Il Futuro ritorna

Dicono che quando da adulto ritorni in un luogo che hai frequentato in età giovanile la prima sensazione sia quella delle dimensioni apparentemente ridotte rispetto a quelle conservate nella memoria. È proprio quello che sto sperimentando in questo momento, forse il fenomeno ha un nome, chissà. Il maestoso Cortile d’Onore dell’Accademia Militare mi sembra più stretto, e anche il loggiato dà la stessa impressione. Del resto, ci rimetto piede quarant’anni dopo, ci torno proprio alla fine di quella che è stata una carriera straordinaria, non tanto per il grado raggiunto, ma perché è stata la mia. Appena arrivato a Modena mi ero reso conto che le regole erano cambiate. Sarebbero state quarantott’ore fuori dall’ordinario, una bolla spazio-temporale si sarebbe creata per farmi vivere quell’evento che era conosciuto come Quarantennale ma che probabilmente poteva essere più correttamente chiamato Macchina del Tempo.

Sono quindi sul loggiato, è tardo pomeriggio, novembre, la foschia della pianura emiliana si sta piano piano trasformando in nebbia. L’odore dell’aria, lo percepisco, non lo sento ma so che c’è, arriverà. Non lo ricordo, lo prevedo. Come mi succede un attimo dopo, vedo un allievo in uniforme storica, è uno del primo anno, un “cappellone”, sento la rigidità della postura e il timore, e ancora una volta non li sto ricordando ma sto sentendo come stiano per arrivare. L’allievo vede il tenente avvicinarsi, io vedo in anticipo il suo braccio salire scattante lungo il corpo e la mano distendersi in un perfetto saluto alla visiera. Nello stesso modo vedo la gamba che si alza al ginocchio e poi la scarpa che scende sbattendo violentemente sul pavimento di marmo e provoca un forte rimbombo nel loggiato. Vedo questi avvenimenti non come il mio passato ma come il mio futuro. Un futuro che adesso conosco ma che non posso comunicare.

La sera siamo tutti a cena negli sfarzosi saloni del Circolo Ufficiali. Siamo tanti, più di un centinaio, una ventina o poco più ancora in uniforme, c’è anche qualche generalone. Ma la maggior parte siamo ormai come si dice “in quiescenza”, un gruppone di sessantenni più o meno dotati di capigliature candide e di piacevoli rotondità. Siamo a cena e di nuovo il tempo si mette a giocare, questa volta con le facce dei miei Compagni di Corso. Io non li sto vedendo come sono adesso, io non ricordo com’erano ma so come saranno e quello che diranno. Sento la quiete che segue ogni tintinnio di bicchieri nei brindisi, percepisco il silenzio commosso dopo che tutti assieme avremo intonato il nostro canto, che è il canto dell’Accademia, UNA ACIES. La mia mente anticipa ogni battuta che verrà detta. Stefano ci racconterà che vorrà fare il paracadutista, io mi inserirò dicendo a gran voce che sono entrato in Accademia per fare l’alpino. Ragazzi il cui futuro è ancora una tela bianca su cui iniziare a dipingere, io non li ricordo questi dipinti, ma li vedo realizzati.

Mi avvio verso l’albergo, la sensazione persiste, anche per la strada, Via Farini, il Caffè Molinari, la Via Emilia, non ricordo nulla: è come se tutto dovesse ancora accadere.

So di quegli allievi che in libera uscita nelle calde sere d’estate guarderanno e sogneranno le simpatiche e prorompenti ragazze modenesi le cui minigonne e canottiere creeranno una tremenda dicotomia con le azzimate e rigide uniforme storiche. E so che quei sogni saranno destinati a rimanere tali e a portare malinconia e rimpianto a giovani esuberanti ventenni nel pieno della potenza virile e ormonale.

In albergo guardo una delle foto che mi ha dato Giovanni, di nuovo non ricordo nulla ma so che a un certo punto andremo al campo estivo in Valle d’Aosta, tra le montagne più alte d’Europa. Non è un ricordo quello che mi e ci vede in cima al Gran Paradiso, oltre i 4000 metri di quota. E anche quello che accade dopo in quella giornata, so che sarò punito, non so bene perché, lo so che succederà, ne sono sicuro.

E siamo alla mattina, la cerimonia e il pranzo di corpo a mensa con gli allievi. Ma prima il Comandante dell’Accademia chiude un occhio e ci concede di girare liberamente tutta la struttura. Del resto per due anni sarà (o è stata?) casa nostra. Guardo il lungo corridoio che dalla mensa porta alle camerette degli allievi e so che in futuro si trasformerà in una pista per le corse più sfrenate. Del resto, poche saranno le cabine telefoniche a nostra disposizione attraverso le quali noi potremo avere quei saltuari e inestimabili minuti di calore familiare. Il nostro futuro di allievi sarà popolato di sacchetti pieni di gettoni telefonici.

Non ricordo nulla ma vedo chiaramente come sarà l’area sportiva, il campo erboso, la pista di atletica, la palestra, la piscina, il maneggio. Vedo come in questi luoghi il nostro sudore scorrerà a fiumi mescolato forse talvolta anche al nostro sangue. Vedo degli allievi correre e so che tra poco arriverà l’implacabile fischio del maresciallo istruttore per far sì che il ritmo venga incrementato.

Poi alla fine le camerette. Tutto un vociare. “Qual è la mia?” “Ma è tutto diverso…” “Eccola è questa!”. Io chiaramente non ricordo qual è la mia, ma il tempo ormai gira al contrario mi fa vedere quale sarà la mia. Ci passo davanti, la porta è socchiusa. Sento la risata allegra e spensierata, tipica di un ventenne. Decido allora di entrare. La cameretta però è vuota, ci sono le quattro brande, le lenzuola ripiegate a formare dei cubi perfetti, la pulizia impeccabile.

La risata però risuona ancora, il ragazzo c’è. Mi accorgo che però non sono io. Non è il mio futuro questo. È il futuro di qualcun altro che avrei potuto essere io. È il me stesso che non ho mai saputo amare quando era presente, e che ora posso amare solo perché lo vedo come futuro, non come passato.

Un nodo mi stringe la gola.

Il tempo torna a muoversi nel verso di sempre.

Ma ormai so la verità: non ho saputo amare il mio passato finché non è diventato futuro.

Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ciao Pierpaolo. Il tuo racconto mi è sembrato una sorta di un viaggio nel tempo e nella memoria, dove il ritorno nei luoghi della giovinezza trasforma i ricordi in visioni del futuro. Il ribaltamento temporale, non ricordare, ma “sapere” ciò che accadrà, rende potente e originale la narrazione. Il finale mi ha colpita perché svela il senso profondo di tutto il percorso: siamo spesso incapaci di amare ciò che siamo stati finché non lo guardiamo con la distanza del tempo.

  2. È molto bello questo scritto, sia per il modo pulito ed onesto in cui è esposto, sia per l’avere riconosciuto il tempo non come una linea retta che va da A a B, ma come un nastro le cui estremità si toccano.