Il gigante 

Serie: I racconti della Rue Morgue


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: Questo è il profilo vetrina del gruppo Rue Morgue, dove più autori condividono i loro librick. Per maggiori dettagli, vedere la sezione «profilo». Autore: @joe8Zeta7

Il telefono squillò alle prime luci dell’alba. Mi ci volle un po’ per ridestarmi. Non ero riuscito a dormire bene quella notte: un gufo ostinato aveva scelto il davanzale della mia finestra per appollaiarsi e sondare nelle tenebre in cerca di una preda. Quel suo persistente bubolare mi aveva tenuto sveglio per intere ore e, alla fine, si insinuò anche nei miei sogni. Sicché, dopo una nottata travagliata, ero finalmente riuscito ad appisolarmi nel momento in cui il pendolo aveva scoccato la quinta ora del giorno.

Mi ci volle un po’ per convincermi ad aprire gli occhi: fui spinto più dalla volontà di mettere a tacere quell’aggeggio infernale. Il suo incessante trillare faceva quasi sobbalzare la cornetta e mi riecheggiava senza sosta nella testa. Dovevo farlo tacere.

E così, sebbene stanco e assonato, mi misi a sedere sul letto, scostai le lenzuola e posai i piedi a terra. Il freddo pavimento di legno mi infuse un brivido, che scosse tutto il mio corpo. Finalmente, mi sollevai, puntellandomi con le mani sul bordo del letto, e mi trascinai fino a quel maledetto telefono. Ne afferrai la cornetta. Rimasi in attesa. Ma dall’altro capo vi era solo silenzio. Parte del mio cervello era rimasta nel Paese dei Sogni, forse proprio quella che presiede alla parola. Fu per questo, con tutta probabilità, che, sebbene infastidito, la mia bocca restò sigillata, benché dentro di me stessi urlando con l’ardore di una fiera selvaggia.

D’improvviso, percepii un tremito. Fu un fugace attimo, ma lo avvertii. Poi, un sibilo mi giunse all’orecchio. Non ero ancora abbastanza lucido per decifrarlo. Fu solo interminabili secondi dopo, allorché riuscii a riappropriarmi di una parte della ragione, che mi fu chiaro il senso di quelle parole. Stava pronunciando il mio nome.

Dall’altro capo del telefono, Corbin B. Ashcroft, il mio assistente, ansimava follemente. E in quei respiri profondi e ravvicinati, potevo avvertire il suo corpo tremare. Alla fine, come a volersi liberare di un peso, trovò la forza, o forse il coraggio, di pronunciare una frase di senso compiuto.

«Lo abbiamo trovato» disse, e nel farlo il fiato gli mancava. Sicché, al termine di quelle tre semplici parole, dovette riempire rumorosamente i polmoni d’aria.

Sollevai lo sguardo. Fu quello il momento in cui le nebbie oniriche si dileguarono definitivamente dalla mia mente. Fui travolto da un impasto di emozioni. Il cuore prese a pulsare. La mano, che reggeva la cornetta, si inumidì e dovetti rinsaldare la presa, onde evitare che mi scivolasse. Mi limitai ad emettere un grugnito di assenso e riattaccai.

Pochi minuti più tardi, ero già in auto. Quella ferraglia non ne voleva proprio sapere di partire. Dovetti girare la chiave più e più volte, affondando il piede sull’acceleratore quasi a spezzarlo. Alla fine, si arrese. E il suo ruggito, seguito da nuvole di denso fumo grigiastro sputate dallo scarico, rombò nell’abitacolo come il fragore di un fulmine. Ripensandoci, avrei fatto meglio ad assecondare la sua reticenza ad avviarsi. Era un’anticaglia, è vero, ma, probabilmente, mi conosceva abbastanza da capire quando contestare le mie azioni. Per il suo e, soprattutto, per il mio bene.

La strada che conduceva allo scavo non era per nulla agevole. Un viottolo sterrato, fiancheggiato da fitta vegetazione, che noi stessi avevamo provveduto a diradare il necessario per creare quell’angusto cunicolo. Ad ogni fosso rimbalzavo sul sedile. In certi punti l’auto si destreggiava come un equilibrista per non ruzzolare sul fianco e venire inghiottita inesorabilmente dai fusti di erba e dal fogliame. Dosavo il pedale con cautela. Non potevo rischiare di rimanere invischiato in una buca o nel viscidume che ricopriva il sentiero. La fioca luce giallastra dei fari non mi era di alcun aiuto. Quando, finalmente, scorsi l’uscita sospirai.

Le luci dei riflettori illuminavano il sito di uno spettrale bagliore. Gli operai se ne stavano fermi sul bordo dello scavo: avevano le mani al volto, come non riuscissero a capacitarsi di ciò che stavano vedendo. Il signor Ashcroft, seduto più in là su di una cassa di legno, aveva lo sguardo perso nel vuoto. Alla vista della mia auto, balzò in piedi e si fiondò verso di me. Non mi concesse neanche di spegnere il motore, che, prima che me ne rendessi conto, aveva già aperto la portiera, trepidando affinché uscissi.

Non dimenticherò mai il suo sguardo: i suoi occhi allucinati sporgevano dalle orbite senza mostrare traccia di emozione alcuna. Pareva proprio che la bianca fiamma dell’anima non albergasse più dentro di lui.

Mi fece cenno di seguirlo. E così, senza nemmeno curarmi di chiudere la portiera, scesi dall’auto e gli andai dietro. Ad ogni passo, la buca dello scavo si faceva più grande. Ad ogni passo, percepivo la tensione crescere dentro di me. L’aria era immobile, stantia, come se il vento si rifiutasse di spirare sopra quella collina. Raggiunto il bordo della fossa, Ashcroft alzò lentamente il braccio. Non disse nulla, non mi guardò nemmeno. Seguendo con gli occhi la direzione puntata dal suo indice, mi ritrovai, infine, immerso nella visione che si schiudeva dalla buca.

Trasalii. Sepolto, lì in quella fossa, ai piedi di quell’enorme monolite ovoidale piantato nel terreno e circondato da mura antiche come il mondo, poste a mezzaluna, giaceva un gigante. Accanto a lui, i resti di due piccoli corpi umani: due bambini, i quali, fossilizzati in un abbraccio, si erano arresi al loro destino.

Alzai lo sguardo, attonito. E la luce dell’alba, che serpeggiava fra le crepe delle mura, si posò sul cranio del titano, pennellando di cremisi le sue vuote orbite.

Lavorammo intensamente tutta la giornata. Eppure, l’unico pezzo che fummo in grado di recuperare fu l’enorme teschio. Ricordo ancora quanto fosse pesante. Ci vollero dieci uomini per sollevarlo e caricarlo sul retro del furgone, a bordo del quale lo trasportai personalmente fino al laboratorio. E lì rimasi fino a notte. Erano circa le due del mattino, quando, d’improvviso, udii battere sulla porta. Il sordo riecheggiare nella camera mi scosse violentemente, perso com’ero nelle mie analisi su quello straordinario reperto. Attesi. Sperai che, chiunque fosse, se ne andasse via, lasciandomi al mio lavoro in solitudine. Tuttavia, di nuovo quel pugno batté con forza sul metallo della porta. Esasperato e, oserei dire, irritato, mi tirai su dallo sgabello e mi avviai ad aprire.

Il signor Ashcroft mi salutò con la mano e chiese di entrare: non potevo rifiutarmi. E così, lo condussi nella camera dove da ore mi stavo arrovellando le membra nel trovare una spiegazione razionale alla natura del mostruoso cranio. Entrambi conoscevamo fin troppo bene le voci che circolavano in paese. Oh, eccome se le conoscevamo!

Era stato proprio a causa di quelle assurde dicerie che il progetto aveva subito un ritardo di interi e insopportabili mesi. Quegli sciocchi paesani avevano provato ad ostracizzarci in ogni modo possibile: giunsero persino a richiedere l’intervento del Pontefice. Che zotici! Alla fine, il tutto si risolse come sempre accade: un bell’assegno a tanti zeri e, chissà come, nessuno ebbe più nulla da ridire. Donazione per il comune, dicemmo. Puah! Soldi inutilmente sprecati, che avremmo potuto impiegare in modi molto più proficui. E, nonostante la nostra magnanimità, essi, gli zotici, continuavano a guardarci con sospetto, quasi con ribrezzo. Ad ogni modo, benché venissimo considerati al pari di oltraggiosi miscredenti, nessuno ci mise più i bastoni tra le ruote.

Tuttavia, dinanzi a quel tavolo del laboratorio, strisciando il nostro sguardo fra le inumane forme di quella bestia senza nome, le nostre certezze barcollarono. I giganti, adorati e temuti alla stregua di divinità in tutta la contea, erano davvero reali?

Quella domanda si insinuò nelle nostre menti con la stessa tenacia di un verme, scavando a fondo, sempre più a fondo, fino a giungere alle soglie della coscienza. Mi voltai a guardare Ashcroft: la bianca luce al neon illuminava il suo pallido volto, impietrito nel guardare con timore e, forse, anche reverenza le vestigia di quell’essere. Nessuno di noi due aveva il coraggio di parlare. La scienza si fonda sui fatti, sull’esperienza, sul reale. Qui, invece, avevamo a che fare con qualcosa che andava oltre il reale. Qualcosa che esisteva soltanto nei sogni, nelle favole.

D’improvviso, udimmo un tuonare cupo. Ci voltammo di scatto verso la finestra e attendemmo. Silenzio. Mi avvicinai al vetro, ma ciò che vidi fu solo il rotondo e luminoso profilo della luna, che si stagliava su di un cielo buio e terso. Poi, il rombo tornò. E scosse le pareti dell’edificio, facendo vibrare la vetrata della finestra. Ashcroft mi si avvicinò. Scrutammo fuori in ogni direzione, senza scorgere nulla. Allorché un terzo e ancor più possente tuono si abbatté, lo vedemmo. La sagoma di un gigante, lassù sulla collina dove avevamo trovato quei resti, ci osservava.

Senza indugiare oltre, Ashcroft corse verso la porta. La spalancò e lo vidi perdersi nell’oscurità della notte. Non so cosa mi trattenne dal fuggire. Forse, ero semplicemente terrorizzato come mai fino ad allora. Spensi le luci e mi accovacciai sul pavimento. Poi, misi la testa fra le gambe e sperai che il sole sorgesse nuovamente.

Serie: I racconti della Rue Morgue


Avete messo Mi Piace3 apprezzamentiPubblicato in Narrativa

Discussioni

  1. Ben riuscito nella sua linearità. La comparsa finale del gigante, la cui sagoma buia viene illuminata dal lampo, è la ciliegina sulla torta che non esagera il tutto ma che gli rende giustamente valore, in accordo col resto del racconto. Insomma, in due parole moderatamente gradevole 🙂

  2. Leggende e “certezze” scientifiche, spesso, si incontrano. Ed è quello che è accaduto, a mio modesto parere, in questo racconto, che ho avuto il piacere di leggere ed apprezzare.

  3. Molto interessante questo racconto che gioca in bilico fra fantasia e leggenda. Secondo il mio parere, riuscito particolarmente bene. L’atmosfera è quella giusta del brivido che scaturisce dall’alternarsi luce/ombra/oscurità e fantasia/verità scientifica. Ottimo direi anche lo stile che hai scelto per la narrazione. Pulito e quasi didascalico. Molto piaciuto.

  4. Un racconto lineare che ci accompagna verso la scoperta di questo mistero dei Giganti. Mi è piaciuta l’idea della trama che avrebbe necessità, secondo me, di un maggior spazio di sviluppo o, forse, potrebbe essere sviluppata ancora in altri episodi. Letto molto volentieri. La tua è una scrittura che “rende conto” degli eventi senza calcare eccessivamente i periodi e i fatti. A me piace. Un saluto.

    1. Grazie mille, Bettina!
      Hai assolutamente ragione: la trama lascia ancora molte porte aperte e, detto fra noi, le ho lasciate volutamente socchiuse. 😉
      Ho preferito dare una conclusione, seppur parziale, agli eventi, in modo da evitare grossi cliffhanger, che in un racconto autoconclusivo sono abbastanza fastidiosi e tendono a minare la comprensione.
      Ad ogni modo, come hai già fatto tu con “Il mondo di sotto”, ne si potrà trarre certamente una miniserie.

  5. Molto bello anche questo racconto. Lo stile è molto curato, il lessico è fluido e accompagna la lettura senza stancare o distrarre. Anche la struttura narrativa avanza in un crescendo che non trova brusche frenate o pause e questa secondo me è la scelta migliore per condurre il lettore al finale di un racconto breve. Ti rinnovo i miei complimenti. Emerge la tua vicinanza e affinità al genere fantastico e per questa ragione credo che anche il genere del dark-fantasy potrebbe sposarsi bene con la tua penna. Un genere che a me, personalmente, piace molto.

  6. Confesso che quando il personaggio narrante è arrivato all’ingresso degli scavi ero convinto che si sarebbe trovato davanti al monolito di 2001 odissea nello spazio. Poi il monolito c’era, a riprova che non mi sbagliavo del tutto, ma era ovoidale e non era il punto del discorso.
    Bello, molto bello.

    1. Grazie Giancarlo!
      In effetti, il monolite c’era, però non era quello di Kubrick. 😀
      In realtà, la costruzione, formata dal monolite e dalle mura, poste a mezzaluna, non è casuale, ma è quella delle Tombe dei Giganti, che si possono trovare un po’ in tutta la Sardegna.
      Mi sono ispirato a questa leggenda, una delle tante della nostra Penisola, in particolare a quella dei giganti di Lussorio, che si narra fossero antropofagi. 👍😊