Il Cimitero degli Angeli

Si narra che all’interno di una piccola città, nel cuore della Sicilia, le ombre danzino assieme agli spiriti inquieti che popolano il suo cimitero. Lo chiamano il Cimitero degli Angeli, e forse non è un caso, considerando che al suo interno le leggende si rincorrono. Tombe di uomini comuni e cappelle gentilizie legate alle antiche nobiltà locali attraversano le sue vie monumentali, a dispetto dell’erba incolta che cresce indisturbata indicando il segno della sua decadenza attuale. A distanza, quasi sormontandolo, ciò che rimane del secolare Castello di Pietrarossa veglia sulle anime dei defunti. Qui le leggende si infittiscono coinvolgendo la misteriosa storia del castello e delle sue origini. Che siano stati i saraceni, i greci, i romani o i normanni a costruirlo non è dato saperlo, perché le terre sicane hanno rappresentato un crocevia di popoli e culture diverse, e le cronache non riportano informazioni certe, ma ciò che è certo è che ancora oggi è possibile udire i lamenti notturni delle anime dei detenuti che in un tempo assai lontano venivano alloggiati nei sotterranei dell’antica fortezza. E se nei giorni che precedono questo lungo giorno commemorativo avrete la possibilità di recarvi in visita tra le monumentali tombe del Cimitero degli Angeli forse potrebbe capitarvi ciò che è accaduto a me.

Era una giornata come tante, piovosa e umida come nella più fedele tradizione della meteorologia autunnale. I tetti spioventi della case dei quartieri più vecchi e poveri rendevano la pioggia assai rumorosa, ma di maggiore compagnia. Non mi sentivo mai solo quando pioveva, perché i miei pensieri più tristi si univano a quelli pianti dal cielo. Quel giorno avevo scelto di portarle dodici gigli bianchi. Non lo facevo spesso, ma solamente nei giorni speciali, perché quel nostro momento rimanesse diverso dagli altri che riuscivamo ancora a condividere insieme. E del resto lei era sempre stata una donna semplice, che amava le margherite, ed erano proprio margherite quelle che mi assicuravo venissero collocate sulla sua tomba anche quando non potevo essere fisicamente lì con lei. Ogni giorno fiori freschi e un cuore triste e devoto che non era mai riuscito a dimenticarla: il mio.

Arrivai di buonora, era mattina presto. Attraversai velocemente il piccolo sentiero sconnesso e arrivai da lei: la dodicesima tomba partendo dall’ingresso principale. Quando la raggiungevo, riuscivo a sentirmi meno solo. Le raccontavo tutto, anche i tentativi, falliti, di ricominciare una vita senza di lei… impossibile. Nemmeno dopo sei anni ero riuscito a liberare il mio cuore. Lei era sempre stata il “tutto” per me. Sistemai i gigli tra le margherite e rimasi con lei per un tempo imprecisato, poi il custode richiamò tutti i visitatori, il cielo si era notevolmente ingrigito e un forte temporale sembrava attendere i visitatori all’uscita del cimitero. Vidi tanta gente affrettarsi ed io, a malincuore, mi unii a quella piccola processione. Mentre camminavo un lamento attirò la mia attenzione, sembrava il guaito di un cane. Decisi di andare a controllare: in effetti non avevo così fretta di lasciarla. Mi mossi tra le piccole tombe a forma di casa, e seguii quel lamento. Ad un tratto vidi un grosso cane correre verso di me. Pensavo volesse saltarmi addosso e invece proseguì diritto, superandomi. Ma il guaito era ancora lì, ben udibile, e proseguii a mia volta. Finii per perdere l’orientamento, ma ero determinato a trovare il povero animale in difficoltà. Mi accorsi con stupore che la notte era scesa, seppure fosse mattina, e che immense nuvole scure avevano coperto il cielo. Facevo fatica a vedere e per questo decisi di ricorrere al sistema di illuminazione presente nel mio telefono. Puntai la luce di fronte a me e camminai per circa dieci minuti. In realtà avevo perso il senso del tempo che passava, ma il telefono mi aiutava a tenere il conto dei minuti trascorsi. Il guaito era sempre più forte e pensai di averlo raggiunto, ma non vedevo nulla. Il lamento animale cessò di colpo e mi ritrovai avvolto nel silenzio. Mi pentii della mia scelta fin quando delle voci femminili raggiunsero le mie orecchie: cantavano una nenia triste e delicata. La trovai dolcissima e mi lasciai condurre fino al punto da cui proveniva: quello era un canto che avrebbe spinto anche l’anima più reticente a raggiungerlo. Ciò che vidi mi lasciò perplesso. Fanciulle e donne adulte, vestite in modo comune, danzavano tra le tombe. Una di loro mi vide e sorrise. Si avvicinò a me e mi prese per mano. All’inizio indugiai, poi mi sentii costretto ad assecondare la sua volontà, non capii nemmeno io la ragione: le presi la mano e la seguii. All’improvviso mi lasciò la mano e mi ritrovai da solo, anche il canto era cessato. La pioggia aveva iniziato a scendere in modo irruento e mi ritrovai completamente fradicio. Sollevai il telefono per illuminare la strada e rimasi sorpreso: sulla stradina mattonata, sulla quale mi trovavo, giaceva un giglio bianco. Avrei giurato fosse uno dei miei, se non fosse che i gigli sono tutti uguali. Lo presi e lo guardai.

«Ti aspetta» pronunciò una voce di donna che io non vidi.

«C’è nessuno?» domandai, ma nessuno rispose.

Non riuscivo ad orientarmi e, ormai rassegnato, mi sedetti su un piccolo rialzo di marmo che costeggiava un ampio complesso monumentale. Socchiusi gli occhi e pensai ai tempi passati.

«Ciao.»

Una voce di bambino mi destò e riaprii subito gli occhi.

Ed era proprio un bambino, a cui non avrei dato più di sei anni, che mi stava guardando e sorridendo: era biondo e con due limpidi occhi azzurri.

«Sei come ti avevo immaginato» disse senza che io riuscissi a capire il senso di quella frase.

Lo vidi allontanarsi e senza pensarci due volte lo seguii, avevo timore che si perdesse. Fortunatamente si era fermato di fronte ad una tomba. A differenza mia, lui sembrava orientarsi bene. Quando lo raggiunsi mi sorrise di nuovo.

«È stata la mamma a chiedermi di portarti qui, aveva paura che ti fossi perso.»

In quello stesso istante il cielo si schiarì e tornò il sereno.

«Tua madre? Mi conosci?»

Facevo fatica a seguire i ragionamenti del bambino.

«La mamma dice sempre che quando i morti fanno visita ai vivi è meglio non seguirli o rischi di perderti e non tornare più tra i vivi. Ora devo andare, la mamma mi aspetta. Sono felice di averti visto: lei mi parla sempre di te.»

Mi abbracciò ed io ricambiai senza una ragione. Erano tante le azioni che quella mattina aveva fatto senza una vero motivo.

«Come ti chiami?» domandai

«Davide» rispose.

Rimasi in silenzio udendo quel nome.

Il bambino mi guardò ancora una volta e poi si allontanò fino a scomparire tra le tombe.

Fu allora che mi girai verso la tomba nei pressi della quale mi trovavo e vidi la foto di mia moglie: quei lunghi capelli biondi e due meravigliosi occhi azzurri come il cielo in primavera. Piansi ricordando il nome che avevamo scelto per quel bambino mai nato: lo perdemmo al sesto mese a causa di un’emorragia, la stessa che portò via la vita di mia moglie e il mio cuore.

Contai i gigli: erano undici. Aggiunsi quello che tenevo in mano e capii che in giornate come quelle può accadere che la morte ti mostri la vita che non hai avuto modo di conoscere. Da quel giorno smisi di portarle margherite e decisi che le avrei portato solo gigli.

Nella speranza di rivederlo: di rivedere entrambi.

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Discussioni

  1. Sapevo che non sarei rimasto deluso nel leggere subito il tuo secondo testo qui su Edizioni Open. L’introduzione è quella tipica delle opere di Poe, che parte da una “vista dall’alto” per poi zoomare nell’interiorità del protagonista: una formula che non cesserò mai di ritenere ai limiti della perfezione. Il resto è, oltreché scritto in maniera più che rispettabile, di un’eleganza emotiva assolutamente sensazionale: dal mio punto di vista, quando l’ombra del genere dell’orrore indietreggia per fare spazio a emozioni che arrivano al cuore, si ha raggiunto la sua forma più elevata e ammirevole. Il risultato è appunto un elegante connubio fra malinconia e inquietudine che personalmente amo. Probabilmente è per questo che The Others è il mio film preferito, ma non voglio fare eventuali spoiler.
    Stimo la tua scrittura e i temi che tratti, aspetto davvero impaziente nuove tue pubblicazioni: continua così! 😀

  2. Racconto scritto molto bene, malinconico ed emozionante. L’argomento è di quelli parecchio trattati, ma è lo stile che fa la differenza.
    Molto bravo/a.

  3. Quanto è elegante questo racconto che evoca sensazioni e odori, si sente quasi i freddo umido nelle ossa. Un incipit splendido che ci immerge nel territorio e introduce sapientemente genere e tematica, senza però svelare troppo. Una giusta dose di commozione accompagna il lettore fino a un finale toccante, ma al contempo equilibrato. Complimenti

  4. C’è horror e horror. C’è quello che ti pizzica, stimolando l’adrenalina e facendoti sentire più vivo, come succede ai bambini dopo un’avventura. E quello che morde forte e ti lascia sanguinante a pensare. Questo racconto fa parte di questa categoria, ed è scritto molto bene.

  5. Molto molto bravo. Il tempo è quello giusto, la storia prende, il finale davvero ben costruito, con un tocco emotivo particolarmente amaro ma addolcito dal ricongiungimento. Peraltro, la storia prende spunto da un luogo reale, elemento questo sempre apprezzabile in un autore.

    Davvero un’ottima scrittura che riesce a ricalcare quella dell’impareggiabile Poe, maestro del genere. Impresa tutt’altro che semplice. Mi permetto solo un consiglio, quello di “asciugare” quel tanto che basta la trama per un effetto ancora più forte. Ma sia ben chiaro, è il suggerimento di un ammiratore.

    Complimenti, la strada è quella giusta, si preannuncia un percorso narrativo tanto interessante quanto intrigante.