
Il gioco
Serie: I racconti della Rue Morgue
- Episodio 1: Diamante
- Episodio 2: Il Club dell’Orrore
- Episodio 3: Ombra
- Episodio 4: Il gioco
- Episodio 5: La gola
- Episodio 6: Il Sogno
- Episodio 7: Sotto la vetta divina
- Episodio 8: Il gigante
- Episodio 9: Le notti di New Orleans
- Episodio 10: Un messaggio in una bottiglia
STAGIONE 1
Era tutta una questione di equilibrio.
Correre, saltare la staccionata ridosso al rudere a braccia aperte, imitando l’involo dei rondoni che salivano oltre la vegetazione verso il dente aguzzo della montagna. Vinceva chi atterrava più in là degli altri. Bea non era facilitata nella corsa; la gamba con la scarpa ortopedica la rallentava, mi stava attaccata alla manica della camicia, altre la tenevo per mano. Da lontano eravamo un tutt’uno nel campo a valle, poi ci sdoppiavamo e, siccome Bea, era meno della metà di me, la sollevavo da terra spingendo il mio braccio verso l’alto, facendola volare oltre la staccionata. Vincevamo per la fiducia che lei riponeva nella mia spinta.
A fine estate i rondoni migravano. Una volta Bea ne aveva salvato uno. Lo aveva trovato intirizzito vicino al noce. Siccome era capitato lì, nel perimetro delle sue cose, doveva prendersene cura, aveva detto che se moriva gli altri rondoni le avrebbero beccato gli occhi.
Ero confuso. «Ma che dici Bea?»
«Sì, una specie di vendetta. Me l’ha detto la signora Nives».
La signora Nives abitava nella piazza del paese. La si vedeva passare vestita di grigio in ogni stagione, aveva il viso macchiato da decine di nei e i ragazzini la deridevano. Lei gli urlava dietro, la sua voce stridula si infilava nelle orecchie come il belato di un agnello. Bea, al contrario degli altri, l’andava a cercare quando capitava in paese, scambiandoci quattro chiacchiere mentre la signora Nives sgranava i legumi.
«Se muore, amen, che ci possiamo fare?», m’impuntai pensando al rondone. Eravamo al tavolo della sua casa.
«Non deve», rispose.
Aveva sminuzzato del pane nel sugo di carne che bolliva sul fuoco, avvolgendolo in un fazzoletto.
«Vado a nutrirlo.», disse.
«Ma dove lo tieni?»
«Al sicuro, ma non te lo dico.»
«In un posto sicuro, del tipo?»
«Un posto come il cuore.», si era voltata trascinandosi dietro la gamba più corta.
_____________ *** _____________
Era pomeriggio. Il rudere si stagliava di fianco, la staccionata pareva il suo osso malfermo.
Bea disse che non voleva più correre.
Tre ciuffi le tagliavano la fronte come graffi. Quando era nervosa andava a grattarsi la gamba, poco sopra la scarpa correttiva, dando una precisa collocazione al disagio che aveva in corpo. Fece a quel modo anche quella volta.
«Smetto», ribadì «ho un brutto presentimento.»
«Di farti male?», chiesi pensando a quel difetto che aveva dalla nascita.
La montagna ci sovrastava col suo mantello gigantesco.
«Se non vuoi dirlo», sussurrai.
Bea indugiò su un filo d’erba.
«Si tratta della signora Nives, di quello che mi ha detto ieri ai lavatoi.»
«Nives, la pazza». Bea m’inchiodò con lo sguardo.
«E’ per via dei lombrichi. Dice che li teme, se lava le lenzuola nell’acqua gelida del lavatoio le larve muoiono e chi ci dorme è salvo».
«I lombrichi non stanno nei letti», bofonchiai.
Bea si sistemò stizzita i tre ciuffi di capelli, capii che non aveva intenzione di essere interrotta.
Anche mia madre diceva che parlavo troppo.
«La signora Nives teme i lombrichi per via del rudere. Un tempo era la vecchia rimessa dei nonni. Lei sa che noi ci andiamo a correre.»
Il mio silenzio la spinse a continuare.
«Fu trovato col capo appoggiato alla falciatrice, gli mancavano le gambe a suo nonno. I lombrichi le avevano mangiate. Non due o tre, eh? Migliaia di lombrichi. Lo avevano affogato di saliva appiccicosa che, per toglierla, lei era una bambina, dovette portare acqua a secchi dal lavatoio su ordine di sua nonna. L’acqua fredda lavava via la bava, cadeva sulle zolle richiudendo i buchi nel terreno, da dove erano emersi. Dissero che il nonno era morto portandosi via le gambe con la falciatrice, ma le gambe non l’avevano trovate. Ecco, hai capito ora?»
I rondoni solitari volavano sopra le nostre teste.
«Mah, secondo me se l’è inventato. Comunque non ho capito perché lava le lenzuola ai lavatoi pubblici.»
«L’acqua del lavatoio è santa, l’unico rimedio contro i lombrichi mangiagambe.»
«Nives è matta, Bea. Non si vanno a dire queste cose a una ragazzina.»
«Se c’avesse ragione? Non ti sei accorto, che nel punto vicino al rudere, l’erba ha un altro colore? Lì i fili d’erba non sono come tutti gli altri fili d’erba, ecco, sono…»
«Come?»
«Color rame.»
«A me non pare, Bea.»
«Ma i lombrichi non migrano come i rondoni?», chiese.
«Non lo so Bea, non lo so», di fatto non lo sapevo e non ci avevo mai pensato.
Si girò ancora una volta a guardare la montagna.
_________ * _______
Come ogni pomeriggio, Tore, Nando e Ginger ci vennero incontro al campo. Ginger addentava una mela. Si buttarono per terra a pochi metri da noi.
«Bea non corre più», dissi.
A Tore gli si aprì un sorriso sdentato. Non gli pareva il vero, perché nella gara lui arrivava sempre per ultimo. La notizia gli dava la quasi certezza di togliersi di mezzo anche me. Agli inizi, per non lasciare fuori dal gioco Bea, avevamo tirato a sorte a chi toccasse tirarsela dietro e il legnetto più corto era capitato a me. Fin dalla prima corsa avevo capito che il vantaggio: ero pesante per saltare in aria e planare distante, ma non Bea che, sotto la mia spinta, avanzava ogni volta più lontano.
«E come mai?», domandò Nando.
«Ha paura di farsi male», sghignazzò Ginger sputando i semi della mela.
Bea aveva messo il broncio.
«Non corre più, punto e basta e non corro più nemmeno io», sentenziai.
Il sorriso in faccia a Tore si allargò.
Il vento soffiava pungente come un ago di spillo.
Qualcuno cercava di organizzare un possibile nuovo gioco in cui includere Bea. Ginger pareva infischiarsene.
«Correrai da solo», bisbigliò Bea al mio orecchio. Sollevai prima una spalla, poi l’altra. Nei suoi occhi c’era la stessa espressione di quando aveva trovato il rondone rannicchiato al tronco del noce. Lo aveva raccolto con la pena nel cuore.
«Insomma, a che si gioca?», intervenne Nando.
Non potevamo stare senza un gioco che ci misurasse in coraggio e fiato.
Feci per alzarmi, maledicendo dentro di me la signora Nives e il suo viso fitto di nei. Gli occhi di Bea si fecero lucidi, tra di noi si era appena insinuata una lama invisibile a separarci nel senso reciproco di appartenenza, si scardinava per sempre l’idea che non eravamo più in due, ma da soli ad affrontare il mondo dei giochi.
D’un tratto Bea mandò via i ciuffi dagli occhi e mi guardò.
«Smetto di correre da domani. Vi va?», esclamò.
In risposta, tutti si misero in posizione.
Non ho mai saputo se volesse regalarmi il brivido della vittoria, ancora una volta, o vincere lei stessa la paura dei mangiagambe.
Afferrai la sua mano.
Nando fischiò il segnale del via.
Procedemmo in velocità, mirando la staccionata.
Sentivo la mano di Bea salda dentro la mia, il respiro cercare la cadenza nel suo, puntava la gamba buona nella terra usandola come l’asta di un atleta, fondevamo tendini, muscoli e braccia, avanzando incontro alla sera. Il fianco del rudere era diventato uno spaventapasseri nel tramonto.
Gli altri ci stavano dietro. Frenai la corsa, giusto il tempo di spostare l’avambraccio a cercare la forza di gravità, fendere l’aria e sollevare Bea che intanto aveva staccato i piedi dal suolo. Oltrepassò leggera la staccionata, sollevandosi con le braccia aperte e la schiena inarcata verso il cielo. Planò sull’erba con il viso dentro gli steli, scomparendo dalla mia vista.
Gli altri mi oltrepassarono, ma era chiaro per tutti chi aveva vinto il lancio.
Ginger ruzzolò in un atterraggio non valido, sollevò il capo e chiese: «E Bea?»
Gli occhi di Tore e Nando s’incrociarono.
«Che scherzo è questo!», gridò Tore.
Ginger balzò su e disse che Bea era sprofondata.
Poi si mise a piangere.
Sentii il sudore seccarsi sulla faccia e la saliva corrodermi la gola.
Bea non era lì.
Nel punto dove l’avevo lanciata, un cerchio color ruggine circondava una pozzanghera collosa.
La notte girammo in tanti con le torce elettriche a sondare i campi.
Al mattino trovarono la scarpa ortopedica.
Dissero che era stata rapita. Parlarono di un viso con la pelle nera.
___________ *__________
Piove. Il terreno si scioglie a raggiungere le radici del mondo sommerso.
La signora Nives è morta due settimane fa. L’avevo aiutata a portare le lenzuola fin dentro casa, mi aveva congedato dicendo che voleva dormire. Sul tavolo aveva minuzzoli di pane impregnati di sangue raffermo. I nei, con gli anni, si erano trasformati in protuberanze e i ragazzi del paese dicevano che erano vermi.
I rondoni volano bassi a sfiorare l’erba.
Sono tornati a fine febbraio, in picchiata. Si posano sul palo dello steccato. Si staccano, roteano, e artigliano la parete sgretolata del rudere.
Siamo rimasti solo loro e io, sotto la pioggia, a fissare il campo.
Vorrei che uno di loro mi beccasse gli occhi.
(Dolce bambino nel tempo,
vedrai la linea
La linea che è stata tracciata tra
il bene ed il male – Deep Purple)
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- Episodio 9: Le notti di New Orleans
- Episodio 10: Un messaggio in una bottiglia
Ciao Bettina, sto seguendo il ciclo di racconti, con piacere direi, ma non so perché questo tuo mi fosse sfuggito. Lo ritrovo oggi, dopo aver letto anche l’altro. La storia mi ha affascinata, intrisa come è di cupa malinconia. Mi fermo però qui nel mio commento, sapendo già cosa mi aspetta e passo all’altro testo. Solo ribadisco, ancora e ancora, quanto sia incredibile la tua scrittura.
Ciao Cristiana, grazie per esserti fermata a leggere e per il tuo bellissimo commento. A presto!
L’ho interpretata come un mix di paura e malinconia per i tempi passati dell’infanzia. Si ha un po’ l’impressione, per com’è scritto il racconto, che tutto appaia sfocato, come nei sogni che si ricordano la mattina quando ci si sveglia. Del resto, ricordi e sogni si avvicinano più di quanto non si pensi..
Vero. Ricordi e sogni sono molto vicini. L’infanzia è attraversata da paure che sono necessarie, servono. Mi piace anche l’idea che il racconto possa essere interpretato da chi legge, che ognuno ci trovi ciò che vuole. Grazie per la tua lettura e per il commento.
Un horror quasi atipico, che narra con un velo fiabesco una storia che, al contrario, è tutt’altro che fiabesca.
Brava! 👍
Mi piace il “velo fiabesco”, grazie, innanzitutto per il tempo che hai dedicato alla lettura di questo racconto a cui tenevo di assegnare una sorta di spensieratezza tipica del gioco tra i campi dei bambini, per una parte, per l’altra mi interessava che Bea/imperfezione fisica e il rondone/perfetto nel volo, a tratti fossero un tutt’uno. Grazie!
Racconto dal ritmo perfetto. Hai la rara dote di rendere nitida la scena utilizzando poche – ma fondamentali – descrizioni. Una scrittura che è un mix ben dosato di letteratura e cinema. Te la invidio!
Ti ringrazio ndp per esserti fermato a leggerlo. Apprezzo quello che dici.
Una delle tante cose che mi piacciono dei tuoi racconti, Bettina, e` l’ atmosfera che riesci a creare. In questo come in altri, mi hai riportato indietro nel tempo, ad altri giochi della mia infanzia, con i bambini del vicolo cieco in cui abitavamo, alla periferia del paese.
Una conclusione simile a quella che hai descritto in po’ me l’aspettavo. L’ horror non e` il genere che preferisco, ma questa storia l’ ho letta molto volentieri, come una fiaba con la strega cattiva.
Sullo stile non ho parole e poi lo sai gia`: super.
Grazie M.Luisa 2 volte per aver speso del tempo a leggere Il Gioco, proprio per il fatto che non è un genere che ami. Anche io conosco, come molti di noi, il tempo dei giochi in un cortile, a volte si incontrava una fata, altre la strega. Tutto resta. Un abbraccio.
Ciao Rue, malgrado l’horror non è il mio genere l’ho letto con piacere. Ben fatto!
Mi piace tanto questa visione “Il fianco del rudere era diventato uno spaventapasseri nel tramonto.”
Grazie per la tua lettura.
bellissimo, Bettina. Una fiaba dolce e scura in uno stile perfetto. Immagine terribile, quella dei lombrichi mangiagambe, che rimanda al tema della corsa – appunto del muovere le gambe- e alla zoppìa di Bea: una sorta di misterioso e ambiguo rapporto con la terra. Una dimensione ctonia a cui si contrappone il volo dei rondoni. Ma insomma, un tessuto affascinante di immagini, simboli e allegorie immerse in una atmosfera che mi ha riportato a Lovecraft.
Grazie molte, Francesca. Il testo comunque ha delle imprecisioni, ma mi sono accorta che era già partito e non sapevo come intervenire. Ad ogni modo, questo è. Le imperfezioni, anche fisiche, come nel caso di Bea, mi hanno da sempre trasmesso l’idea di “forza e potenziale”, senza sapere perché. A presto.
Posso solo battere le mani?
Perché di fronte a questo livello, ho poco da dire.
È una storia bellissima, ci ho sentito tutto il sapore dell’horror mainstream ma con la firma del compositore originale, non dell’esecutore. E come sempre fanno queste storie, mi ha lasciato in bocca il sapore del ferro e la sensazione che tornerà a trovarmi stanotte, quando il fuoco si spegnerà e si farà buio. Grazie, Bettina.
Giancarlo, grazie e non so che rispondere. Ad ogni modo sottolineo (per onestà intellettuale) che il testo ha delle imprecisioni (….anche un CHE di troppo) che non spezzano la fluidità del rigo. Grazie per essere passato anche da qui. Un saluto.