Clavicembalista cercasi…

Nel terzo millennio, quando le città italiane brillavano di schermi e notifiche,

Gianfilippo Maria Cosabella suonava il clavicembalo.

Assieme ai severi studi di liceo classico, Gianfilippo si era sorbito dieci lunghissimi anni di conservatorio. Quando si era diplomato, gli insegnanti gli avevano stretto la mano con aria grave, dicendo: «Auguri».

Lui aveva sorriso, convinto che quegli auguri significassero ‘rallegramenti’.

Non aveva capito che significavano, molto più prosaicamente, “Giovinotto, adesso sono cazzi tuoi”.

Il problema, tanto semplice quanto crudele, era che nessuno sembrava aver bisogno di un clavicembalista.

Da non credersi.

Gianfilippo mandava convulsamente curriculum ovunque: teatri, fondazioni, festival di musica antica, sagre dei fagioli con le cotiche. Ma riceveva sempre risposte vaghe:

“Profilo interessante ma…”, “Al momento non cerchiamo questa figura”.

Una volta, un direttore artistico gli aveva detto al telefono:

«Il clavicembalo è nobilissimo, ma sa… oggi tira di più Dee Jay Minchia”.

Gianfilippo aveva riso, pensando che fosse una battuta.

Non lo era.

DJ Minchia faceva più di diecimila spettatori a serata, e tutti impazzivano quando, dopo aver ruttato nel microfono, cantava:

«La folla mi osanna,

la tipa mi avvinghia,

mio padre mi dice:

TESTA DI MINGHIA.»

Così, per pagare l’affitto di un bilocale umido, Gianfilippo era costretto a impartire frustranti lezioni private. Gli allievi erano pochi e distratti: «Ma non si può mettere il pedale?» chiedevano. Gianfilippo spiegava con calma che no, non si poteva, che il clavicembalo funzionava diversamente, che la bellezza stava proprio lì. Li osservava annuire, senza capire.

Il mondo intanto correva.

I suoi ex compagni di scuola lavoravano in startup, facevano smart working, parlavano di algoritmi. Quando gli chiedevano cosa facesse, Gianfilippo rispondeva:

«Suono il clavicembalo».

Seguiva sempre un silenzio breve ma imbarazzato, poi qualcuno diceva: «Figo…», con un tono che voleva dire l’esatto contrario.

A trentadue anni, si sentiva l’ultimo esemplare di dodo, un uccello columbide estintosi nel 1662.

Provò anche a reinventarsi, aprendo un canale social di video brevi: “Il clavicembalo in un minuto”. Commenti entusiasti, emoji, richieste assurde: «Suona qualcosa dei Jalisse?». Restava quel piccolo problemino di proporzionalità indiretta: i follower aumentavano, ma il conto in banca no.

E, cosa assai più grave, di donne neanche l’ombra.

Un giorno ricevette una mail diversa.

Un magnate russo stava organizzando la festa del suo sessantesimo compleanno, e cercava ‘un clavicembalista disponibile’.

Quando vide il compenso, Gianfilippo accettò senza pensarci.

Andò all’incontro e conobbe Ivan Smirnov, il braccio destro del plutocrate russo, che – oltre a parlare un buon italiano – lo prese subito in simpatia.

«Bene, maestro, ora spiego,» disse mostrandogli la mega villa dell’appuntamento.

«La festa è in questa villa sul mare. Il compleanno inizierà alle ore ventidue con aperitivo. Durante aperitivo lei suona su piattaforma in mare, a ottocento metri da costa, da?»

Gianfilippo, rilevando subito l’eccentricità del suo datore di lavoro, si limitò a fare una domanda logistica:

«Ma se sono così distante dalla villa come mi vedranno gli invitati?»

Smirnov sorrise dell’ingenuità del musico, poi gli indicò un mega pannello montato nel salone della villa: «Lei proiettato qua sopra. Invitati vedono sua performance mentre festeggiano mio boss in villa».

Smirnov poi gli si avvicinò: «Però, maestro, ora lei ascolta bene. A venti minuti di mezzanotte, lei dovrà aver lasciato piattaforma di mare.»

«E perché?» domandò incuriosito il musicista.

«Perché a venti minuti di mezzanotte da quella parte,» disse l’uomo indicando la spiaggetta antistante la villa «parte grossa carica di fuochi d’artificio pari a temperatura di vostro Vesuvio che fa bum. Capito sì?»

«Ah, e io…come rientro?» rispose perplesso Gianfilippo.

«Niet problema. Torna con marinai di nostro motoscafo. Tutto prevista,» disse il russo, facendo capire che il tempo era terminato, come anche l’italiano a sua disposizione.

E se ne andò.

Finalmente arrivò la sera della festa di compleanno del magnate russo.

Gianfilippo, tirato a lucido con smoking a nolo, fu portato sulla piattaforma in mezzo al mare su cui era montato un clavicembalo che era la fedele riproduzione di quello costruito da Francesco de Portalupi nel 1523. Gianfilippo fu percorso da un brivido, pensando alla micidiale potenza economica del magnate russo, alla cui festa di compleanno gli era consentito di suonare. Poi si sgranchì le dita, e iniziò a suonare il migliore repertorio per clavicembalo mai composto: i capricci di Frescobaldi, le sonate di Scarlatti.

La sera primaverile, col mare in bonaccia, trascorreva perfettamente, allietata dalla soave musica del clavicembalo. Dalla piattaforma poteva osservare la mega villa illuminata a festa, coi paramenti, le fiaccole che lampeggiavano sulle torrette, e la gente alticcia che si divertiva.

Dopo tanto tempo, Gianfilippo sentì di avere un suo posto nel mondo.

Finalmente.

Ma – in quel sublime trasporto musicale – si perse l’ora.

Del motoscafo che lo aveva tradotto in piattaforma neppure l’ombra.

I marinai, addetti al trasporto, giacevano ubriachi sulla riva, devastati dal Dom Perignon versato a fiumi alla festa.

Gianfilippo smise di suonare e si alzò in piedi.

Con fatica, acuendo lo sguardo, scorse un via vai frenetico sulla battigia.

La notte d’un colpo si illuminò a giorno.

Dalla spiaggia una muraglia di fuochi d’artificio partì all’improvviso, come una salva d’artiglieria. I razzi a pelo d’acqua fischiavano bassi, tesi, e poi risalivano repentini per poi esplodere sopra il mare nero, che rispondeva con riflessi violenti, rossi e verdi.

La festa si era trasformata nella battaglia di Stalingrado.

Da quell’inferno di spari incrociati, un razzo boom boom di pericolosità F4 puntò la piattaforma, ora traballante per il mare agitato dai contraccolpi, su cui Gianfilippo urlava sbracciandosi:

«Fermi, per carità! Ci sono io qua, ci sono iooo!».

Il razzo sibilando fece una breve evoluzione in aria e poi si schiantò prepotentemente sul clavicembalo. La detonazione fu talmente potente che Gianfilippo fu scaraventato in acqua, mentre gli ultimi fuochi componevano in cielo la scritta fiammeggiante:

“Tanti auguri Babushki!” 

Gianfilippo conquistò la riva a stile rana.

Sulla spiaggia c’erano tutti gli invitati schierati che lo osservavano basiti.

Gianfilippo soffiò via dell’acqua, e li raggiunse camminando carponi.

Dal capannello di invitati emersero Smirnov e un tizio calvo e obeso in vestaglia di raso, occhialoni infrarossi, un sigarone stretto tra i denti e un kalašnikov placcato oro a tracolla.

Fradicio e ansimante, Gianfilippo si sollevò malfermo in piedi.

Il ciccione pelato sputò il sigaro e allargando le braccia pelose esclamò:

«Benvenuto a mio party, maestro!»

Poi, per meglio accogliere Gianfilippo, sparò in aria una raffica di mitra, fra gli urletti isterici delle escort slovene. 

Avete messo Mi Piace2 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ironico e amaramente lucido. Il personaggio funziona subito e il crescendo grottesco è gestito con grande controllo, fino a un finale assurdo ma perfettamente coerente. Un racconto che diverte e, intanto, dice molto più di quanto sembri. Mi è piaciuto. 😉

    1. Grazie di cuore, Daniele: ironia e amarezza erano la bussola. Felice che il crescendo e il finale abbiano retto, e che sotto il divertimento sia passato anche il resto. Alla prossima!

  2. Qui il complimento è meritato e pieno: è una satira costruita con mano sicura, che riesce a far convivere comicità volgare e malinconia autentica senza scivolare mai nel gratuito. Il personaggio funziona perché è tragicamente credibile, e l’escalation grottesca è calibrata con grande senso del tempo narrativo. Il finale è memorabile: assurdo, violento, perfettamente coerente. È una scrittura che sa far ridere e lasciare un retrogusto amaro , segno di controllo e maturità stilistica.

    1. Ciao Lino. Grazie davvero: parole così attente e generose mi fanno un enorme piacere. L’idea di tenere insieme il riso sporco e una malinconia sentita (e vissuta) era il rischio più grande, quindi sapere che non scivola nel gratuito è il complimento migliore.
      Grazie delle tue parole!

  3. Sono innamorata del clavicembalo (sebbene non sappia suonarlo) ma questo non c’entra. Quello che di più apprezzo in questo strumento è proprio la mancanza del pedale: direi che è uno strumento felicemente ostile allo stile romantico. E così anche il tuo racconto, dove l’emarginazione culturale del pur colto protagonista trova un breve momento di gloria solo grazie al vezzo di un plutocrate (o capitalista che dir si voglia: non ho mai capito perché i capitalisti russi debbano essere chiamati con un termine che viene dalla fraseologia fascista). Ma, da che mondo è mondo, i veri artisti non hanno potuto evitare di vendersi per denaro, se seriamente intenzionati a sopravvivere.
    E la raffica finale del kalashnikov (credo sia di moda) aggiunge rumore alla musica, riportando tutti con i piedi per terra, sulla terra violentata e stravolta dei nostri tempi.
    I personaggi sono perfetti nella loro voluta caratterizzazione: hai una scrittura decisamente notevole e assai godibile.

    1. Ciao Francesca, beh Mecenate prima e i Medici dopo, ma anche i Papi che si sono succeduti, stanno tutti a testimoniare che gli artisti non hanno potuto evitare di vendersi per denaro. Il mecenatismo è stato fondamentale per l’accrescimento del nostro patrimonio culturale. Solo che in passato, questa pratica era nobilitante e protettiva nei confronti del genio artistico, oggi è tutto ridotto a merce e mercato.
      E guai a quelli che ne restano fuori. Grazie per il tuo contributo e l’apprezzamento.

  4. Anche gli scrittori sono un po’, a modo loro, clavicembalisti. Devono essere anche ben temperati per sopportare le tante umiliazioni a cui andranno incontro. Uno su mille ce la farà ad emergere, novecentonovantanove soccomberanno. E quell’uno, con il suo bel libro, dovrà superare la concorrenza delle innumerevoli biografie dei tanti personaggi famosi, i cosiddetti V.I.P., quelli conosciuti dal grande pubblico che non legge niente ma che entra in libreria per accappararsi l’ultima edizione delle barzellette del Pupone, ovviamente non scritte da Totti ma da qualche scrittore anonino sottopagato dalla casa editrice. Quello che mi ha colpito di più è stata la sottile ironia con cui hai affrontato l’argomento, ne esce un povero e ingenuo Gianfilippo, catapultato in quel mondo “sporco” dove conta solo chi ha un conto grosso in qualche paradiso fiscale, purtroppo oggi esaltato dai social. Forse alla fist lady americana questo racconto potrebbe non piacere ma solo per gli urletti isterici delle escort sue connazionali. Complimenti, un bel lavoro.

    1. Ciao Fabius. Innanzitutto grazie per l’analisi pressoché perfetta, mi trova molto d’accordo. Per quanto riguarda la first lady americana, non preoccupiamoci troppo: dubito che vaghi per questi lidi. E poi, citando Bennato, “sono solo canzonette”. 😉
      Grazie mille.

  5. Caro Simone.
    con soave e tranciante ironia, hai schematizzato in modo meravigliosamente icastico uno dei più sanguinosi drammi moderni, ovvero la svalutazione del bagaglio culturale classico a fronte di una dilagante sub cultura di massa a base di sensazionalismo gossipparo e privo di qualsivoglia consistenza etica.
    Fantastico il boss russo che nella sua ruspante performance dimostra un cuore a suo modo generoso riconoscendo, con i suoi modi sgraziati, una dignità ed un diritto all’esistenza anche a Gianfilippo, anche se temo che la raffica di mitra stia a significare un epico mantra cinematografico racchiuso nella frase “Qui vige l’uguaglianza. Qui non conta un ca..o nessuno”

    1. Caro Gabri, al tuo occhio chirurgico non sfugge niente. Questo racconto è un lamento semiserio di dolore per lo stato febbricitante in cui versa la cultura in generale, e quella classica in particolare. Grazie, per la comprensione e il gradimento.

      1. Cultura in stato febbricitante ma sempre da sbandierare con orgoglio, in quanto il materialismo non è l’unico parametro.
        Ci sono vittorie morali indelebili di valore assoluto, come la dissertazione sulla costituzionalità della legge che lasciò in silenzio, con gli occhi a croce, due spavaldi piccoli imprenditori che pensavano di schiacciare con la loro maggiore, all’epoca, potenza economica, essendo noi agli inizi, peraltro claudicanti e confusi, dei nostri percorsi professionali