Il Club dell’Orrore 

Serie: I racconti della Rue Morgue


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Questo è il profilo vetrina del gruppo Rue Morgue, dove più autori condividono i loro librick. Per maggiori dettagli, vedere la sezione «profilo». Autore: @LaMascheraRossa

Tutto iniziò per scherzo. Per gioco. Ci riunimmo e decidemmo di fondare un club dell’orrore. Ci scambiavamo racconti e, a turno, ogni sera, li leggevamo ad alta voce, alla presenza degli altri. Alcuni di noi, i più audaci, amavano cambiare qualche frase o qualche accadimento per cogliere di sorpresa gli altri membri del club. O anche solo per scherzare e prendere in giro l’autore. In fondo eravamo tra amici e l’atmosfera era goliardica, con una risata sempre pronta ad affacciarsi sui nostri volti impazienti. Quanti eravamo? All’inizio cinque. Poi iniziammo a crescere. Dieci. Quindici. Venti. Alla fine la nostra università ci assegnò un’aula perché diventasse la nostra sede effettiva nelle ore extra-didattiche. In fondo eravamo studenti di lettere. Tra di noi c’era anche qualche aspirante filosofo e storico. Matematici nessuno. Forse ai matematici non piacciono i racconti. Chissà. Eppure anche loro devono avere qualche eroe nascosto tra le pagine di un libro. Anzi ne sono sicuro. Come sono sicuro che nessuno possa fare a meno di immaginare una storia. Ed era proprio questo lo spirito che animava il nostro club: immaginare e scrivere. Sovente, però, la nostra immaginazione si riempiva di incubi a occhi aperti. Per questa ragione gli demmo questo nome. Lo scopo non era spaventare gli altri, ma giocare con le nostre stesse paure e vedere fin dove ci saremmo spinti esplorando il nostro inconscio. Le iscrizioni erano aperte a tutti. Eravamo selettivi solo nella passione che animava i testi proposti. Volevamo che quel club non fosse la solita congrega universitaria piegata a logiche gerarchiche, oppressive e autoritarie. Volevamo che diventasse il pretesto per stabilire una connessione creativa che ci unisse per davvero. Molte penne e voci narranti si aggiunsero alle nostre. Arrivammo a contare quarantasei iscritti. Il rettore ci guardava di buon occhio, avevamo creato qualcosa di coinvolgente. Ricordo ancora il racconto-poesia di Edgar:

“Affonda nella nebbia il Canto del Corvo,

come un artiglio afferra la sua preda

e la trascina all’interno del suo mondo.

Non esiste gioco,

non esiste ironia.

È il Canto del Corvo.

È il Canto della Morte.”

Ovviamente non si chiamava così, era il soprannome che gli avevamo dato. Il suo nome era Mario Pedrotti, ma, quando leggevamo le sue strane poesie, per noi diventava Edgar. Lui era solito iniziare e introdurre gli altri narratori: in special modo i nuovi.

A volte anche il rettore veniva a sedersi tra quei banchi e ci ascoltava. E non mancavano nemmeno i professori e qualche curioso. Aldo, il bidello, adorava ascoltarci.

E andò avanti così fin quando non arrivò il quarantasettesimo membro. Ricordo ancora quel giorno.

Una donna. La presenza femminile non era molto radicata all’interno del nostro gruppo. Loro, le ragazze, preferivano sognare piuttosto che lasciarsi tormentare dagli incubi generati dalle nostre paure. Per questa ragione fu ben accolta. Le donne, quando avevano il coraggio di osare, di misurarsi con l’ignoto, lasciavano una traccia della loro anima ben visibile tra quelle parole. Noi uomini volevamo angosciare, loro esplorare. Ma torniamo al numero quarantasette: Sofia. Lei firmava ogni suo racconto con una A. Era taciturna, schiva e solitaria, un piccolo sole oscuro che si illuminava quando le chiedevamo di leggere uno dei nostri racconti. Allora i suoi occhi si accendevano, letteralmente, di una luce diversa e più viva. Lei adorava leggerli, ma soprattutto era solita cambiare il finale. Era in perfetta sintonia con gli obiettivi che ci eravamo dati: leggere, immaginare e sorprendere. Ero convinto di essermi preso una cotta, se così posso definirla, per quella figura minuta dai grandi occhi castani. Mi piacevano anche i suoi capelli: neri e lisci come la seta. Ma preferii tenere questa simpatia per me, per non rovinare l’atmosfera fraterna che si era creata tra noi membri. Mi limitavo ad ascoltare la sua voce così delicata e a lasciarmi trasportare nel suo mondo.

Un giorno, da buon presidente di questo club, stavo recuperando dal mio armadietto i racconti lasciatimi dai miei colleghi e soci in occasione dell’incontro che si sarebbe tenuto quella sera stessa. Avevamo una regola: consegnare i racconti al Presidente, cioè me, che li avrebbe distribuiti a sorte. Ma mentre disponevo il plico di fogli sul tavolo, la mia attenzione cadde sul primo foglio. La lettera A, inchiostrata di rosso, mi fece subito capire di chi fosse e sorrisi. Di solito, ero il più severo nell’osservanza delle regole, ma quella sera, complice la pioggia, mi appoggiai alla cattedra e iniziai a leggerlo:

“Il quarantasette è il numero che precede l’abisso. È il numero che accompagna la Morte in mezzo ai vivi e introduce l’unica narrazione possibile per la Morte stessa: l’attesa della fine…”

Era il suo stile, decisamente. Mi divertiva anche il suo sottile senso dell’ironia, nell’aver usato il numero che indicava il suo ingresso nel club. Sorrisi e continuai la lettura.

“I morti riprendono a vedere e a parlare. Riassaporano il gusto della vita. Grazie a questo club, sono riuscita a tornare. Grazie ai vostri racconti, sono riuscita a vivere ancora un po’. Ma il quarantasette cessa di esistere quando il quarantotto sopraggiunge. Ora devo ritornare alla mia tomba, la numero quarantasette, e riprendere il mio sonno. Mi mancherete. Mi mancheranno i vostri sorrisi, le vostre guance pregne di rossore per il troppo imbarazzo o la troppa emozione. Mi mancheranno le vostre voci. Sicuramente verserò delle lacrime mentre i corvi torneranno a essere i miei unici amici. Sì perché la A che uso per firmare i miei racconti significa proprio questo: Amici. Ed io come tali continuerò a considerarvi. Amici… per sempre.”

Era molto breve, più del solito. I suoi racconti erano sempre abbastanza netti e brevi, ma questo sembrava assomigliare a una lettera d’addio. Non so perché lo pensai, ma lo pensai. Quella sera, all’inizio della riunione, venni a sapere che avremmo avuto un nuovo partecipante: il numero quarantotto. Non potei fare altro che pensare al suo racconto. E rimasi ancora più turbato quando non la vidi. Nessuno l’aveva vista. E così nelle settimane a seguire. Cercai di scoprire quale facoltà frequentasse, ma nulla: nessuno sembrava conoscerla. Allora mi presi di coraggio. E una sera, libero da impegni, mi recai al cimitero degli studenti: lo chiamavano così per via dell’alto numero di giovani tra i quindici e i venticinque anni lì sepolti. Ebbi come un presentimento e volli ascoltare quella sensazione. In mano stringevo il suo racconto d’addio. Contai le tombe: una, due, tre… Arrivato alla tomba numero quarantasette, mi fermai. Non volli guardare la foto, non subito. Ero il Presidente del Club dell’Orrore, avevo avuto il privilegio di ascoltare la sua voce, una voce che mi avrebbe accompagnato negli anni a venire. Quando finalmente ebbi la forza di guardare, la vidi. Ma già lo sapevo. Avevo capito tutto.

Sono passati vent’anni da allora. Il club ancora esiste. Io sono diventato il Rettore e un altro giovane ha preso il mio posto. Lo supporto come posso. E cerco di presenziare ai loro incontri. Il fatto più curioso è che i membri del club sono quarantasei. Per qualche strana ragione non aumentano. Io non posso fare altro che sedermi tra quei ragazzi e ascoltare le loro macabre storie. Forse un giorno il numero quarantasette, il mio sole oscuro, come l’ho definita nel romanzo che le ho dedicato, apparirà e potrò ascoltare nuovamente la sua voce.

Serie: I racconti della Rue Morgue


Avete messo Mi Piace10 apprezzamentiPubblicato in Horror

Discussioni

  1. Fin dalle prime righe di questo splendido racconto, mi sono lasciata trasportare nelle atmosfere gotiche degne del grande maestro. ‘Lei firmava ogni suo racconto con una A’, una moderna Annabel Lee che entra a prepotenza e per merito nel club. Entra a farne parte come autrice, ma soprattutto come donna misteriosa e desiderata. Molto affascinante il finale che ti aspetti, ma anche no. Raccontato così bene che diventa sorprendente.

  2. Il livello della narrazione quasi intimorisce un po’ nel volere lasciare un commento. Personalmente distinguo i racconti in due categorie: quelli che mi fanno vedere le storie e quelli che mi ci fanno immergere: questo racconto appartiene alla seconda categoria. Grazie per l’esperienza.

  3. Ciao, leggendolo ho pensato che sarebbe piaciuto moltissimo anche a me da ragazzina far parte del tuo “Club degli Orrori” allo scopo di raccontare le proprie paure e condividerle, magari dentro alla Villa dei Pipistrelli (ispirazione). Piaciuto il racconto e piaciuta la nr 47.

  4. Caspita, due racconti su due da 10 e lode. Anche chi come me è lontano dal genere non può non accorgersi di quanto sia pregevole questo lavoro di Maschera Rossa.
    Il livello di questa crew si presenta altissimo.

  5. Semplicemente magnifico!
    Un soft-horror, se così lo si può definire, che quasi gioca con le emozioni senza mai calcare la mano, lasciando spazio all’immaginazione e alla riflessione.
    Molto bello! 👍

  6. Da lettore, più che scrittore, e più di Lovecraft che di Poe, mi permetto di azzardare che questo racconto è bellissimo. Grazie, @LaMascheraRossa per averlo condiviso. E grazie, @Rue_Morgue , per aver materializzato questo spirito.
    Non mi sbagliavo quando ho facilmente predetto che il livello sarebbe rimasto assai alto. Secondo me continuerà così, almeno finché i nostri maestri dell’emozione oscura (horror ha negli anni acquisito caratteristiche diverse e meno di qualità) non si stancheranno di lasciar trapelare i loro racconti fuori dalla loro ristretta cerchia.
    Se posso, vorrei dire che dall’inizio dei pochi mesi in cui ho frequentato questa piattaforma (EO) mi sono sentito subito prima novizio, poi membro, di questa Dead Poets Society. Una congrega di persone che, ogni notte, si raduna e condivide i propri pensieri e le proprie emozioni in forma di scrittura.
    Ho già detto grazie?

  7. Ricco di mistero, suspense, e soprattutto, le benedette emozioni che tanto amo nei racconti dell’orrore. Si tratta di un altro testo valido proprio come il primo, eppure diverso nella sua grande personalità che emerge dalla bravura dell’autore. @LaMascheraRossa sei raro, lasciatelo dire, per la tua creatività e immediatezza che ti permette di fare centro, e non è cosa scontata quando si ha a disposizione un numero limitato di parole.
    Personalmente ho trovato centrale l’elemento di infatuazione da parte del narratore: oltreché essere stato uno strumento narrativo utile per poter giustificare gli eventi (il fatto che lui non possa fare a meno di leggere il suo scritto, così come di recarsi al cimitero), dona ancora una volta al racconto una doppia identità peculiare che non posso che descrivere usando le stesse parole che ho riservato per “Diamante” di Robért: sospeso tra amore e morte. Riuscire a rendere onore all’elevato legame fra questi due elementi non è affatto cosa da poco, eppure qua ci troviamo di fronte ad una dimostrazione che questo non è solo possibile farlo, ma è anche possibile farlo con un proprio originale stile, di valore e all’altezza dell’autentico genere orrorifico.

    1. Gabriele, grazie. Non avevo letto il commento. Non posso che ringraziarti per queste parole. Sto cercando di fare mio lo spirito di questo gruppo e spero di riuscirci. Capita raramente la possibilità di trovare persone disposte a collaborare a un progetto comune ed è la ragione per la quale proverò a fare del mio meglio. Grazie ancora.

  8. Credo sia la prima volta che rimango letteralmente muto di fronte a un testo pubblicato su questa piattaforma. E non voglio mancare di rispetto nei confronti di nessuno: ce n’è di autori e autrici in gamba qui.

    Ma… c’è un ma. Forse più d’uno.

    Un filo creativo. Una connessione creativa. Due frasi simili poste una nel testo, l’altra in una risposta. Segnale importante, forte. Grande impulso che apprezzo, di cui ringrazio non solo ammirato ma anche, ebbene si, commosso. Tutti noi ricordiamo la Dead Poets Society, la Setta dei Poeti Estinti: e ho provato per un attimo quel brivido… la possibilità di incontrarci in quella caverna e cogliere l’attimo fuggente. Questo è un invito, del genere di quelli che non ti arrivano spesso nella vita.

    Il secondo livello è la trama, frutto di una creazione perfettamente aderente allo spirito della Rue Morgue. Diamo voce ai morti ed essi, grati, ci onorano dell’appellativo di “Amici”. Una ispirazione eccellente, tanto da non farci comprendere dove finisca la tristezza e inizi la bellezza, anzi: l’emozione. Si tratta di un mélange degno di celebri autori, sarò un caso ma Poe era un ineguagliabile
    maestro in mosse del genere.

    Il terzo livello è il sentimento nascosto. Esso arde e illumina le pareti di quella caverna. Una luce fioca, tremolante eppure perenne, che ci accompagna nel corso della nostra vita fino a quella foto sulla quarantasettesima lapide. E, inspiegabilmente, oltre.

    Concludo con una mia considerazione personale: ecco un raro esempio di come la parola possa diventare strumento, di come il rigore (quello che trovo, per esempio, in @bassotti ) non sia fine a sé stesso. Molte sono le condizioni che devono realizzarsi, perfino incontrarsi affinché tale miracolo avvenga e cito le due più evidenti qui: una competenza magistrale unita a uno spirito generoso, che ci accoglie in un infinito abbraccio.

    Grazie di cuore.

    1. Purtroppo leggo solo adesso il commento. Cosa posso dire, è più bello e profondo del testo che ho scritto. Non posso che ringraziarti sperando di riuscire a contribuire nel migliore dei modi. Dopo questi complimenti, Maschera è diventata rossa per davvero. Grazie per tutto.

  9. Ciao ❣️ ❣️ ❣️
    Inizio con un po di autocompiacimento, non me la sono fatta addosso, forse sto davvero crescendo 😅
    In questo caso penso che il racconto sia un volere rendere omaggio al vostro gruppo appena nato, soprattutto all’inizio.
    Il riferimento al 47 è 48 fa iniziare a salire la tensione con poi l’arrivo del climax finale al cimitero.
    Un racconto molto ben strutturato complimenti ❣️❣️❣️

    1. Ciao Lola e ti ringrazio. Esatto, si tratta un piccolo omaggio a questo gruppo e al suo fondatore, ma in chiave estremamente soft. Mi era venuta in mente un’idea più creepy, ma poi ho optato per questo tipo di narrazione. L’altra, magari, più in là, adesso desidero dedicarmi alla lettura degli altri racconti. Grazie ancora.

  10. ma davvero bello, cara Maschera! E anche perfettamente in linea con lo spirito di questo gruppo, mi sembra. Uno stile ammirevole per una storia perfettamente strutturata e ricca di chiaroscuri.

    1. Grazie davvero. Volevo allinearmi all’idea di Robert che, con questa sua idea, ha saputo offrirci uno spunto molto interessante. Ora dipende da tutti noi riuscire a creare una coesione, un piccolo filo creativo che renda questo gruppo facilmente identificabile. Un caro saluto e grazie ancora.