Il coraggio di cambiare

Serie: Eyes


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Un gruppo di ribelli si impadronisce di una IA governativa e sono ricercati. Nasce una relazione tra il leader del gruppo e una ragazza, che crea opere di animazione assieme alla sua compagna digitale.

Era sera, il sole cercava di entrare negli stretti spazi tra un palazzo e l’altro, riuscendo solo a creare qualche geometria di ombre. Steven entrò nel negozio di elettronica vintage nel quartiere est della città.

Salutò il commesso che metteva in ordine i vecchi supporti analogici nel reparto musica e proseguì verso il magazzino del negozio. Dispositivi di ogni genere, interi e smontati, accatastati o in ordine dentro scatole di cartone, in una stanza senza finestre. C’era un signore sulla cinquantina, che girava per la stanza guardando in giro. Steven prese uno scatolone, si sedette sull’unica sedia e iniziò ad esaminare le schede elettroniche una ad una.

Il signore si schiarì la voce, si lisciò i baffi ed esordì:

— Mi fa piacere incontrarti qui, Steven, anch’io sono un cliente, seppur occasionale. —

— Come fa a sapere il mio nome? — Steven sì alzò di scatto, ma capì che non c’era modo di scappare, e rimase immobile.

— Calmati, sono dalla vostra parte. —

— Vorrei sapere con chi sto parlando. — Steven era diffidente, poteva essere una trappola.

— Aiware, Navin Jay — e tese la mano.

Steven lo riconobbe, ricordando una sua recente intervista.

— Ok, piacere. Gli strinse la mano, pensieroso. —

— Dalla nostra parte? Volete la vostra IA a processo? —

— Beh, non che fosse previsto, ma a questo punto… Sarà il primo della storia, un evento mediatico pazzesco. —

— Avete convinto voi il Governo a procedere con l’accusa? —

— Non è stato difficile: scaricare le colpe politiche su una macchina, dopotutto, è comodo. E noi non vogliamo che le nostre creature siano… odiate dalla gente. Ha sbagliato, ma non possiamo semplicemente ritirarla, non è un robot qualsiasi. —

— E quindi si farà davvero un passo indietro sui controlli? —

— Sì, per il momento almeno. —

— Dovete però restituire la chiave dell’hard disk, però. Ora state intralciando l’attività del Governo. —

— La chiave è pronta per la restituzione, serve solo il mio ok, che darò quando sarò certo che non è una manipolazione. —

— Ho i documenti firmati, con i capi d’accusa: violazione sistematica della privacy dei cittadini e utilizzo illecito dei poteri conferiti. —

Steven lo guardò negli occhi, aveva solo quello strumento per prendere una decisione, il suo sguardo.

Pensò a John, e soprattutto a Susan, ai suoi due anni di riabilitazione sociale per le proteste per il diritto alla privacy, e sentì il peso della responsabilità della scelta che aveva di fronte.

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Era lì, seduto sulla panchina all’angolo sud ovest del parco, con il sole che gli illuminava il viso. Il cuore le battè forte per scacciare il dubbio: e se non lo trovo?

Lo salutò e si sedette alla sua sinistra, tesa e impacciata.

— E quella telecamera? Ad ogni panchina c’era una camera giusto di fronte. —

— Non va, è in manutenzione. Oggi ho controllato tutte quelle del parco, e ho finito i ricambi. Vedi quel bollino rosso sul lato della camera? Domani la riparerò. Comunque, puoi stare tranquilla, oggi non ci cercheranno. Come va? —

— Non bene. —

— Ma il tuo anime è un successo. Io ti seguo da quando hai iniziato, veramente! —

— Lei non sembrò apprezzare molto l’interesse, aveva sempre avuto una reazione strana ai complimenti. —

— Ho problemi con Sheila, ho parlato con la mia amica, non mi chiama da anni. Non ho amiche, in verità. E non credo che Sheila collabori con la Sicurezza. Ho creato problemi al gruppo, vero? Sto cercando di uscire dall’isolamento in cui vivo da molto tempo. —

— Non hai creato alcun problema e probabilmente domani potremo vederci normalmente, in videochiamata. —

— Davvero? —

— Senti, vuoi davvero andare su Marte, o è solo il desiderio di un tuo personaggio? —

— Si, certo che vorrei, per quello che ho scritto quella storia. Credo che mi aiuterebbe. —

Steven guardò il sole tramontare e disse sottovoce;

— Chissà…—

Si guardarono negli occhi, e li chiusero entrambi.

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Inserì il codice sul dispositivo e con un click metallico la cassetta di sicurezza si aprì.

L’ispettore Elisabeth Milton ebbe un attimo di esitazione prima di inserire la mano nello sportello. Era l’incarico più importante che le avessero assegnato da quando era capo della Sicurezza della città. Dentro effettivamente c’era un unico oggetto, di plastica trasparente, con all’interno due schede elettroniche. Una era la cifratura, l’altra uno strano dispositivo di rete. C’erano due placchette di metallo su un lato, le mise a contatto con il metallo della grata di aerazione che aveva tra le mani. I 300 Terabyte di codice di Security One iniziarono dopo due lunghi secondi ad accomodarsi al loro posto sui server del Ministero. Ci avrebbero messo un paio d’ore, e quindi si guardò attorno per cercare un posto adatto per sedersi ed aspettare.

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La musica rock della sveglia suonava da qualche minuto e Steven lottava per svegliarsi. Era stato sveglio quasi tutta la notte, pensando al futuro, ad Helen, al suo lavoro, cercando di formare un puzzle con dei pezzi che non volevano saperne di combaciare.

— Cosa succede? Non ho il turno di mattina oggi. —

— Mr. Jay in linea. —

— Buongiorno Steven, immagino tu non abbia ancora visto i notiziari. —

— Sorprese? Come ha esordito Security? —

— Questo non lo so nemmeno io, è stata bloccata e sto aspettando aggiornamenti. —

— Il motivo per cui mi ha chiamato? —

— Una proposta di lavoro; viste le tue conoscenze di ingegneria quantistica, ti offro un posto nel laboratorio di ricerca sull’IA quantistica, ad Arcadia. —

— Ma io non so quasi nulla di ingegneria quantistica, ho solo rubato qualche informazione. —

— Hai sempre fatto di tutto per nascondere al Governo le tue capacità, ma io ne sono a conoscenza. Accetti? —

— Sono interessato, ma prima devo assicurarmi che le persone a cui tengo stiano bene e non siano state arrestate. —

— Nessun arresto, nessun capo di accusa, preferiscono non far sapere questa storia. Comunque puoi assicurarti di questo e darmi una risposta tra un paio d’ore al massimo. Si parte domani. —

—Va bene, ma c’è una condizione. —

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— Parto. —

— Sei sicura? Hai riflettuto bene? — Sheila le parlava attraverso gli auricolari, e sembrava quasi che le stesse tremando la voce.

— Non cercare di fermarmi un’altra volta. —

Helen parlò con calma e senza esitazioni.

— Ci sentiremo ancora? —

— Non lo so. Può essere. —

Pioveva e camminava sotto la pioggia riparata solo da un impermeabile leggero.

Salì sul taxi, si tolse gli auricolari e in quel momento da uno di essi una goccia d’acqua scese lungo la sua guancia.

Trenta minuti dopo, il sole era tornato a splendere e Helen, appena scesa dal taxi, piegava il suo impermeabile, mentre Steven la guardava pensieroso.

— Come mai quella faccia seria? — chiese Helen.

Steven sfilò dalla tasca della giacca un braccialetto di metallo, di bigiotteria vintage, e glielo porse.

— Prova a vedere se ti sta. —

— Helen lo guardò stupita e lo mise al polso guardandolo attentamente.

— Vuoi portare Dixie? —

— Ah, ok… che onore! —

— Però, hai buon gusto, è proprio carino.

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Erano soli. Dietro di loro, a qualche centinaio di metri, le torri di Arcadia accendevano le prime luci. Le vetrate delle grandi serre a fianco della città riflettevano i raggi del sole che si avvicinava all’orizzonte.

I loro occhi si incontrarono e si socchiusero di fronte all’abbagliante bellezza di quel loro primo tramonto blu.

Serie: Eyes


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Discussioni

  1. È molto particolare l’uso di ‘stacchi’ così netti fra le varie situazioni che descrivi, tuttavia comprendo che sia funzionale a uno stile tuo quasi didascalico e , direi, molto cinematografico.

    1. Lo stile ‘sceneggiatura’ mi piace molto ed è voluto. Purtroppo, però, ho avuto dei problemi di formato, che ho cercato maldestramente di sistemare. Scrivo pensando alla carta, ma in digitale è ben diverso. Dovrò usare le caporali, non le lineette, e soprattutto stare attento con gli ‘a capo’, perché altrimenti quando pubblico mi si scombina tutto il layout.

      1. Tempo fa, Tiziano Pitisci consigliava di scrivere direttamente dalla pagina di creazione del testo di Open. Io, personalmente preferisco il formato word del Drive, anche per una questione di salvataggio. A volte però mi capita che copiando il testo, qualcosa mi vada storto.

        1. Vero, anch’io ho copiato da word. Il problema è che le pagine su word sono fisse (le parole che stanno su una riga sono sempre quelle), mentre Open deve adattare la lunghezza delle righe a seconda se uno legge da un laptop, da un tablet o da un cellulare. Perciò da word è difficile vedere il risultato finale. Inoltre in Open ‘a capo’ significa ‘nuovo paragrafo’, mentre in word è solo ‘vai a capo’. Quindi sì, sarebbe meglio scrivere direttamente sul sito