Il collocamento
Il quartiere era cambiato, in modo radicale.
Quelle che un tempo erano strade polverose che conducevano verso praterie interminabili ai bordi della città, adesso brulicavano di lussureggianti abitazioni.
La borghesia cittadina aveva preferito spostarsi dalle anguste strade del centro storico a favore di case più capienti e dotate di ampi giardini.
Quelle che un tempo erano state le piste per feroci competizioni tra gli scugnizzi del quartiere a bordo di biciclette sgangherate, adesso erano depositi a cielo aperto per auto sportive e suv di lusso.
Le faccie sporche e polverose, le ginocchia sbranate fino all’osso dopo le rovinose cadute dalle biciclette, magari agevolate da un bastone lanciato nei razzi delle ruote, i volti cianotici a causa di lingue ad ostruire la laringe divelte con interventi disperati, i lenzuoli bianchi, accompagnati dalle scomposte urla di disperazione delle starnazzanti comari, stesi su coloro che non ce l’avevano fatta, erano solo ricordi sbiaditi.
Ciò che non era cambiato, anche se invecchiato, era il sorriso irridentemente maligno che si stagliava nel volto di suo padre.
Arturo non lo sentiva da quando, venti anni prima, aveva deciso di arruolarsi.
Dopo la morte di suo fratello Icaro nulla lo legava a quei luoghi.
Arturo sapeva che la morte di Icaro non era stato un incidente. Arturo sapeva che i tizzoni ardenti del barbecue non erano finiti casualmente sul piumino di suo fratello, avvolgendolo rapidamente in una mortale lingua di fuoco. Arturo sapeva che suo padre si trovava lì, e non in bagno, mentre le membra di suo fratello venivano atrocemente straziate dalle fiamme. Arturo sapeva che suo padre era rimasto immobile ad ascoltare, imperturbabile, le disperate invocazioni di aiuto e la urla di dolore di Icaro mentre le fiamme lo carbonizzavano. D’altronde suo padre soleva ripetere che Icaro era un fastidioso peso a causa della sua patologia psichiatrica invalidante.
Arturo non avrebbe mai pensato di tornare in quella casa, ma, dopo l’inattesa notizia del suo congedo forzato a causa di un rilevato stress post traumatico e delirio paranoide della personalità, aveva necessità di un punto di appoggio per tornare nella società civile. D’altronde il congedo era stato agevolato da un generoso contributo all’esodo con cui comprare il silenzio degli ex commilitoni ed incentivare i familiari ad accoglierli per il suddetto reinserimento. Per anni il suo commando aveva agito nell’ombta come spazzino, ma col tempo i raid erano diventati troppo brutali per poter essere insabbiati, al punto che il governo era stato costretto a sciogliere quel plotone.
Suo padre non si era lasciato sfuggire l’occasione per accaparrarsi tale lauto contributo.
Il governo si era occupato anche del suo reinserimento lavorativo, collocandolo come addetto alla sicurezza in un supermercato di quartiere. La spavalda responsabile della struttura l’ aveva accolto con scarso entusiasmo, evidentemente infastidita da una risorsa non richiesta ma imposta. Purtroppo nessuno aveva spiegato alla suddetta muscolare responsabile che quel mastodontico ragazzone, dallo sguardo apparentemente confuso, non era un raccomandato di ferro non troppo sveglio, ma una implacabile e letale macchina assassina, che il governo aveva tentato di disattivare collocandola in un contesto ritenuto non troppo stressante.
Era un sabato pomeriggio. Arturo si aggirava guardingo nei corridoi. La sua attenzione venne attirata da un drappello di giovinastri che stavano infrattando delle lattine di birra, col chiaro intento di non pagarle. Erano in tre, emaciati e tatuati. Nella sua mente un interruttore scattò in automatico. I muscoli si tesero all’unisono mentre fiumi di adrenalina iniziarono a fluire nel suo corpo. Loro adesso erano il nemico. Arturo si abbassò fulmineo per agguantare il pugnale imboscato nello stivale. Uno dei giovinastri stava ancora ridendo sguaiatamente quando il pugnale scagliato da Arturo,
ne attraversò il collo, infilzandolo come un pollo alla spiedo. Gli altri due sgranarono gli occhi vedendo il loro amico franare a terra, con la punta del pugnale che usciva dalla bocca colante sangue. “Bastardo! L’hai ammazzato!” iniziò ad urlare uno dei due, mentre l’altro si voltò per tentare di fuggire. Con movimento fulmineo Arturo estrasse la pistola riposta nella fondina nascosta sotto il giaccone e sparò nella schiena del ragazzo in fuga. L’altro, vedendo anche il secondo sodale franare sul pavimento in un lago di sangue, si lasciò cadere sulle ginocchia. Arturo si avvicinò lentamente poggiando la canna della pistola sulla nuca del superstite. Il ragazzo non fece in tempo ad invocare pietà che un colpo a bruciapelo ne spalmò sangue e materia cerebrale sui barattoli dei pelati. Il panico si diffuse in tutto il supermercato. I clienti iniziarono a correre scompostamente come mandrie di gnu verso l’uscita. La spavalda direttrice venne travolta e calpestata a morte mentre tentava di urlare alla folla imbizzarrita di mantenere la calma. I clienti si accalcarono alle uscite creando un terrificante collo di bottiglia a base di carne umana. Alcuni corpi esplosero per la pressione, espandendo carne e viscere sulle vetrate, mentre altri, sputati sul cemento dalla spinta della massa, vennero calpestati a morte da coloro che riuscivano ad uscire mantenendo l’equilibrio.
Arrivarono a sirene spiegate volanti della polizia ed ambulanze. Furono censiti dodici morti e numerosi feriti, alcuni gravissimi. Dopo poche ore apparvero misteriosi agenti governativi i quali sequestrarono i filmati e tagliarono le parti in cui compariva Arturo.
Glo accadimenti del supermercato vennero citati nel telegiornale nazionale della sera. Arturo stava guardando le immagini quando ricevette una telefonata. Era un funzionario governativo. Gli comunicava che dal giorno successivo avrebbe iniziato a lavorare in un altro supermercato.
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Un racconto che funziona su due livelli: la tragedia privata di Arturo, il fratello bruciato vivo, il padre complice e ora padrone della sua sopravvivenza, e la satira nerissima di un sistema che “ricicla” i suoi strumenti di morte come addetti alla sicurezza nei supermercati. La violenza è descritta con un realismo quasi burocratico, che la rende ancora più disturbante. La chiusura è un colpo perfetto.
Grazie Lino per la puntualissima disamina.
Cerco nel mio piccolo di esprimere il punto di vista interno in termini di piatta e monotona sociopatia anaffettiva