
Il compleanno di mia sorella
Questo è un mio “scherzo” dialettale che ho tradotto in italiano facendogli perdere l’80% della musicalità e dell’umorismo. Se avete un dialetto salvatelo! Quando i nostri figli o nipoti lo avranno dimenticato e parleranno un italiano imbastardito da inutili inglesismi le nostre radici saranno marce.
Oggi ero su nel solaio a dare una sistemata alle arelle, faceva così caldo che ansimavo come un vitello. A un certo punto ho sentito mia madre che urlava e sono sceso di corsa, a perdifiato, perché mi sembrava stesse male.
Arrivo giù e mi dice di andare al “casel” a prenderle un pentolino di latte e un etto di burro che aveva intenzione di impastare una torta per il compleanno di Teresa.
Gliele ho cantate, imprecando, che quando ci vuole ci vuole!
Però sono andato… ho scambiato due chiacchiere con quel tirchio di Toni e ho pagato i soldi che mi ha chiesto, l’ho mandato a farsi fottere e sono tornato.
Il Berto, che mi aveva visto, mi ha chiamato dalla sua cantina:
“Vieni qua dai! Rissaiolo, che ti faccio assaggiare qualcosa di buono che forse ti raddolcisce”
Come potevo dirgli di no? Fa un vino veramente ottimo ragazzi!
Ed è anche generoso, che il Signore gli renda merito!
Il fatto è che da quelle scale riesci anche a ricordarti l’andata ma poi ti riesce difficile capire come hai fatto a risalire!
Non ci mette additivi… scendi con la gola secca e torni su con la testa vuota.
Non sto qua a raccontarvi quanti bicchieri ho bevuto, posso solo dirvi che non ho cenato e che la torta per il compleanno la faranno l’anno prossimo.
Adesso sono tre giorni che mia mamma e mia sorella parlano di me in terza persona:
“Avrà fame quello lì?” Chiede pietosa mia madre
“Che si arrangi quel vagabondo!” Risponde Teresa.
El compleano de me sorela
Ancoi ero su en teza a darghe na regolada ale arele, feva si calt che arfievo come en vedel,
a en zerto punto ho sentì me mama che zigheva e som corest zo a strangolom che me pareva che la stes mal.
Arivo zo e la me dis de nar al casel a torghe en crazidel de lat e n’eto de boter
che la voleva far na torta per la Teresa che la compiva i ani…
g’ho tirà zo do ostie che quando le ghe se vol le ghe se vol!
Però som na… ho scambià do ciacere con quel caia de Toni, g’ho dat i schei ch’el voleva,
l’ho mandà a farse na velada e som tornà.
El Berto, ch’el m’eva tendù, el ma ciamà da la so caneva
“Vei chi valà, zigalom, che te fago tastar qualcos de bom che forse te te endolzisi”
Come fevo a dirghe de no? El lo fa bom el vim putei! E l’è anca generos, el Signor ghe renda merito!
El fato l’è che da quele scale te arivi anca a ricordarte l’andata
ma te riese difizil capir come t’hai fat a tornar su.
No el ghe mete porcherie… te vai zo co la gola seca e te torni su co la testa voda.
No stago chi a contarve quanti biceri n’ho trat zo, podo sol dirve che no ho zenà
e che la torta per el compleano i la farà l’an che vem!
Ades me mama e me sorela l’è tre dì che le parla de mi en terza persona:
“G’avralo fam quel li?” dis empietosia me mama
“Che el se rangia quel remengo” risponde la Teresa.
a strangolom= a perdifiato
teza=solaio
crazidel=pentolino
boter=burro
caia=tirchio, spilorcio
zigalom non trovo termine per tradurlo. E’ uno che urla (Zic=grido zigar=gridare) diverso da “begarol” che è uno che cerca bega, lite. Attaccabrighe
Vei qua valà=vieni qua,dai! dove valà sta a significare “lascia perdere”
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Io sono negatissima con i dialetti, mai parlati in vita mia, ahimè, ma mi è piaciuto e mi ha appassionato un sacco questo racconto! E ho capito molto più di quello che pensavo, non sono così negata, alla fine…grazie Giuseppe!
Grazie Dea e grazie a tutti. Li chiamo “scherzi”, sono ricordi o macchiette di personaggi che mi hanno colpito. Ne ho altri ma è un brutto periodo e non riesco a ritagliarmi il tempo per tradurre e per pubblicare e, purtroppo, neanche per leggere tutte le cose belle che giornalmente vengono postate.
A presto, un abbraccio!
❤️
Bello Giuseppe, mi sono divertito anche a provare a leggere ad alta voce la parte in dialetto. Ti risparmio sui risultati 😂
Roberto, secondo me sbagli solo la cadenza 🙂 🙂 🙂
“Quando i nostri figli o nipoti lo avranno dimenticato e parleranno un italiano imbastardito da inutili inglesismi le nostre radici saranno marce.”
E questo vale già la lettura di tutto il racconto👏
Li amo i dialetti, tutti. Purtroppo, parlati, molti non li capisco ma leggerli e metterci intuito mi da grande soddisfazione. Provo anch’io a parlarli, ma solo senza pubblico. 😉
Bellissimo racconto, musicale ed allegro. Alcune parole del veneto sono un po’ ostiche par mi ghe son del sud, ma ostia, che roba, quan l’è che ghe capì qualcosa…
Giancarlo… 🙂 🙂 😀
Adoro i dialetti: tutti. Non c’ e` linguaggio piu` espressivo e colorito dei nostri dialetti. Sono un patrimonio di inestimabile valore. Io pero` non ho capito tutto, qualche traduzione in piu` non guasterebbe; comunque questo dialogo me lo studio e prima o poi, qualche espressione rubata la sfruttero`.
Amo chi ama i dialetti! Se hai curiosità o dubbi sul significato di qualche termine fammelo sapere! Un abbraccio!
Scendi con la gola secca e torni su con la testa vuota 😀
Rende bene in dialetto, ma hai fatto bene a mettere la traduzione, avrei capito meno della metà 🙂
Francesco, sono mezzo siciliano ma se tu scrivessi in dialetto stretto capirei ben poco! Ricordo solo: picciriddu e trasite… che tristezza
Giuseppe, ma cosa ci combini?! Integrale il testo lo devi lasciare e poi, se vuoi, magari la traduzione a piè pagina. Forza, aspettiamo l’originale 🙂 🙂 🙂
Cristiana ho preferito anteporre la traduzione per non spaventare chi avrebbe potuto non capire il dialetto. La versione originale l’ho messa in coda. Ne pubblicherò altri e farò come tu hai suggerito. Grazie!
Sarebbe un esperimento molto curioso e originale 😊
Di dove sei? Potrebbe essere del Bellunese?
Io sono veneta, di Padova, e in occasioni come questa rivolgo un pensiero non proprio riconoscente ai miei genitori che furono soggetti alla moda dell’Italiano puro e non mi permisero mai di parlare in dialetto da piccola e da ragazza. So di avere perso molto. Me lo conferma questo tuo “scherzo” che per fortuna riesco a capire anche in originale. Ha un profumo e una immediatezza degna di Luigi Meneghello.
Ciao Francesca, sono del basso Trentino, Rovereto. Ho molti amici veneti che capiscono ed apprezzano quando scrivo in dialetto, in effetti è molto simile, soprattutto a veronese e vicentino. Ovvio che io il dialetto lo amo! Un abbraccio!
Spero tu abbia voglia di scriverne altri, di questo genere.
… e grazie di avermi accostato a Meneghello ma forse è un’eresia! 😉
Certo, lui ha scritto un po’ di più…Però chissà, forse tu hai i cassetti pieni!
ahahah, potrei anche aver scritto più di lui ma non mi è mai uscito qualcosa che possa minimamente avvicinarsi a “I piccoli maestri”… magari in futuro, chissà!