I genitori tendono a conservare l’immagine di quando figli erano bambini, una volta diventati adulti si sentono impotenti: a volte inutili. C’è da costruire un nuovo rapporto, le radici piantate a terra devono dare sostegno a un albero meraviglioso che ha diritto a ergersi alla vita in totale autonomia.