Il falò indiano

Lei era ancora lì, fresca, giovane che danzava al ritmo di una musica immaginaria. La luce era perfetta, nell’aria c’era un sottile odore di erba bagnata ed il silenzio della foresta era sovrannaturale. Nonostante tutto però c’era molto che non andava nell’insieme, qualcosa di… inafferrabile. «Stooooop!». Lei si fermò di colpo, affannata. Mirko, il cameraman mi guardò sorpreso, ancora rapito dalla danza di lei, Elena. «Non ci siamo, la tua idea di usare le spighe per dare maggiore credibilità al tutto non mi piace». Con uno sbuffo, alzò gli occhi al cielo e abbassò la cinepresa. «Cosa c’è? Oltre alle spighe che c’è stavolta di così sbagliato da darmi il tormento?» «Posso togliermi il copricapo?? Non è neanche corretto da usare, lo portavano solo i guerrieri» «No Elena, non puoi togliere il copricapo, dà maggior contesto» «Andiamo stiamo girando da non so quanto in attesa della luce perfetta, fa caldo qua sotto, mi si rovina anche il trucco» «No, punto e basta». Elena incrociò le braccia e si sedette sul tronco di un albero abbattuto lì vicino. Mirko mi si avvicinò. «Che ne pensi di tornare domani? Siamo stanchi, affamati. Stasera discutiamo su come rendere “perfetta” la tua coreografia e poi domani ci riproviamo». Mi guardai intorno, avevo faticato a trovare la location giusta per girare e adesso, per la loro pigrizia tutta una giornata sarebbe andato sprecata. Dovevo farmi venire un’idea ed alla svelta. Presi una sigaretta dalla tasca, la portai alla bocca e l’accesi. Ne aspirai una grossa boccata e soffiai. Mi guardai attorno, ripercorrendo la scena della danza tribale, una danza dedicata al dio della luce, che avevo fatto insegnare ad Elena da un professore di antropologia proprio per l’occasione, certo avevo modificato alcuni dettagli per renderla più adatta alla telecamera, ma ne avevo conservato la maggior parte delle movenze. Forse era lei che non andava, la mia squaw. Mi girai verso di Elena e la osservai. Non era brutta, anzi, in quel vestito di tela e il trucco tribale funzionavano con la sua bellezza da acqua e sapone, solo che… Aspirai nuovamente e sbuffai innervosito. Il fumo circondò la sua figura mentre il sole tramontava tra gli alberi. Ecco! «Ho trovato! Adesso ecco quello che faremo, io cercherò dei grossi massi e ci farò un cerchi, tu ed Elena andate a prendere dei ramoscelli secchi in giro. Faremo un falò con i controfiocchi e aspetteremo il buio, poi riprenderemo con le riprese». Elena si alzò di scatto «Sergio ma sei impazzito? Col cavolo che mi metto a danzare mezza nuda in piena notte nel bosco» «Ma sarebbe perfetto, immaginatevelo, l’oscurità, la luce delle fiamme, tu, Elena, selvaggia, naturale bellezza danzante a ritmo di una musica fantasma. Mi viene la pelle d’oca sola a pensarci» «Tu sei matto». Con un gesto di rabbia, Elena buttò il copricapo a terra, storcendomi una smorfia di fastidio e si allontanò leggiadra nel bosco. Mi avvicinai a Mirko «Lo sai che è una follia?? Siamo stanchi e sarebbe tutto inutile, le riprese non verrebbero neanche bene» «Mirko, ti giuro che domani non dovremo tornare se gireremo stanotte. La puoi andare a convincere?». Mirko si voltò nella direzione in cui si era allontanata Elena, poi abbassò incerto lo sguardo verso la cinepresa, infine si allontanò con un’imprecazione fra i denti. «Mi raccomando, non dimenticatevi dei ramoscelli». Mi guardai soddisfatto intorno, in cerca di massi per il falò.

La notte era ormai calata da un pezzo, le fiamme erano alte e, seppur sbuffante, Elena aveva accettato di girare. Io, dopo aver cercato i massi, ero sceso in paese ed avevo comprato della diavolina per il falò e dei panini per cena. Inutile dire che accendere il fuoco non era stato per niente facile. Il silenzio era interrotto da piccole e scoppiettante scintille che si alzavano alte nel buio della notte e piccoli suoni fruscianti nell’oscurità. Elena si guardava costantemente attorno impaurita mentre Mirko mi guardava infastidito. «Sergio possiamo girare adesso?». Il cielo, nascosto in gran parte dalle cime degli alberi, trasudava luce lunare dando maggior pallore alla pelle di Elena mentre il fuoco le donava ai capelli dei bellissimi riflessi rosso vivo. «Ok, proviamo». Elena, copricapo in testa, misurò il falò con grandi falcate mentre noi ci allontanavamo nell’oscurità per avere una migliore prospettiva del tutto. Io e Mirko ci consultammo per le inquadrature, poi diedi il ciack. Elena iniziò a vorticare intorno al fuoco, disegnando cerchi sempre più grandi mentre Mirko la seguiva con la cinepresa. La osservai a lungo muoversi tra le ombre. Chiamai lo stop e guardai le riprese . «No, così non va. Elena ti vedo troppo spenta, hai uno sguardo vacuo non sei convincente» «Sono stanca, non ci posso fare niente» «Bhé ti devi impegnare di più. Mirko, tu resta vicino a me, aspetta che faccia due giri intorno al falò e poi parti a seguirla. Riproviamo». Elena trasse un lungo, respiro profondo, poi mi guardò. «Sergio ti dispiace se questa volta resto fedele al ballo originale?» «Solo se la rigiriamo nel caso non mi piaccia». Alzò gli occhi al cielo, buttò il copricapo per terra ed eccola che ripartiva a danzare. Questa volta volteggiava più lenta intorno al fuoco, lo sguardo concentrato, le labbra mosse da parole mute. Le scintille crepitavano e volavano nell’aria seguendo la sua scia. Dal bosco si alzò una fresca brezza notturna che le fece venire la pelle d’oca, ma lei non ci badò, continuò a volteggiare. Rimasi incantato ad osservare la danza. Al quinto giro mi ricordai della ragione per cui eravamo lì. Mi voltai verso Mirko, ma lui non era più accanto a me. Lo cercai con lo sguardo, preoccupato, ma di lui nessuna traccia. C’eravamo solo io ed Elena. «Elena, dov’è Mirko?». Non ottenni risposta. Quel che mi era sembrato il fruscio delle foglie si fece più intenso fino a diventare una strana cantilena formata da un sinistro coro di voci infantili. Accesi la torcia del telefono, ma intorno a noi non c’era nessuno. Sommessamente, Elena iniziò ad assecondare le voci e il fuoco si fece sempre più alto finché non sfiorò le cime degli alberi. Quando guardai in alto, vidi le stelle vorticare freneticamente nel cielo in cerchi sempre più concentrici, cadere nella foresta ed arrestarsi a coppia sui rami più alti, come brillanti occhi di bestie senza corpo. Riabbassai lo sguardo terrorizzato, chiamai Elena, ma lei continuò a non rispondere. Mi voltai e corsi a perdifiato nella direzione dell’auto, ma le stelle caddero dai rami e, ringhiando, mi spinsero indietro. Quando tornai vicino al falò le scintille scoccavano nell’aria con maggior intensità, fermandosi a mezz’aria con la forma di piccoli teschi rossi. Mi lasciai cadere terrorizzato. Uno dei teschi morse i capelli di Elena che presero fuoco iniziando a consumarla completamente, ma lei, impassibile, partecipe di ciò che stava succedendo, qualsiasi cosa fosse, non fece una piega e continuò la sua danza tribale intorno al fuoco. I suoi piedi, ormai incandescenti, diedero fuoco alle foglie secche per terra che vorticarono in aria dando fuoco a tutto ciò che incontravano. Le voci si fecero più forti, assordanti, martellanti. Iniziai a piangere per i fumi, intrappolato in quell’inferno inferno incandescente. Disperato, cercai di coprirmi il volto, ma non servì a nulla. Caddi bocconi per terra. D’un tratto, Elena si bloccò. Palmi aperti, si portò le mani al petto e poi strinse i pugni. Le fiamme si ritirarono dal bosco formando piccoli cicloni che le colpivano i piedi, finché lei non fu l’unica fiamma a rischiarare la notte. Le stelle caddero per terra e si raggrupparono vicino ad Elena. Mi rialzai tremante. Lei mi porse la mano, ma da dietro il coro si fece più minaccioso. Incurante del calore e delle voci, feci un passo verso lei. Di colpo, le stelle si animarono, formando la sagoma indistinta di un lupo argenteo che mi balzò al collo, facendomi cadere nuovamente a terra. Chiusi gli occhi. Le voci si ritrassero fino a diventare un sussurro.

Mi rialzai di getto con la bocca secca. Era mattina. Dal falò, un sottile filo di fumo saliva in cielo. Elena e Mirko erano svenuti a poca distanza da me. Mi alzai. Intorno a noi, la terra era completamente bruciata e piena di strane impronte. D’istinto presi la cinepresa e controllai la registrazione cercando il punto in cui era iniziato… questo, ma in quel preciso momento, la telecamera era stata abbagliata da qualcosa e si era spenta. Lascai cadere quell’inutile aggeggio per terra e mi sdraiai per terra. Quella luce era perfetta, quella coreografia era perfetta, ma nessuno l’avrebbe vista.

 

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Discussioni

  1. “Quando guardai in alto, vidi le stelle vorticare freneticamente nel cielo in cerchi sempre più concentrici, cadere nella foresta ed arrestarsi a coppia sui rami più alti, come brillanti occhi di bestie senza corpo. “
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  2. Ciao Francesco, anche a me è piaciuto il colpo di coda finale. Avevo riflettutto sulla possibilità di utilizzare il filmato in chiave moderna, il tuo escamotage è perfetto, ed è stato abile da parte tua unire passato e presente aggiungendo un pizzico d’horror.