Tempo sospeso
Mannaggia, sempre appannata questa visiera, ogni volta che mi fermo è così. Vendono dei prodotti, dicono che fanno miracoli. Andrò a dare un’occhiata. E poi anche questi guanti, proteggono sì, ma non riesco a sentirmi le dita.
Cerco a tentoni la piccola sporgenza di plastica, mi sembra sia questa. Spingo verso l’alto e immediatamente la vista si schiarisce e l’aria ottobrina del primo mattino mi solletica le guance.
Subito però si fa strada anche l’odore di gas umido e avvolgente che copre la città. Non mi dà fastidio, anzi mi sveglia.
Il grande semaforo appeso in mezzo al lungo viale è rosso. Non si muove niente, ancora nessuno in giro. È presto.
Sento sulla lingua il bruciore del caffè che ho bevuto pochi minuti fa, mi sa che quando arrivo in ufficio me ne faccio un altro, e anche una brioche. Perché no?
Appoggio le mani sul serbatoio e inarco la schiena, che bella sensazione. I tre cilindri borbottano sotto il mio sedere, sento la carezza di quel calore amico.
Riporto lo sguardo al semaforo. Il rosso sparisce, per un attimo al limite della percettibilità non c’è alcuna luce. Brilla infine il verde. Rassicurante.
Rimetto la mano sulla visiera e con un colpetto chiudo la finestra sul mondo. Frizione, pedatina sul cambio e entra la prima con quel clack sonoro che fa tanto tecnologia britannica.
Accelero dolcemente e i tre cilindri si destano immediatamente. Vorrebbero farsi sentire, scalpitano. No, non possiamo, fate i bravi. Il fine settimana vi porto a giocare, promesso.
Adoro i lunghi viali di questa città. Gli alberi sui bordi fanno da spettatori. Le foglie cadute hanno steso un tappeto un po’ giallo e un po’ arancione.
Anche la visiera è tornata limpida, vedo il prossimo semaforo giù in fondo. È rosso anche quello. Rallento un po’, so che sta per diventare verde. È solo questione della giusta velocità, lo fanno apposta per non farti correre.
Infatti è proprio così, sono a una cinquantina di metri e la luce cambia. Bello verde. Vai, via libera.
Seconda, terza. Forte questo cambio semiautomatico, non serve neanche la frizione.
Arrivo all’incrocio, attento alle rotaie del tram, quelle sono pericolose. Ne ho viste tante purtroppo. Nessun problema, basta essere decisi.
Lo sento a sinistra, un cambiamento dell’aria. È lì, vicino. Non ci dovrebbe essere. Un cofano. Giallo. Ma che ci fa lì? È troppo veloce, ma non se ne accorge?
L’aria si ferma, la timida alba non avanza più. I tre cilindri sussultano. Sentono l’indecisione della mia mano sulla manopola del gas. Non sanno che fare.
Il cofano è sempre più grande, più materiale, più vivo. Non va bene che sia lì. Avanza ma non fa alcun rumore.
Il cofano è un muro. Alto, di fronte a me, vicinissimo. Chiude tutto, non si passa. Troppo alto per saltare. Un calore tra le gambe. Sono i tre cilindri impazziti? No, mi sto pisciando addosso.
Vedo la mano destra che apre le cinque dita. Un artiglio che agguanta la leva. Ai corsi ti dicono di usare due dita per frenare. Sì, vorrei vederli.
Troppo tardi. Il muro è già qui, corre verso di me. Cazzo, spostati!
Arriva il rumore. Definitivo.
Un cigolio di metalli che si sfregano, di vetri che esplodono. Lo sento anche con il casco chiuso. I denti stringono, sapore dolciastro in bocca.
Le mani non stringono più niente. Non c’è più contatto. Anche il rumore è cessato, c’è solo uno strano silenzio. Vedo il cielo sopra i rami degli alberi senza foglie, sto volando. Non ho alcun controllo, non posso fare niente. La testa si gira ed è la strada sopra di me. O sotto?
Sto morendo.
Chiudo gli occhi ma continuo a vedere. È un volo lunghissimo. Leggero, libero. Non so dove mi porterà, non mi interessa. Adesso sento freddo, lo sento nella schiena. Non passa. I denti fanno male, o è la lingua?
Sento qualcosa di solido sotto di me, scivoloso e bagnato. Sono fermo adesso. Apro gli occhi, ancora il cielo tra quei rami lunghi e spogli.
Qualcosa mi tocca la spalla. Sento stringere. Non capisco. Poi il cielo viene coperto. Un’ombra sopra di me. Spostati, voglio vedere il cielo.
Un viso. Sconosciuto. Chi sei?
Sento aria fresca sul viso, una mano mi ha alzato la visiera. Sento la testa leggermente sollevata. Alzo le braccia e tento di afferrare il casco. La mano mi blocca dolcemente.
«Non toglierlo, aspettiamo i soccorsi».
Quali soccorsi? E questo che vuole?
Strana la strada da qui, altre persone intorno a me.
«Non muoverti» ancora quella voce. Sollevo leggermente la gamba destra. La guardo e mi sembra di non averla mai vista. Poi la sinistra. Niente. Di nuovo quel sapore disgustoso in bocca. Riprovo. Ancora niente. E torna anche il freddo. Penetrante. Intenso.
Sono vivo. Ma per quanto? Non riesco a vedermi il corpo. Solo le mani e la gamba destra. Mi tolgono i guanti. Uno è lacerato. Vedo sangue adesso sulla mano.
Riprovo ancora con la gamba sinistra. Sento che è lì. Ma non risponde. Muta.
Chiudo gli occhi. Il cielo non mi interessa più.
«Lascia stare, quella è rotta. Stai tranquillo adesso».
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