
Il dono
Lei aveva un dono.
Aveva scoperto di possederlo quando era ancora bambina, forse a 6 o 7 anni di età. Dapprima non ne era stata proprio sicura, ma poi col tempo si era resa conto che era proprio così.
Ogni persona nuova che incontrava, lei prendeva prima nell’infanzia, i suoi pennarelli, e poi crescendo nel tempo la sua tavolozza, e si metteva all’opera. Lei disegnava e colorava sulla tela il viso di quelle persone, usando colori più accesi o tenui a seconda del loro carattere.
I suoi genitori la incoraggiavano sempre in questa sua passione con parole affettuose. E con questo supporto costante datole dal loro amore, si era fatta strada la sua voglia di continuare per quella sua inclinazione particolare. In principio con tratti infantili, piccoli e semplici disegni, poi diventando adulta con maggior accuratezza e precisione.
Ogni giorno infatti, usciva di casa con tutta la sua attrezzatura, e si recava in luoghi affollati, sentiva il bisogno di incontrare persone sconosciute, parlare con loro, ed iniziare così a dipingere.
Prima di uscire però, indossava sempre uno scialle nero che la copriva quasi completamente, era il suo modo di porsi agli occhi degli altri. Inoltre le dava l’aspetto di un’artista quale lei era. Lei aveva una mentalità aperta, senza mai dare giudizi su quelle persone che si confidavano con lei, per la buona riuscita del ritratto.
Michela, (questo era il suo nome), di prima mattina aprendo la porta di casa, sapeva chi doveva passare per primo, infatti lui la spingeva sempre dolcemente e con un balzo saltava fuori con il suo solito vocalizzo che esprimeva felicità. Era lui che apriva la strada, il suo cane, un meticcio di colore bianco, di taglia grande, dal pelo morbido di nome Aaaron che l’ accompagnava ogni mattina, quando lei si recava al suo ‘solito posto’ sempre al suo fianco, la sua guardia del corpo.
A casa invece restava Lily, una gatta tigrata che l’aspettava sempre seduta davanti alla finestra quando rientrava la sera. Aveva occhi felini da cacciatrice, ma capace di un amore incondizionato come tutti i gatti, anche se a certi può sembrare solo opportunismo.
Il suo ‘solito posto’ dove Michela si recava ogni mattina, era dove lei sapeva che avrebbe trovato molte persone. Infatti si fermava sempre all’angolo della strada principale del suo paese, piena di un via vai di chiacchiericci.
Sistemava il piccolo sgabello, apriva il cavalletto, la scatola dei colori, prendeva in una mano la tavolozza , nell’altra il pennello e chiunque si fermava a parlare con lei, subito gli chiedeva particolari.
La sua mano così cominciava a formare tratti di quei visi sconosciuti, e quando la conversazione terminava, come quei ritratti, le mani di lei su cui erano finiti i colori durante l’esecuzione del ritratto, erano piene anche delle emozioni da lei ricevute da quelle persone. Lei ne sorrideva felice perché oltre che sulle mani quelle emozioni erano rimaste impresse nel suo cuore.
I colori che lei usava, avevano significati diversi: Blu serenità, Verde oliva decisione, Tristezza Marrone e così via.
In ogni caso a volte c’erano personalità più complesse, e quindi ci volevano molti colori mescolati fra loro.
Erano i ritratti per lei più affascinanti, amava la varietà di sensazioni che le arrivavano e così, sia la sua tavolozza che le sue mani si riempivano di ogni tipo di colore e di emozioni.
Ogni volta che terminava un ritratto però, lavava la tavolozza, per non mescolare i volti, ognuno fine a se stesso. Le mani però non le lavava mai erano troppo importanti, una mescolanza che lei non voleva togliersi di dosso mai.
Un giorno, fra queste persone anonime, che si accostavano a lei, ne percepì uno molto particolare aveva un qualcosa che lei nella sua esperienza non aveva mai avvertito, infatti era come se ci fosse un muro davanti a lui che lei non poteva oltrepassare. Di lui sapeva soltanto che aveva un cane come lei. Infatti si fermava da lei solo per quel motivo: fare incontrare i due cani, poiché quando si incontravano scodinzolavano ed abbaiavano felici.
Ogni volta che lui se ne andava a Michela restava il dubbio su come farne il ritratto, anche perché lui non parlava mai. Tanto che questa idea si fece strada sempre più fino a diventare il suo pensiero dominante.
Decise allora di fare una cosa inusuale per lei.
Attese che lui tornasse, (Aaron glielo confermò nel suo modo particolare) e gli disse con voce gentile di porgerle le sue mani. Lui si avvicinò e gliele porse , lei le strinse, erano fredde, quasi gelide. Michela si accorse subito che lui a quel contatto ebbe un fremito, infatti con uno scatto, le ritrasse e se ne andò velocemente.
Ho fallito, pensò rammaricata.
Invece inaspettatamente, lui cominciò ogni giorno presentarsi da lei e finalmente parlando le disse con voce apparentemente distaccata che voleva che lei gli facesse un ritratto ogni giorno, ma con un colore diverso ogni volta. Michela si rese subito conto che in quella maniera non avrebbe mai potuto fare un ritratto completo. Gli chiese allora dopo avergli detto il suo come lui si chiamasse, lui le rispose di chiamarsi Andrea, e fu l’unica risposta fredda che le diede. Michela pur di non perderlo accettò la richiesta, anche perché avvertiva nonostante tutto, anche da parte sua un crescente desiderio verso di lei. Così andò avanti per un certo tempo, finché lei un giorno prese una decisione, lo invitò a casa sua, pensando che così sarebbe stato più libero di parlare senza soggezione. Infatti appena ne ebbe l’occasione lo invitò, e dopo alcune resistenze lui accettò.
La sera dell’appuntamento, mentre rientrava a casa con il suo cane, gli espresse le sue emozioni a riguardo, mentre lui la guardava con attenzione, temeva quello che lui le avrebbe detto sapendo di lei, questa sensazione non l’aveva mai provata prima. Il cane la guardò con sguardo rassicurante e trotterellando al suo fianco raggiunsero insieme la casetta.
In casa quella sera stranamente Lily sonnecchiava sul divano, ma appena lei aprì la porta d’entrata, la gatta le andò incontro con la coda dritta, strofinando il suo corpo contro le sue gambe in segno di saluto, facendola sorridere. Lei posò tutti i suoi attrezzi per il disegno, e fece un’altra azione inusuale per lei, non si tolse lo scialle, ordinò la stanza in cui si sedeva a riposare e con emozione attese il suo sconosciuto preferito.
Finalmente sentì suonare il campanello di casa, andò ad aprire. Con voce allegra salutò Andrea. Lui con voce emozionata rispose al saluto e le disse che con lui c’era anche il suo cane che si chiamava Diana. Infatti, la bellissima Setter irlandese, si andò subito ad accucciare vicino ad Aaron facendogli tante feste come solo i cani sanno fare fra di loro.
Michela fece allora sedere Andrea sul divano e si sedette di fronte a lui. Con cautela lo spronò ad aprirsi, a raccontarsi. Cominciò così un racconto da parte sua con molte pause dette a bassa voce. Le raccontò di essere nato cieco e che i suoi genitori provarono tutte le cure e operazioni ma senza nessun risultato. Solo quando quel giorno mani nelle mani, aveva improvvisamente avvertito miriadi di emozioni che mai aveva ricevuto nella sua vita, sconvolto era scappato. Fu come rivedere la luce sotto un’altra forma forse ancora più appagante. In seguito si era reso conto che non poteva più farne a meno, e sospirando la ringraziò di quel breve momento di felicità.
Quindi chinò il capo aspettandosi commiserazione da parte di lei.
Invece dopo una pausa di silenzio, finalmente con scioltezza, dopo aver trattenuto il fiato per tutto quel il tempo, lei gli rispose che a 6 o 7 anni anche lei aveva perso la vista a causa di una malattia, ma che le erano rimasti impressi nella memoria molti particolari. Il colore ambrato della pelle, i capelli color rame, gli occhi color verde bosco, e le piccole mani colorate. Gli spiegò che tutti quei ricordi le fecero sviluppare questo dono da tutti ammirato. Continuando lei gli disse che disegnava a sensazioni, ad emozioni e a quanto pare inspiegabilmente ci riusciva. Che ne era felice per se, e per gli altri, perché li rendeva felici.
Entrambi per un po’ restarono in silenzio, strana combinazione. Nessuno dei due sapeva che l’altro era cieco.
Ancora una volta lei prese l’iniziativa, si tolse lo scialle. Mille colori rivestivano la sua pelle, si avvicinò a lui e si abbandonò fra le sue braccia. La loro meravigliosa unione, mescolanza di colori culminò dominante con il rosso fuoco in una nuvola calda di passione.
Nessuna barriera, nessun muro ormai li avrebbe mai più divisi.
Avete messo Mi Piace1 apprezzamentoPubblicato in Narrativa
E’ un racconto molto bello e delicato, che spiazza chi ti legge. Brava, bravissima. Pensare e vedere a colori nonostante la mancanza della vista. Lasciar esplodere nel contatto fisico i colori di entrambi. Hai stimolato in me emozioni di grande forza e gentilezza, e te ne sono grata.
Grazie a te Nyam Z. per il tuo bellissimo commento. Sono contenta di aver suscitato in te queste emozioni. Il mio più importante riconoscimento quando scrivo, è proprio questo. Trasmettere emozioni. Ci provo sempre.
Durante la lettura di questo tuo racconto, mi sentivo immersa nei colori delle emozioni che i volti delle persone riuscivano a trasmettere alla protagonista. Mi ha colpito in particolare il passaggio in cui ci parli delle sue mani sulle quali restavano impressi sia i colori che le stesse emozioni. L’idea del racconto è veramente originale e il finale perfetto, per comprendere che ci si può guardare anche solo con gli occhi del cuore.
Grazie per il tuo commento Cristiana. La tua sensibilità si trasmette anche in queste tue parole come nei racconti che ci porti a leggere. La mia idea è quasi partita come se fosse una favola. Ma poi si è trasformata in una realtà che tu hai compreso perfettamente.