Il gatto
Serie: IL GIUDICE (L'inganno dell'evidenza)
- Episodio 1: Giada
- Episodio 2: Andrea
- Episodio 3: Mattia
- Episodio 4: L’orfanotrofio
- Episodio 5: L’infanzia di Andrea
- Episodio 6: Chiara
- Episodio 7: Fabio
- Episodio 8: Vanni
- Episodio 9: La malagiustizia
- Episodio 10: San Marino
- Episodio 1: Vicolo Blatta
- Episodio 2: La testimonianza
- Episodio 3: Bejan
- Episodio 4: La fenice d’oro
- Episodio 5: La competenza territoriale
- Episodio 6: Il gatto
STAGIONE 1
STAGIONE 2
Dopo poco che Giorgio era andato via, Mattia sentì il gatto di nuovo miagolare.
​«Nooo. Anche stanotte ‘sta lagna… io devo dormire!»
​Si tolse una scarpa, aprì la finestra e la lanciò fuori.
​«Ecco: neanche un martellista ci sarebbe riuscito a farla passare attraverso queste sbarre. Finalmente. Si è zittito il rompicoglioni.»
​Passarono appena venti minuti e il gatto ricominciò a miagolare.
​«Ancora? Dov’è quel pesce imbalsamato che ha portato Giorgio? Così si abbuffa e dorme.»
​Prese il sushi dal frigo e uscì nel cortile con una sola scarpa, zoppicando leggermente. Cercò l’altra e, quando la ritrovò, scoprì che era piena di pipì.
​«Che schifo! Ha marcato il territorio nella mia scarpa… ma dove si è nascosto? Eccolo là . Pppssssss, ppssssss. Vieni micio: guarda che buona pappa… ma perché non viene? Lo so, preferivi il ragù, ma questa è roba sofisticata… in tutti i sensi. Pssssss, psssss… e porca miseria, a forza di fare questi versi tra poco il territorio lo marco io. Ah, arriva… no, eh, le fusa no. Che giri? Lasciami le gambe libere… perché annusi? Non ti piace? Hai ragione: al titolare di quel ristorante dovrebbero togliere la licenza. Secondo me non è neanche cinese. Aspettami qua. Arrivo subito.»
​Rientrò in casa, riaprì il frigo e prese una confezione di bresaola. Corse fuori. Il gatto sbadigliò e si leccò i baffi.
​«Hai sonno? Meno male. Tieni, strafogati e stanotte fammi dormire, altrimenti domani sera per cena ti servo due topi avvelenati… perché mi guardi con quegli occhi sbarrati? Mangia che è buono… però se non stai zitto domani ti faccio fuori… è inutile che cerchi di impietosirmi: lo faccio davvero. Vieni, ti metto sul tetto del garage. Mamma mia quanto pesi. Adesso fai il bravo… finiscila di leccarmi, fermo, dove scappi? Perché ti nascondi sotto la mia auto?…»
​Si inginocchiò sul selciato e con la torcia del cellulare fece luce lì dove si era rifugiato il micio.
​«Oddio, no! Sei una gatta… e questi? Quando li hai partoriti? Allora nella scarpa ci ha pisciato un ubriaco. Ma proprio accanto alle ruote si dovevano sistemare ‘sti rompicazzo? E come lo sposto più questo catorcio?»
​Sconfitto ritornò in casa con gli occhi semichiusi, crollò sul letto e si addormentò di colpo, vestito, senza neanche sfilarsi l’altra scarpa.
​Si svegliò alle sei, ripensò alla macchina che non poteva usare e chiamò Giorgio.
​«Ciao…»
​Giorgio sbadigliò e rispose con la bocca impastata:
«È successo qualcosa?»
​«Scusa, dormivi?»
​«Sì, ma fa niente. Dimmi.»
​«Potresti passare a prendermi? Non posso usare l’auto.»
​«Tutto qui? Mi avevi spaventato. Ok. Ma l’auto non te l’avevano consegnata ieri?»
​«Sì, ma adesso… vabbè, poi ti spiego.»
​Alle sette in punto arrivò Giorgio.
​Mattia gli aprì la porta e si rimise subito a letto, vestito esattamente come si era addormentato. L’amico lo scrutò e scosse la testa.
​«Ma tu dormi così? Con gli stessi vestiti che usi per uscire?»
​«Perché? Tu che metti, una goccia di Chanel n° 5?»
​Giorgio si fece serio in volto. L’altro se ne accorse.
​«Certo, è il mio profumo preferito. Di notte metto pure la vestaglia di raso e le pantofole con le piume di struzzo. Per te è tutto così semplice: esiste il nero, il bianco e il grigio. Niente sfumature ed eccezioni.»
​Il tono dell’uomo era tagliente. Mattia abbassò lo sguardo.
​«Scusa, Giorgio. Non penserai mica…»
​«Lascia perdere. Non scusarti… ma poi, l’altra tua scarpa dov’è?»
​«Stanotte l’ho lanciata a un gatto.»
​«Tu stanotte hai ucciso un gatto?»
​«Ma che ucciso… vado ad esercitarmi al poligono per evitare i punti vitali, non per centrarli. È che non sopporto i miagolii dei gatti: sembrano pianti di bambini.»
​«Come sei sensibile.»
​«Veramente è solo fastidio.»
​«Insomma, perché non puoi usare l’auto?»
​«Il gatto-»
​«Ti ha rubato la macchina?»
​«Per favore, non ho voglia di scherzare. Il gatto è una gatta. Si lamentava perché era incinta e in travaglio; ha partorito sotto la mia auto, »
​Giorgio esplose in una risata irrefrenabile.
​«E non potevi mettere tutta la famiglia in uno scatolone?»
​«I piccoli mi fanno senso: sembrano topi. Ciucciavano e non sapevo come prenderli. E poi, se la madre mi graffiava?»
​«È probabile! Dopo il lancio della scarpa ti odierà a morte. Che carogna che sei: confessa! Hai premeditato tutto: volevi uccidere la madre per far morire di fame i figli.»
​«Ho dato una confezione di bresaola, alla micia.»
​«Siamo al vezzeggiativo. Quindi hai tentato di comprare il silenzio della… micia per il tentato gatticidio con quattro fette di bresaola?»
​Mattia lo guardò afflitto.
​«Ma che hai? Sto scherzando, eh!»
​«Ci mancava solo che dicessi sul serio.»
​«Dai, dammi una scatola che ci penso io. Santa pazienza.»
«Ti prendo una bacinella che ho in bagno e… potresti portarteli a casa tua?»
«Non si può. Morirebbero.»
​L’impresa, però, non fu affatto semplice. La gatta difendeva con eroismo i suoi cuccioli e i due amici ne uscirono entrambi graffiati ma vincenti.
​Giorgio si asciugò il sudore della fronte con il braccio e fiatò:
«Andiamo a sistemarci, va’. Oggi ci serve una doppia colazione.»
​Nel pomeriggio, il commissario riguardò le foto di Giada travestita: lo misero in agitazione. Doveva parlarle e sapere di più su tutto quello che era successo. Chiamò il suo medico di base e si fece prescrivere le analisi di routine per avere una scusa per recarsi in ospedale, lì dove lavorava la dottoressa.
​Il mattino dopo, appena possibile, fece il prelievo e subito dopo si diresse al bar per fare colazione. Pensò che sedersi a un tavolo non fosse una buona idea: se Giada fosse arrivata, sarebbe stato poco naturale piantare a metà la consumazione per avvicinarsi a lei. Ordinò quindi un caffè da sorseggiare piano al banco. Con lo sguardo fisso sulla porta d’ingresso, attese l’arrivo della donna.
​Alle 8.30 lei entrò. C’erano molte persone in fila e non si accorse di Mattia. Finalmente fu il suo turno: ordinò un cappuccino e un cornetto. Il barista riempì velocemente il vassoio e glielo porse, ma Mattia fu più lesto. Lo afferrò lui, vi fece scivolare un pizzino e lo passò alla donna.
​Il commissario prima fissò Giada, poi il bigliettino e di nuovo lei. La donna annuì e andò a sedersi. Con le mani tremanti aprì il pizzino e lesse:
​Vediamoci ai colli stasera alle 7. Ho una vecchia Panda bianca. Lasci il cellulare nel portabagagli e salga sulla mia auto.
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Ciao Concetta, che ridere questo episodio😂Non so se mi ha divertito di più il dialogo tra Mattia e la gatta o tra lui e il suo collega.
Il finale, invece, accende tanta curiosità . Non vedo l’ora di proseguire. Bravissima!