Il Gigante di Malamocco
Venezia. I canali erano vene esposte, le case testimoni ingrigiti dai bombardamenti. Quella mattina, Gustavo era uscito con il suo blocco da disegno e dei carboncini per combattere la sua guerra contro tutti. Si era messo in testa di portare sulla carta quello che vedeva: una cruda cronaca della morte e distruzione a cui Venezia era schiava.
Era uno dei tanti sfollati del Lido che aveva trovato rifugio in una delle case nel ghetto ora libero, anche se nelle ore più buie e silenziose della notte sentiva le voci e il rumore dei passi di chi aveva abitato quelle mura. Così, come per esorcizzare la loro presenza, li disegnava immaginandoseli intorno a lui, intenti alle faccende di casa, alle ore della preghiera, durante le feste, o a giocare nel cortiletto o su in soffitta con un vecchio teatro di cartapesta. Dove accanto al suo giaciglio aveva raccattato qualche vestito buono e della roba da disegno, e li aveva messi in uso.
Così bardato, con una barba lunga e incolta, capelli color cenere intrappolati sotto un fedora di qualche taglia più grande, girava come una foglia al vento per la laguna di Venezia.
Le squadracce fasciste e le SS si erano abituate a quel gigante che, per tenerli buoni, li scarabocchiava sul suo quadernetto facendoli apparire più belli di quello che erano.
Lui odiava la guerra e gli invasori, ma ancora di più i liberatori che ogni notte scaricavano bombe sulla povera gente, riuscendo a mancare il più delle volte i cosiddetti obiettivi strategici.
I pochi soldi che aveva gli erano stati dati dal vecchio Melchiorre quando aveva nascosto per un po’ la famiglia del suo gallerista nella sua casetta a Comacchio. Lui non li avrebbe voluti, ma una mattina trovò il sacchetto dei soldi sul tavolo e una lettera con le indicazioni per la casa vicino alla Scola Nova del ghetto. Dopo aver preso su i suoi averi, iniziò il cammino che lo portò prima al Lido e poi a Venezia.
Marco, il garzone scemo del signor Polei, era magro e puzzava di aceto. Odiava le pulci e diceva che sfregarsi la pelle e i capelli con l’aceto le teneva lontane. Gustavo odiava quel puzzo e la voce di quello spione. Neanche i fascisti lo avevano voluto tra le loro file e, quando ci fu lo sgombero degli ebrei, lui era stato in prima linea a identificare nascondigli e persone, tutto per un fez e un’immaginetta autografata del Duce.
Fu alcuni giorni dopo la mia visita dal signor Polei che il garzone fu trovato annegato nel canale vicino alle fogne. Ci vollero sapone e tutto l’olio di gomito a Gustavo per togliersi dalle mani l’odore di aceto.
Il signor Polei gli regalò una scatola di sardine della borsa nera e dei buoni per caffè di cicoria e pane cafone.
Gustavo rincorreva le voci di quella Venezia che non sarebbe più tornata: quella di Elena, la sguattera del Taverniere, brutta ma così brava a fare l’amore che un assaggio di libertà al tritolo l’aveva mandata al Creatore, al Lido; o il Bepi, spericolato gondoliere finito in Russia, affogato sul Don; o Maria, la dolce Maria, regina del bordello dei Sospiri, ricoverata in ospedale, sfregiata dalla sifilide.
La voce dei bambini della Giudecca, diventati angeli per mano degli uomini in grigioverde, con le loro stelle gialle usate come bersaglio mobile.
Presto i carboncini e la carta finiranno, ma Gustavo, il Gigante di Malamocco, sarà ancora lì a combattere la sua guerra alla guerra.
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Atmosfera potentissima: Venezia ferita e Gustavo che resiste disegnando. Amaro e umano, con immagini che restano.
Grazie