Il Cavaliere senza Croce 

Serie: IL TRENO DELLE ANIME


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Sono passati due anni dall'arrivo in Italia di Manuel, Katia e Alex: ora sono una vera famiglia. Un giorno, Manuel propone alla sua famigliola di trascorrere il fine settimana a Garda. Lì, un abitante del luogo gli parlerà di una leggenda legata al Santo Graal.

«Beh, se ha qualche minuto, le racconto il resto.»

«Certo, la prego, racconti.»

«L’Inquisizione perseguitò i seguaci e ne fece mettere al rogo molti, compreso l’abate della comunità che, prima di essere catturato, affidò il compito di portare in salvo i superstiti a un soldato: il Cavaliere senza Croce. Lui condusse quelle persone fin qui, ma poco prima di arrivare, la sua giovane moglie morì. Il cavaliere, che non aveva mai pianto, versò tutte le sue lacrime in una sola notte. Dicono che sia seppellito insieme al Graal in un boschetto poco distante da qui.»

«E non c’è nessun indizio per trovare la presunta tomba?»

«Sì, prendete la statale e seguite le indicazioni stradali che portano a un laghetto e poi al bosco. Da qui sono circa venti minuti con l’auto. Arrivati al boschetto, accanto a un albero c’è una piccola lapide. È lì, la tomba del cavaliere. Comunque, sono solo storie, nessuno ha mai trovato niente.»

«Voglio vederlo, ci vado subito. Grazie.»

«Salve.»

Katia non perse tempo e trascinò Manuel e Alex alla ricerca del cavaliere.

«Forza, andiamo.»

«Katia, ti prego, sono stanco e il bambino vuole andare alle giostre.»

«Le giostre non scappano.»

«Se è per questo, neanche il cavaliere: è morto e sta lì immobile da quasi mille anni.»

«Ma non ti interessa vedere un tuo simile?»

«Ma perché, sono morto e non me ne sono accorto?»

«No, intendevo uno che non piange mai.»

«Uff, tutte queste fesserie. Andiamo, va’.»

«Su, vieni, Alex.»

«No, voglio restare con papà, lui mi porta a cavalluccio.»

«Anch’io ti posso portare a cavalluccio.»

«No, papà è più comodo.»

«Perché sono più comodo?»

«Perché hai le spalle come un divano, Manuel.»

«È un difetto?»

«No, anzi…»

Manuel, dopo il complimento di Katia, sentì svanire tutta la stanchezza: prese il bambino sulle spalle, poi lo fece sedere sul sedile posteriore, gli mise la cintura e andò a sedersi accanto a Katia, che si era messa alla guida. Poco dopo arrivarono a destinazione.

«È più bello il Benaco.»

«Manuel, qui non si tratta di bellezza, ma di fascino. Hai sentito la storia del cavaliere?»

«Eh, appunto… Adesso cosa dobbiamo fare? Cercare il morto fino a domani? Io ho fame, e anche Alex.»

«Guarda, chiediamo a quel pescatore laggiù.»

Katia incominciò a correre e a gridare.

«Signore, signore, scusi…»

«Buongiorno, mi dica. Riprenda fiato, però.»

«Ci hanno detto che qui, vicino a un albero, c’è come una piccola lapide e…»

«Sì, ho capito. La tomba del cavaliere senza croce. Aspetti.»

Il pescatore tirò su la canna, li accompagnò facendosi spazio tra l’erba alta e mostrò una piccola lastra di pietra grigia, molto consumata, coperta d’erba e muschio.

«Ecco, è qui. Adesso scusate, devo tornare dai miei pesci.»

«Va bene, grazie.»

Katia si guardò intorno.

«Però mi aspettavo di più.»

«Ma cosa ti aspettavi, Katia? È una tomba… ammesso che lo sia.»

Manuel si girò verso la piccola pietra. All’improvviso si accovacciò e la osservò da vicino. Sulla lastra c’erano scolpite delle lettere: in alto una “S” e una “O”, mentre in basso, quasi a contatto con la terra, si riusciva a leggere la parola “Luce”. Seguì con la mano la forma della pietra e i solchi delle lettere. Si alzò.

 «Andiamo.» 

«Che hai, Manuel? Perché sei così serio? A cosa pensi?»

 «Non penso a niente. Sono stanco e ho fame. Ti prego, andiamo, ti prego.» 

Tornati a Desenzano, mangiarono un panino; anzi, Manuel ne divorò tre e passarono tutto il pomeriggio al parco giochi. La sera decisero di cenare in un ristorantino con vista lago. Katia e Manuel guardavano il menù. 

«Che dici, Manuel, prendiamo i bigoli con le sarde per me e te?» 

«Sì, perfetto, Katia. Facciamo portare anche del vino.» 

«E tu, Alex, che vuoi?» 

«Voglio la pizza con le patatine e la coca.» 

«Ok, aggiudicato.»

Katia ordinò per tutti. Poi prese la mano di Manuel, chiuse gli occhi e, lasciandosi andare sullo schienale della sedia, sorrise e sospirò.  

«Sei felice, Katia.»  

«Sì.»  

«Anch’io.»  

«E allora che fai con quel foglio e quella penna da mezz’ora? Cosa sono quelle lettere e quei puntini? Sembra un rebus.»  

«Infatti, le lettere di quella lapide lo sono. Secondo te, quali parole c’erano prima di “Luce”? Anche quella “S” con la “O” sembra l’inizio di un’altra parola. Ma quale?»  

«Boh, forse “Sole”: con “Luce” ci sta. Manuel, ma perché adesso ti sei fissato su quella lapide? Non sappiamo neanche in che lingua sono scritte quelle parole.»  

«Non mi sono fissato, è che mi è sempre piaciuto risolvere i rebus.»  

«Guarda che stanno arrivando i bigoli, metti da parte tutto, signor Champollion.»  

A fine cena si avvicinò il cameriere: «Volete un dessert? Abbiamo quelli di nostra produzione.»  

«Mah, io sarei a posto, per me solo un caffè. Tu, Katia? Tu, Alex?»  

«Grazie, ma i bigoli erano buonissimi e anch’io desidero solo un caffè.»

«Io voglio il gelato al cioccolato e pitacchio.»  

«Allora caffè per me e mia moglie e un gelato per il bambino.»  

«Mi dispiace, signore, ma non abbiamo gelati. Però, se fate un giro in paese, stasera c’è una festa medievale: ci sono tanti stand con prodotti tipici, un’orchestra, la pista da ballo e girano anche dei figuranti in costume, così il bambino potrà divertirsi.»  

«Allora porti solo i caffè e il conto, e grazie per l’informazione.»  

Nel centro di Desenzano era tutto come aveva detto il cameriere. Sembrava davvero di essere nel Medioevo. Katia e Manuel, anche se lui ancora zoppicava, ballarono quasi tutta la sera. Girarono anche nel mercatino tra bancarelle di cibo e oggettistica artigianale, e fu qui che, di colpo, un mendicante in costume inciampò e finì addosso a Manuel: si aggrappò prima alle sue spalle e poi cadde. Manuel lo guardò e sentì la scossa del panico che gli attraversava l’intero essere. Restò immobile, senza la forza di sorreggerlo.

Katia si avvicinò. 

«Hai visto, Manuel, che ho ragione, tutti si attaccano alle tue spalle come a una gru.»  

Lui non rispose. Era pallido e sudava.  

«Che hai? Ma non stai bene?»  

«No, sto bene. Fa troppo caldo, andiamo in albergo. Ti prego, guida tu.»  

Quella notte, Manuel, non chiuse occhio, pensava a quello strano malessere che aveva provato quando quell’uomo lo aveva quasi abbracciato per sostenersi. Forse era un caso; lui non credeva in queste superstizioni, ma tutto era cominciato quando aveva visto quella lapide e non poteva fare a meno di ripensare a quelle lettere quasi illeggibili. Erano le cinque: svegliò Katia.  

«Amore, scusa, ma ho finito le sigarette. Vado a comprarle; se non torno per le sette, tu e Alex incominciate a fare colazione.»  

Baciò Katia e uscì.  

Iniziava a fare giorno. Comprò le sigarette a un distributore e risalì in auto. Provava un irresistibile bisogno di tornare su quella tomba. Quasi senza volerlo, si diresse verso il bosco e, giunto sul posto, si sedette accanto alla lapide.

«Ma chi ti ha messo in questo luogo così nascosto? Con solo questa pietra in tuo ricordo, senza un simbolo sacro? Avevi portato tu in salvo quella gente e neppure loro hanno pensato a te… perché non c’è una croce? O forse c’era e il tempo ha corroso tutto? Dio mio, sto impazzendo, ma perché sono venuto qui?»

Avvertì un fruscio alle sue spalle e una voce.

  

Continua...

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Avete messo Mi Piace1 apprezzamentiPubblicato in Fantasy

Discussioni

  1. Bellissimo il rapporto che si è creato tra i tre. Il malessere di Manuel mi ha incuriosito, come se una parte di lui già sappia cosa lo lega a quelle iscrizioni e perchè sente di doverle decifrare. Credo abbia ricevuto una sorta di “chiamata”.