Il giorno del Giudizio

Serie: Carenze a fettine


NELLA PUNTATA PRECEDENTE: La notte porta consiglio, oppure porta incubi e desideri?

Appena sceso il tramonto prendo l’auto e mi dirigo verso la casa che ho annotato sulla mappa. Penetro dentro, strisciando da sotto la sua finestra mentre lei sta dormendo come un angelo sul suo letto bianco e immacolato.

Sono lungo il corridoio buio con un impermeabile grigio che striscia per terra e si sporca, sono un verme appiccicato al muro e cerco di origliare ogni singolo suono o rumore in modo da non farmi prendere alla sprovvista.

Adesso dorme profondamente, forse sta sognando di fare l’amore con qualcuno e questo mi crea gelosia infinita. Striscio lentamente lungo il muro del corridoio e cerco di avvicinarmi al letto che è luminoso come nella stella nel buio della notte oppure come una bara illuminata da faretti funebri. Dietro porto con me la piccola ascia affilata in stile vichingo con doppia lama. Ho faticato un po’ per trovare l’attrezzo adatto ma alla fine sono riuscito a farmela spedire direttamente a casa.

Ho deciso di farlo dopo la mezzanotte in modo da poter nascondere il corpo facilmente. C’è qualche pipistrello in giro, ci sono sempre, sopra i lampioni o lontano, lontano da ogni luce che succhiano tutte le vite degli uomini mai vissuti, compresa la mia. Sono pallido.

Ancora qualche passo e ci sono. Sono vicino.

Sono ai piedi del letto e riesco a vedere i suoi piedi delicati, nudi e candidi come il latte. Dorme con addosso solo una vestaglia rossa un po’ trasparente.

I capelli biondi e ondulati incorniciano il suo viso e vedo la sua bocca che si muove, respira lentamente completamente assorta in altri mondi.

È immersa in un sonno profondo colmo di desideri strabordanti, di angeli, case, animali unici, o magari sta sognando di un assassino che proprio come me si sta avvicinando. È così dolce e tenera, amabile, come una piccola e tenera bimba. Ma in questo momento è dannatamente indifesa e vulnerabile.

Prendo l’ascia che mi porto dietro e afferro con gran fatica il manico con entrambe le mani, la alzo in alto a livello del lampadario che mi ritrovo sopra la testa, la guardo con lo scintillio negli occhi di vittoria e mi si apre la bocca in una larga e profonda risata di follia omicida affondando il primo pesantissimo colpo proprio sulla sua testa facendo schizzare un mare di sangue su tutte le pareti della stanza componendo una tela di arte astratta meravigliosa e sublime. Poi continuo a colpire, ridendo come un pazzo, un colpo dopo l’altro, uno dopo l’altro. E rido e rido.

Zaff, uno schizzo, zaff, un altro schizzo, zaff, uno schizzo enorme mi riempie anche il viso annebbiandomi la vista. Il mio ghigno diventa l’interminabile urlo di un diavolo all’inferno, un’eco profonda che riversa in un tunnel di dolore.

Il sangue scorre sotto il letto, interminabile, si innalza il suo livello dal pavimento come quello di un fiume che inizia a gonfiarsi e piano dirompe in tutta la stanza. Inizia a ribollire, letteralmente sta evaporando.

In un attimo sono altrove. All’improvviso spalanco gli occhi verso il soffitto. Li apro. Ho la fronte coperta di rivoli di sudore, completamente bagnato di goccioline lungo il petto e la schiena, affannato e distrutto. Ed è lì che arriva, mi prende il panico che mi si disegna sul volto, inizio a urlare terrorizzato alla parete completamente bianca che mi ritrovo improvvisamente davanti agli occhi che apro.

Mi porto le mani al volto, sono pulite e tremano. Mi alzo e mi siedo sul cuscino ancora ansimante e mi metto a piangere come un bambino, singhiozzando. È stato solo un altro dannato incubo.

Serie: Carenze a fettine


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