Il colpo di vento

Serie: Anatomia sepolcrale di un sogno


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Gustav ritrova in Sveva delle risonanze segrete, in parte consolatorie, ma che lo portano a evitare di guardarla in viso, come nel misterioso incanto di una nuova Euridice comparsa all'improvviso dalla nebbia del mito, oltre il tempo. Intanto l'insegnante di pianoforte lo reclama a tavola.

Sveva svanì e mi lasciò lì dov’ero, mentre da una finestra appannata affioravano due figure smarrite, senza l’ombrello. Aprii di nuovo la porta accorgendomi che erano il cartolaio e sua figlia Greta, zuppi d’acqua. Feci un balzo di gioia. Non vedevo l’ora che padre e figlia si ricongiungessero. La bambina tossiva con violenza. In una mano teneva una bacchetta celeste. Mi precipitai verso il cartolaio, inciampando, poi riassestandomi per tempo, mentre la porta della locanda si chiuse per un colpo di vento, alle nostre spalle, lasciandoci fuori. La bambina continuava a tossire. Aveva un volto violaceo, congestionato, i denti che le battevano. Il cartolaio mi raccontò che per tirarla fuori dall’autobus aveva dovuto litigare con diversi orchestrali, che non volevano lasciarla andare. Poi, una volta trascinata fuori, mentre i ragazzi la guardavano dai finestrini dell’autobus – coi volti delusi, immalinconiti – lui l’aveva punita con la bacchetta che aveva recuperato nel fango.

«Ma adesso» mi fece il cartolaio, con uno sguardo diverso, che sollevava dalle sue scarpe infangate verso di me «è importante restituire la bacchetta insanguinata all’insegnante e fare nuove verifiche sulle attitudini musicali di Greta.» Non voleva vi fossero dubbi sulla natura artistica di sua figlia. Come dargli torto, pensai

A: Avvocato

C: Cartolaio

A. Credo che ci abbiano chiusi fuori.

C. Possibile? Provi un po’ a bussare, avvocato. Qualcuno ci sentirà.

A. Ho la sensazione che abbiano dato una mandata di chiave, o forse due, dopo che la porta della locanda è sbattuta per il vento.

C. Ho freddo, avvocato. Così la mia bambina. Guardi come batte i dentini la mia Greta. Sembrano scarpette di soldatini.

A. Posso picchiare con i pugni, ma non penso vi siano possibilità. Adesso provo.

C. Provi, avvocato, e dica che ci siamo noi due, e che abbiamo portato la bacchetta di cristallo insanguinata, con cui ho già punito la bambina, ma non sono stato capace di verificare il suo ritmo musicale – con le verticali notturne, intendo, trattandosi di un affare specialistico della sua insegnante. Non era il caso di sostituirmi a lei. La chiami, la chiami, avvocato. Lo faccia con la sua voce autorevole e non con i pugni alla porta. A me la voce sta scendendo per tutta l’umidità del bosco e inoltre per il terrore dei giovani defunti, tutti elettrizzati perché prossimi al loro ultimo concerto. Un concerto nel bosco notturno di soli morti. Un evento assolutamente memorabile, se non unico al mondo, al quale, purtroppo, non potrò assistere – credo di aver capito, dalle sue considerazioni di poco fa, di non averne il diritto. Spero vi siano delle possibilità per mia moglie e per l’altra bambina, almeno. Dovrò parlarne a lungo con l’insegnante, ma insista ancora, avvocato, la prego. Non con i pugni, ma con la voce, se non con una spallata o al limite… con il verso di una poesia. Di certo raggiungerà il loro cuore, se non la loro anima.

(L’avvocato Gustav è davanti alla porta chiusa, ostinandosi a bussare con i pugni, a gridare, mentre nessuno pare ascoltarlo)

A. Per favore, siamo in tre. Almeno tu, Sveva, cerca di comprendere lo stato drammatico delle cose. La bambina batte i denti e ha un filo di sangue che le cola lungo un polpaccio. Il padre non ha più voce, forse nemmeno più senno. La bacchetta di cristallo è ancora intatta. Ci sono i giovani morti nel bosco, lì fuori, non tanto lontano come avrei disperato, che attendono istruzioni per il repertorio della loro ultima esecuzione. Hanno fatto presto a tornare, padre e figlia, entrambi zuppi d’acqua, da non sembrare più vivi, nemmeno loro due. Sono congestionato e disilluso. Possibile che abbiate il coraggio di lasciarci qui fuori? Fatelo almeno per Greta, che è la più sofferente» ma dall’altra parte non accadeva nulla, come se all’interno della locanda non vi fosse più nessuno.

Ero esausto, frastornato. Il cartolaio e sua figlia, entrambi intirizziti di gelo, si avvicinarono sempre di più a me, guardandomi le mani, le tempie e il lato della bocca dove era stato sbagliato il bacio di Sveva, come se adesso lo vedessero formarsi, sfolgorare e poi svanire nel vuoto, ai confini con l’inesistenza di quella notte. Lui cominciò a tremare come una foglia – lo stesso anche sua figlia – e sin dentro le ossa, che avvertivo rotolare come giocattoli o pezzi sparsi di bambole distrutte. Ma tutte le volte che Greta gli si avvicinava per prendere calore e per abbracciarlo, il cartolaio sollevava un braccio con violenza, ostentando dalla mano sinistra i volteggi della bacchetta: «Non ti permettere di avvicinarti, che ti apro la testa!» e nel suo sguardo, come nella sua minaccia, si mieteva lo scroscio puro dell’odio, come manciate di guano miste a chiodi, e io alle sue parole spaventose mi voltai, proprio quando dai vetri a losanga della porta affiorò un’ombra sottile, che mi invitò, con il fumo della sua voce, ad avvicinarmi.

«Posa l’orecchio vicino alla porta, Gustav, in modo che nessuno possa sentirmi. Devi farlo adesso, però» e io, gioco forza, le obbedii. Forse era la voce fanciullesca di Sveva, non mi dava altro scampo, ormai. Dovevo rassegnarmi alla natura del suo dominio, e non a quello dell’insegnante di pianoforte, pensando alla supremazia del dolore sull’amore, un elemento a cui non avevo mai dato importanza e al quale sarebbe stato difficile adattarsi. Tenevo l’orecchio vicino alla losanga della porta ghiacciata, mentre il cartolaio e la sua bambina mi guardavano fissi, con la stessa intensità, mentre percepivo la voce di Sveva, ormai inconfondibile, sempre più cristallina nel suo sussurro. Davanti a me non c’erano l’uomo con la sua bambina, ma la voce di Sveva, che mi prendeva dentro una rete, inondando ogni angolo dello spazio teatrale che occupavo, ogni ramo del bosco, ogni piccola goccia di pioggia, di vapore, di sangue. La sentivo parlare una lingua arcana, che mi avvolgeva senza che ne cogliessi il significato, eppure i suoni delle sillabe raggiungevano zone profonde e inesplorate della mia intimità, come del mio passato, senza darmi il tempo di pensarle, codificarle, lasciandomi travolgere dal loro flusso incantatorio di filastrocca.

Continua...

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