Il dragone
Serie: Il giorno della memoria
- Episodio 1: Il dragone
STAGIONE 1
“Spegni la sigaretta! Ho sentito dei passi.”
“Davvero? C’è qualcuno?”
“Se fai silenzio sentirai come un sibilo. Sembra un respiro sottile… un filo invisibile…”
“Che fai: giochi agli indovinelli? Sono piccola ma snella, vado a cavallo senza sella; peso poco come un bebè, eppure faccio cadere anche il re. Chi sono?”
“Taci! E fai sparire questa torcia. Sembra un drago.”
“Vuoi cambiare discorso? La poggio qui, sotto la tazza del the. Va bene, o hai ancora paura del dragone?”
“La paura è tutta per te, se continui a giocare con la polizia del popolo!”
“Polizia armata del popolo. Attenta a non abituarti alle ellissi, e ai pensieri negativi.”
“Attenta stacci tu! E comunque, sia chiaro: io in prigione, a causa tua, non ci andrò.”
“Non hai da preoccuparti per l’odore. A loro interessa solo ciò che scrivi. Anzi…”
“Appunto: voglio continuare a scrivere.”
“E a fare la bella vita!”
“Cosa c’entra adesso la bella vita?”
“Non la chiami così? Ah, giusto: come avevi detto? Godere la ricompensa per il lavoro svolto. Ma, per una giornalista come te, si può chiamare lavoro non scrivere ciò che accade?”
“Stai delirando?! Sono vent’anni che mi dedico a inchieste da tutte le parti del mondo, tratto gli argomenti più disparati, ho incontrato numerose personalità, sono aperta a qualsiasi punto di vista. E pochi ostacoli possono fermarmi quando mi prefiggo qualcosa.”
“Fallacie logiche che non confutano le tue mancanze.”
“Non mi piace il tuo atteggiamento.”
“È che pensavo alla ragazza scomparsa.”
“Ancora con questa storia? Vuoi riniziare?”
“Perché no? Per me va bene: ricominciamo da capo.”
“Mi sembra di essere stata chiara.”
“Sì, come no! Le tue fonti non sono sicure e allora non vuoi esporti. Quello che non capisco è perché non ti sei fermata a Shangrila.”
Nel preciso momento in cui la giornalista potrebbe rispondere, la porta della camera, dove Enrico sta leggendo, si spalanca. Una nebbia (è gas lacrimogeno) invade la stanza. Lui non può sapere che anche la conversazione tra le due donne viene interrotta brutalmente. L’unica cosa che sente è una stretta attorno al collo. E una voce gutturale che gli pone una domanda.
Nel 1925, chi aiutò Leonhard Seppala a consegnare il siero salvavita nella cittadina di Norme, in Alaska?
È allibito. Sapeva che l’avrebbero potuto rintracciare, minacciare, ricattare o rapire. Ma non aveva previsto di ritrovarsi bloccato, nella propria casa, da uno sconosciuto che lo tratta come un corrente di un quiz televisivo.
Intanto l’aria comincia a scarseggiare. E l’espressione del giovane investigatore lascia intendere che la risposta può essere rimandata. Le mani giunte lo aiutano a ricordare l’uomo che l’aveva ingaggiato. Qualche mese prima.
Enrico non avrebbe voluto accettare l’incarico, dopo quello che era successo con l’Ilva. Purtuttavia, il giorno in cui incontrò il committente, qualcosa di frenetico lo invase. Sentì un formicolio che pensava di aver dimenticato. Il brivido aumentò quando l’uomo gli spiegò le ragioni della richiesta.
Qualcuno li protegge dai piani alti, le notizie non circolano, e intanto i liquami continuano a essere sversati nei bassifondi dei loro stabilimenti, causando malattie e degrado. Mi servono prove per muovere la macchina della giustizia dal basso, costringere un giudice a emettere un mandato di perquisizione. Ecco perché ho bisogno del suo aiuto. Trovi quante più informazioni possibili.
Enrico aveva una sensibilità innata verso le questioni ambientali, i diritti e i doveri degli esseri viventi. Non poteva tirarsi indietro. Tra l’altro, quell’uomo aveva qualcosa di rassicurante. Il tono di voce chiaro, le movenze calme, lo sguardo fermo. Gli avevano detto che era un operaio, ma non sembrava tale: si era presentato come privato cittadino, mosso da un forte senso etico.
Lo stabilimento in oggetto produceva coloranti per capi d’abbigliamento. Il problema era duplice, e riguardava i pigmenti sintetici: da dove venisse la materia prima in entrata, e dove andassero gli scarti in uscita. Enrico iniziò le ricerche nel campo che gli riusciva meglio: l’hackeraggio. Bianco: contro i cattivi per aiutare i deboli.
Cercò di entrare nei database dell’azienda, e di ricostruire i movimenti delle merci. Ben presto capì che c’era qualcosa di losco: troppa sicurezza per un colorificio. La ditta proprietaria usava una vpn per connettersi alla rete internet, tutte le mail erano crittografate, il loro sito sembrava inattaccabile, e qualsiasi accesso necessitava di un’autenticazione multipla.
Dopo due settimane non aveva trovato nulla. Allora provò con l’ingegneria sociale.
Tentò di farsi assumere, ma non cercavano personale. Neppure le targhe delle autovetture che entravano e uscivano lo aiutarono. I numeri che contenevano lo condussero a rovistare nella vita di operai generici. Persone brave, più che brave persone. Come il suo mandante. Comunque lontane dai profili chiave nell’azienda, e da possibili implicazioni nella presunta frode ambientale. Quindi ininfluenti per la sua indagine.
I giorni passavano, lui osservava anonimo, nascosto in una periferica zona di anonimi capannoni industriali, aspettando l’arrivo dei capi che si tenevano a debita distanza dallo stabilimento.
Decise, quindi, di cambiare strategia. Si concentrò per giorni sull’azienda fornitrice del servizio vpn, riuscendone a copiare i file di log. Il database era esteso e intricato, ma, di rimbalzo in rimbalzo, andando all’indietro come un granchio, arrivò a un indirizzo ip pubblico.
A sorprenderlo non fu il luogo di provenienza: la città di Kangding, in Cina; quanto il sistema operativo utilizzato: l’IBM i. Lo conosceva, ma non aveva mai provato a bucarlo. E sapeva che era uno dei più difficili da penetrare. Così come l’antico Catai era troppo lontano. Per di più Kangding si trova in una regione sperduta al confine con il Tibet – pensò tra sé e sé.
Lavorò oltre un mese per trovare una falla. Ore e ore trascorse al computer, tra righe di codice, visionando documentari che parlano di industria chimica, reazioni ioniche, dissoluzioni molecolari, della storia di questa scienza dai suoi albori all’alchimia; oppure rimaneva sull’amaca a pensare, davanti a una cartina geografica che scoloriva la realtà, ogni giorno di più, dietro fogli da cui non riusciva a grattare via nessun simbolo in chiaro.
Sapeva che c’era qualcuno oltre quel pc, sapeva che doveva arrivare a lui, o lei, o loro, chiunque vi fosse. Ma la strada appariva sbarrata, impenetrabile.
Serie: Il giorno della memoria
- Episodio 1: Il dragone
La mia idea è che tu voglia indurre il lettore a usare internet per trovare varie risposte: chi era Seppala, dive si trova Shangrila, la stessa soluzione dell’enigma e così via. Vale a dire, a percorrere la medesima strada percorsa da Enrico per trovare la “sua” risposta. Ma è una strada che porta davanti a un muro. Ci stai dicendo che forse non è la rete il luogo dove cercare la verità? Che forse sarebbe meglio cercarla altrove, magari in quel romanzo che Enrico stava leggendo?
Grazie Francesca per la lettura. Il racconto si svolge su tre livelli: un dialogo, un racconto, e un diario (che comparirà dopo). Spero che con i prossimi episodi sia più chiaro. Gli indovinelli sono il filo che unisce i tre livelli. Il personaggio che sta con Enrico rappresenta (nella mia mente) la distopia, e allora ho cercato per lui un indovinello dispotico (un indovinello che però ha un vincolo, e non è a caso). Non avevo pensato però che, essendo troppo specifico, impone l’uso di internet. Forse lo cambio. Grazie per la condivisione delle tue impressioni.
Ciao Francesca, scrivo questo commento dopo il precedente: solo adesso mi accorgo che il racconto non era stato salvato come serie. Perciò era meno chiaro che qualcosa si sarebbe chiarito (!)
È come se Enrico stesse leggendo un racconto interrotto dal flusso della sua immaginazione, finendo per perdere la strada dei suoi pensieri.
Grazie per la lettura, Concetta. Dopo si dovrebbe capire, spero, che Enrico sta leggendo il dialogo precedente; dialogo che sta avvenendo in un altro luogo e che lui vede attraverso una trascrizione.edit: non si era salvato come serie. 🙂