Il dado

Serie: Jaskerite


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Una fiaba moderna in cui magia e racconto si mescolano, nell'abbraccio della neve: benvenuti al bazar OMNIA, dove è possibile trovare di tutto. Proprio tutto...

“Un oggetto in particolare…”, le parole del ragazzo si rifrangono sulla bocca dell’uomo: quella frase lasciata a metà assume i contorni di una domanda implicita.

“Un dado. Ma non uno comune”, il ragazzo decide di giocare d’anticipo, “un dado di jaskerite”.

La mano del vecchio si precipita al mento, come ad offrirgli un sostegno; il pomo d’Adamo si solleva vistosamente, mentre l’eco di un suono roco si sprigiona dalla gola.

Dalla manciata di metri che li separano, l’eco del galoppo di pensieri che ingombra la testa del vegliardo non sfugge al ragazzo, e stride con la pesantezza delle sue movenze.

“Mi piacerebbe essere più preciso”, si affretta a precisare il giovane, “ma non posso: il fatto è che… non ho mai visto un simile oggetto”, ammette infine in un lungo sospiro, lo sguardo a terra.

“Questa è bella”, sul volto dell’uomo, che l’ammissione del ragazzo ha strappato via a forza dalle proprie elucubrazioni, albeggia un’espressione a metà tra l’ilare e l’insolente, “se non hai idea di come è fatto, allora perché ne cerchi uno?”.

“Non l’ho mai visto. Ma ho letto una descrizione accuratissima delle sue proprietà. Deve credermi, bisogna proprio che quell’oggetto esista: ho deciso che lo cercherò ovunque, e un giorno lo troverò”. Svanita ogni increspatura dalla sua voce, il ragazzo è un fiume in piena; al vecchio non rimane che ascoltare quel petto ansante raccontare di come, quando aveva raccolto il volantino da terra, dove era seminascosto sotto una coltre di foglie, ne aveva letteralmente mangiato con gli occhi ogni dettaglio, prima di ripiegarlo con cura, come si fa con le cose importanti.

Lo aveva messo al sicuro in fondo alla tasca destra del cappotto, lo stesso che indossa anche oggi. In quel preciso istante la sua vita aveva subito una svolta e, dal fondo di quella tasca, il volantino aveva continuato a promettergli il più impensabile degli sbocchi alla sua ricerca.

Nei giorni che erano seguiti, in giro per il paese aveva assistito al curioso moltiplicarsi di quei volantini nel disinteresse generale della gente, che tuttalpiù si preoccupava che qualche tombino potesse intasarsi per colpa di quella marea di stupidi foglietti lasciati da chissà chi.

Era passato davanti alla vetrina ognuno degli ultimi tre giorni, mattina e pomeriggio, con la speranza di trovare aperto. Mentre parla, la mano destra del giovane non smette di tormentare l’orlo della sciarpa che sbuca dal bavero del cappotto: a guardarlo si direbbe che si trovi nell’alquanto spiacevole condizione di un assetato che non sappia descrivere la natura di quel liquido trasparente di cui ha un bisogno pur così impellente.

“Quand’è così, forse posso aiutarti”, il cambio di passo nelle parole del vecchio colgono di sorpresa il ragazzo, interrompendolo. Non ha ancora detto nulla di preciso, dopo tutto.

Leste, le mani dell’uomo si sbarazzano della chiave rimettendola al sicuro nel cassetto, come a liquidare un proposito passato in secondo piano per occuparsi di un compito tanto inaspettato quanto di oggettiva assoluta urgenza.

È tutto il suo corpo, adesso, ad avere riacquistato energia.

“E dimmi un po’… questo volantino di cui parli… recherà di certo uno slogan al suo interno”, insinua l’uomo con il sorriso ammiccante di chi la sa lunga. Il ragazzo avrebbe saputo richiamare alla mente, centimetro per centimetro, il contenuto di quel volantino, figurarsi il claim.

“Al bazar OMNIA non trovi di tutto, trovi proprio tutto”, gli occhi due spiragli, la bocca spalancata, il ragazzo recita ad occhi chiusi quanto è rimasto impresso nel suo ricordo.

Senza nessun tentennamento.

“È tutto vero, allora!”, le mani del vecchio battono divertite per il compiacimento, mentre questi si mette a saltellare come un pargolo di fronte ad una vetrina di dolciumi.

“L’ho letto tante di quelle volte, signore, spero di… voglio dire… di poterne trovare uno qui…”, prova a spiegare il ragazzo.

“Un… che cosa? Insomma cos’è tutto questo mistero? Dovrai sforzarti di essere più preciso, ragazzo, o non potrò aiutarti!”, lo incita il vecchio, sempre più incuriosito dalla situazione.

“Ecco signore, sarebbe il più bel regalo di Natale per me, sapesse in quanti negozi sono entrato ma… nulla”, sospira il giovane per tutta risposta.

D’un tratto il collo dell’uomo si irrigidisce, come se un sudario vecchio di millenni fosse stato squarciato da una mano invisibile.

Col palmo della mano si copre la fronte, quindi esclama “che sciocco sono stato! Avrei dovuto capirlo immediatamente: è da quando ti ho visto mettere piede nel mio negozio che mi hai hai dato l’impressione di essere un ragazzo fuori dal comune. Sarò pure diventato un vegliardo decrepito ma sono ancora in grado di riconoscere un Cercatore quando ne vedo uno nel mio negozio!”

“Ma non ho neanche cominciato a spiegare…”, ribatte il ragazzo incredulo.

“Sai una cosa? Ti devo delle scuse. Ma cosa continui a stare lì impalato? Avvicinati al bancone: io e te dobbiamo parlare. Avrei dovuto capire ben prima sulle tracce di quale oggetto talmente prezioso e raro tu ti sia messo” si rammarica l’uomo.

Sulla prime il ragazzo rimane a bocca spalancata, incapace di dare un senso alla familiarità sbocciata tra loro.

“Quindi voi… ne avete uno?”, balbetta poi, allettato dalle prospettive dischiuse da quella situazione inconsueta.

“Ho aperto da poche ore e l’assortimento non è ancora al completo, ma…”, nel silenzio carico di magia l’uomo si china in avanti così da allineare il viso con quello del ragazzo, che nel frattempo gli si è avvicinato ancora, “la risposta è sì: ho il tuo dado di jaskerite”.

L’enormità dell’affermazione, scaturita dal nulla come un fulmine in una giornata di sole, galleggia nel fazzoletto d’aria che li separa, salutata dalle caverne gemelle delle narici del vecchio, dilatate allo spasimo, e dal plotone di denti ingialliti e storti, messi in mostra dalla contrazione oscena delle labbra.

Il ragazzo rimane in tralice, sopraffatto. “Dunque lei ne possiede uno? Voglio dire: in questo negozio, in questo momento, è nascosto da qualche parte un vero dado di jaskerite?”, prosegue con un filo di voce, in preda al terrore che la bolla possa scoppiare e l’incantesimo disfarsi di lì a un attimo.

Tutto nella postura del giovane conferma come non stia ormai più nella pelle.

Per tutta risposta, il vecchio esplode in una fragorosa risata. “Devo ammettere che, come Cercatore, sei un tipo alquanto bizzarro, giovanotto! Adesso, se non altro, il motivo della tua circospezione mi è chiaro: quel che cerchi è alquanto prezioso e raro, io stesso ti confesso di averlo cercato a lungo prima di mettervi le mani sopra”. Poi, come a prevenire un’obiezione fluttuante in aria, aggiunge “è davvero un esemplare notevole, e procurarmelo mi è costata tanta fatica: è quindi del tutto normale che tu ti stia domandando a quali condizioni io sia disposto a disfarmene. Ma non temere, considera il mio un puro e semplice piacere intellettuale: esserne entrato in possesso per qualche giorno mi basta. D’altronde non potrei utilizzarlo, visto che non ne domino il potere”.

“Il potere?”

“Non prendermi in giro, non dirmi che non ne sei al corrente! Se hai letto il Libro avrai appreso che quell’oggetto non funziona in qualsiasi mano. Meglio così: aprire un varco su una nuova dimensione non è una bazzecola. Le conseguenze potrebbero essere straordinarie, ma anche disastrose”.

Il Libro: il ragazzo aveva raccattato quel minuscolo testo in fondo ad un baule, sepolto sotto un tappeto polveroso: gli sembra di sentire ancora il cigolio sinistro con cui i cardini arrugginiti avevano espresso il proprio disappunto alla sua curiosità. Non che avesse nulla di appariscente: il dorso in pelle bruna recava impressi i segni del tempo, e a giudicare dalla costa tutta sbrindellata veniva da pensare che fosse stato maneggiato senza grazia. Lo aveva trovato un pomeriggio che difficilmente avrebbe dimenticato: si era rifugiato in soffitta senza dire niente a nessuno, smanioso di sfuggire al dolore per la perdita del padre, la casa invasa da sconosciuti inutilmente desiderosi di rendersi utili. Sulle prime gli era parso un volumetto banale, un concentrato di esortazioni e formule incomprensibili. Poi, senza accorgersene, la sua attenzione era stata attratta da una sequela di parole sconosciute. Aveva cominciato a leggerle con avidità: sembrava incredibile come un libriccino così minuto potesse ospitare un numero di vocaboli così grande. Nelle successive ore aveva finito per leggerlo tutto d’un fiato, realizzando soltanto alla fine che sua madre doveva di sicuro essere in pensiero per la sua scomparsa.

“Sei consapevole di questo?”, il vecchio lo riporta al presente, a quell’indefinibile mercanteggiare che, ogni secondo di più, assume i contorni di un’investitura.

“È sul Libro che sono venuto a sapere della jaskerite… che ho scoperto che si nutre dei nostri sogni. E che può dare loro consistenza. Non possiedo alcun potere… vorrei soltanto riabbracciare mio padre”, sussurra il ragazzo.

Una lacrima disegna una scia scintillante sull’incavo della guancia del vecchio. Che, senza dire una parola, si volta per scomparire dietro una pesante tenda di velluto cremisi; ne riemergerà due minuti dopo, porgendo al ragazzo un sacchettino di stoffa annodato da un cordoncino dorato.

“Quando è così…” annuncia, lasciando che il minuscolo fagotto atterri sulla mano del ragazzo.

FINE

Serie: Jaskerite


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Discussioni

  1. Lo confesso, mi è preso un colpo al cuore quando ho letto le parole FINE. Grazie alle descrizioni accurate ho potuto visualizzare ogni scena, prendere atto delle motivazioni del ragazzo, vedere il libriccino consunto fra le sue mani, il suo desiderio di riabbracciare un padre cui forse non ha potuto dire addio come avrebbe desiderato fare (morte improvvisa?). Spero ardentemente che prima o dopo tu riprenda riapra i battenti di OMNIA, per regalare al lettore nuovi sogni.

    1. Grazie Micol, le tue parole mi hanno emozionato. Si scrive per questo, per lasciarsi montare addosso un mondo del quale siamo coartefici, mai proprietari: leggere che, nella mente di chi legge, quello che avrebbe dovuto essere un racconto breve abbia scavato un solco nel quale sia stato bello calarsi mi sprona a fare sempre meglio. E, magari, presto i battenti del bazar OMNIA potrebbero tornare ad aprirsi…

  2. Ho fatto un po’ fatica a capire le trama, sebbene abbia compreso il contesto e anche la motivazione del prot. Qui entriamo in un contesto del tutto soggettivo, ma d’altronde chi vuole migliorare deve sentire tutte le campane: credo che il brano sia equilibrato male, ci sono molte frasi che descrivono cose che poi, almeno a me, non sono tornate utili mentre altre sono esigue, specie quelle che riguardano il nucleo della trama. Io agirei per sottrazione, ma ti ripeto che è del tutto soggettivo