Il giardino segreto

Serie: Tra le luci del cielo


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Il mostro che vive dentro la mia anima, quando si sveglia non ha pietà per nessuno

Il mostro fa parte di me, però non c’è solo lui in fondo alla mia anima.

Proprio dietro la sua tana, c’è un luogo segreto che nemmeno il mostro ha mai visto (solo io posso entrarci). Tanti anni fa ho ricevuto una chiave per avere accesso a quel luogo e da allora la custodisco gelosamente. Entrando, si può ammirare un meraviglioso giardino illuminato dalle prime luci dell’alba. L’aria è fresca e il profumo dei gelsomini è dappertutto. In quel luogo di pace il mostro sembra non esistere, c’è solo serenità e bellezza. Rimango spesso seduta lì a pensare a tutte le cose belle dell’umanità: alla gentilezza, ai gesti gratuiti, alle risate, all’amicizia. È così che ho imparato, negli anni, a gestire il mostro.

Ma spesso mi chiedo: chi sono io, al di là del mostro e di quel giardino? Qual è la sostanza del mio essere e, soprattutto, che ci faccio qui? Perché sai, giunta ormai a metà della mia vita, tutto comincia a sembrare talmente insensato. Cosa rimarrà di me o di te tra cento anni? Ci sarà ancora qualcuno in grado di ricordare i nostri nomi? E poi, a quale scopo? In un angolo di un vecchio cimitero, il mio nome sarà inciso su una lapide, accanto a tutte le altre lapidi, tra tanti altri nomi. Qualcuno, passeggiando, distrattamente volgerà il suo sguardo e forse penserà a me per un istante. Si domanderà cosa io abbia fatto nella mia vita e si augurerà che la sua sia più lunga e interessante della mia. Farà una promessa a se stesso, in quel breve momento: «Non sprecherò il mio tempo: vivrò il presente e mi godrò ogni singolo giorno». Promessa che avrà già dimenticato pochi minuti dopo.

Perché è così che siamo fatti: esistiamo per sprecare il nostro tempo. Sono giunta a questa conclusione proprio perché non credo esista un modo davvero costruttivo per impiegarlo, per quanto possiamo impegnarci a fare il contrario. È come costruire un castello di sabbia sulla riva del mare: l’onda che lo distruggerà sta già arrivando, ma noi siamo ancora lì intenti a modellare una torre per renderla perfetta.

Con questo non intendo certo dire che dovremmo trascorrere tutto il giorno sul divano a fissare il vuoto (anche se confesso che l’idea non sarebbe malvagia!)

È solo che in ogni momento, qualsiasi cosa io faccia, ho la sensazione che la vita mi stia sfuggendo di mano, come accade con un aquilone alla prima raffica di vento.

Pensavo a tutte queste cose pochi giorni fa, mentre camminavo nel bosco. Mi capita spesso di perdermi nei miei pensieri, ma quel giorno era più strano delle altre volte: ero come assente, come se la mente fosse separata dal corpo. I miei pensieri erano ormai giunti in alto, tra le nuvole, e il mio corpo procedeva automaticamente, per conto suo. È una sensazione davvero singolare! Da un lato, fa paura: è come perdere ogni contatto con la realtà. A volte temo che spingendomi troppo oltre, un bel giorno non riuscirò più a tornare indietro, sarò completamente inghiottita dai miei pensieri e a quel punto potrò essere considerata ufficialmente pazza. Da un altro lato, però, è un’esperienza straordinaria, dalla quale torno ogni volta diversa, arricchita.

Dunque, stavo camminando in questo stato di “assenza”, quando un rumore mi ha riportato bruscamente alla realtà.

Era il tambureggiamento di un picchio. Ma non era un comune picchio rosso, di quelli che avevo già visto un milione di volte, no. Era il grande picchio nero, molto più difficile da incontrare! In realtà ne cercavo uno già da tempo per fotografarlo e finalmente era proprio lì davanti a me. Aggrappato lassù in alto, al tronco dell’albero, ad un certo punto era come se si fosse accorto di essere osservato: aveva smesso di colpire il tronco con il suo lungo becco e guardava a destra e a sinistra. Sono rimasta con il fiato sospeso, aspettando una sua reazione. Poi, un improvviso scatto con le sue bellissime ali per raggiungere un altro albero alla sua sinistra. Non potevo lasciarlo andare, volevo osservarlo ancora un po’. Così ho deciso di corrergli dietro.

Lui proseguiva il suo folle percorso a zig zag tra un albero e l’altro, era come se non riuscisse a sceglierne uno. E io continuavo a stargli dietro, non curandomi più di cosa ci fosse sulla mia strada, come se anch’io avessi avuto le ali. I miei occhi erano fissi su di lui, dovevo stare molto attenta a non lasciarmi sfuggire nemmeno un suo piccolo spostamento, altrimenti l’avrei perso. Poi finalmente un attimo di quiete: si era aggrappato ad un tronco e aveva ricominciato a tamburellare. Quanto era bello… Gli ultimi deboli raggi del sole sulle sue piume mettevano in evidenza tutta la sua perfezione: il nero uniforme del suo corpo che culminava con il rosso carminio in cima alla sua testa. Non avrei potuto immaginare due colori abbinati in maniera più elegante. Avresti dovuto vederlo! Chissà se anche lì, sul tuo pianeta, esistono simili meraviglie. Poi all’improvviso, lasciandomi lì tutta emozionata per questo incontro inatteso, era andato via, lontano.

A quel punto ho iniziato a guardarmi intorno: dove mi aveva condotto il grande picchio nero? Ormai era quasi buio e non avevo idea di dove mi trovassi. Che strano, non mi ero accorta di essermi allontanata da casa così tanto.

Serie: Tra le luci del cielo


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Discussioni

  1. È molto suggestiva questa zona iniziale di disincanto, che lascia lo spazio al rivelarsi del mistero, a quella sorta di iniziazione alla zona ancora libera dalla postazione fobica del mostro di cui parli. Gli spunti sono notevoli. Nella tua dimensione narrativa dell’episodio ho avvertito che, mentre scrivi, tu stia cercando qualcosa di profondo che non sai, tra le ombre boschive dove ti incammini, e dove si forma e si diffonde il fumo della fiaba e delle sue diramazioni, rendendoti parte viva dello stesso ignoto segmentato del percorso che stai tracciando. Molto bello il ritorno intimo alla seconda persona, con la consapevolezza della distanza siderale tra la dimensioni. Apre notevolmente lo spazio di scena nel giro di un istante, come la luce del cielo da una finestra aperta.

  2. Qui, in questo racconto si entra in quel posto di assoluto silenzio, dove non si ascolta nemmeno la propria voce, nemmeno il proprio battito del cuore. Qui, in questo luogo meraviglioso però si fluttua, a volte si viene trascinati, con forza, fuori, fra i dubbi, il pessimismo, i dolori. Quel luogo dovrebbe essere custodito, almeno quando entriamo lì noi non dovremmo disturbarci. Belle le tue riflesioni, mi piacciono.

  3. ‘Perché è così che siamo fatti: esistiamo per sprecare il nostro tempo.’
    E così Seneca scriveva a Lucilio ‘Dunque, caro Lucilio, fa’ ciò che mi scrivi; fa’ tesoro di tutto il tempo che hai. Sarai meno schiavo del domani, se ti sarai reso padrone dell’oggi. Mentre rinviamo i nostri impegni, la vita passa. Tutto, o Lucilio, dipende dagli altri; solo il tempo è nostro’. Leggendo il tuo bellissimo testo, una lunga riflessione, mi è tornata alla mente una delle lettere di Seneca scritte al suo pupillo. Grazie Arianna per tutti i pensieri che, dopo averti letta, mi girano nella testa ☺️

  4. “Dunque, stavo camminando in questo stato di “assenza”, quando un rumore mi ha riportato bruscamente alla realtà.”
    Lo stato di assenza da te descritto colpisce molti. Bravissima Arianna, complimenti! 👏 ❤️

  5. “Con questo non intendo certo dire che dovremmo trascorrere tutto il giorno sul divano a fissare il vuoto (anche se confesso che l’idea non sarebbe malvagia!)”
    Confesso: l’idea non sembra malvagia neanche a me!!
    Comunque questa storia è sempre piena di punti di riflessione e quanto sono veri i tuoi accorgimenti…
    Molto bella!

  6. Dunque Arianna… ho letto questi due episodi. Non è facile dare una valutazione al momento, forse è presto ma le serie sono concepite come episodi. Prendi le mie come impressioni del momento.

    Ci sono spunti molto, molto validi che mi fanno propendere per definire questa tua prova come un “Mandala”. La sensazione è circolare a scendere verso il centro. Stupefacente il senso di profondità psichica che il grande Jung ha visto in queste antichissime rappresentazioni.

    Ora, d’altro canto, ci sono considerazioni abbastanza “ordinarie”. Non è detto che ciò sia un difetto, anzi. Questo avvicina il lettore e lo fa sentire più in simbiosi, fino ad abbassare le difese (passami l’espressione) per ricevere qualche bella “stoccata”, in termini emotivi, di quelle che ho scorto tra le tue righe.

    Avrei qualche dubbio sul genere di scrittura che hai scelto. Ho trovato qualche passo eccessivamente diaristico: forse un distacco maggiore gioverebbe.

    Ma bada bene, so che la tua è una scelta, mi sembra che la penna non ti manchi affatto. Spesso alle iconcine preferisco un approccio diretto che risulti utile ma, in definitiva, ti dico brava, idea originale che sa incuriosire, valuta solo l’alternativa e non avere paura di volare alta perché, mi sembra, le ali le hai.

  7. In questo secondo episodio, giâ dal titolo e nel finale, c’é un mistero che fa crescere la curiosità del lettore per questa storia tutta da scoprire. Una serie che, sin dal principio, appare molto intrigante.

  8. “Non sprecherò il mio tempo: vivrò il presente e mi godrò ogni singolo giorno». Promessa che avrà già dimenticato pochi minuti dopo.”
    Dio, come è vera questa frase. “Riempire l’insorabile minuto con sessanta secondi degni di essere vissuti”, citando “IF” di Kypling, è una sfida enorme. E qui hai reso benissimo il concetto, attraverso il pensiero distratto di un anonimo visitatore di un ipotetico cimitero. Un anonimo soggetto che poi è tutti noi.