
Il giorno del rapimento
Serie: Due bastardi pelosi
- Episodio 1: Prime avvisaglie
- Episodio 2: Una situazione insopportabile
- Episodio 3: Lo scontro e le minacce
- Episodio 4: Il primo incidente
- Episodio 5: Ipotesi di vendetta
- Episodio 6: Il giorno del rapimento
- Episodio 7: Perché?
- Episodio 8: Play… Stop
- Episodio 9: Il secondo incidente
- Episodio 10: Epilogo
STAGIONE 1
Il piano era semplice. Il cancello di ingresso pedonale aveva la classica serratura elettrica a scatto comandata da un pulsante nel cortile o dall’apparecchio citofonico. E aprirla con una piccola lamina di plastica sarebbe stato molto semplice. Avevo studiato, ovviamente: teoria con i tutorial sul web e pratica con il cancello di ingresso di casa mia. La difficoltà maggiore era data dal punto focale di tutta la missione: i due piccoli bastardi. Avrei dovuto fare in modo che si fidassero di me. Non avevo fretta, avevo tutto il tempo per convincerli ad essere miei amici. Li avrei presi per la gola… in senso metaforico, per ora.
I miei appostamenti davanti alla casa del nemico si fecero più audaci: non solo osservazione dell’obiettivo, ma spedizioni attive, passando più volte davanti alla cancellata che separava il cortile e il piccolo giardino dalla strada. In tasca decine di gustose crocchette: i miei nuovi amici avrebbero dovuto credere in me. Iniziavo ad abituarmi al loro maledetti versi, forse perché, come vi dicevo, ero certo che sarebbero stati gli ultimi. Avevo tempo per pensare mentre svolgevo il mio compito di avvicinamento; era semplice, i due unici abitanti umani del pomeriggio, a volte solo uno, erano impegnati a fare chissà cosa e non erano preoccupati dal cambio di tono dell’abbaiare, né di qualcuno che, di tanto in tanto, passava davanti al loro cancello. Io, comunque, avevo pensato di usare abbigliamento molto vario e non solo in giorni diversi. Avevo in auto una collezione di camicie, maglie e giubbotti (anche pantaloni, lo ammetto) da fare invidia al rappresentante di un’azienda di abbigliamento.
Ci volle tempo e a me quello non mancava. Con il passare dei giorni e con i sacchetti di crocchette che via via si svuotavano, i due futuri pet corpse (scusate la citazione in inglese, ma mi piace il suono), udite udite: mi aspettavano. Aspettavano che arrivassi con il loro pane quotidiano. E presto smisero di abbaiare: appena mi vedevano spuntare dal fondo della strada iniziavano a scodinzolare felici e a emettere qualche uggiolio di attesa… Bastardi!
In questa fase del mio piano non mi occupavo solo dei due cagnetti, ma osservavo e cercavo un luogo adatto a ciò che avevo in mente per la seconda fase. Ma di questo vi parlerò fra poco.
I giorni migliori per prelevare i due amorini erano ovviamente quelli in cui la bambina si recava non so dove insieme alla sua coetanea sulla Mercedes grigia. Il lunedì e il giovedì, tra le tre e le cinque e mezza del pomeriggio.
Decisi il giorno. Devo confessare che l’avvicinarsi della data mi rendeva meno sicuro di ciò che avevo in mente di fare. Ero anche tentato di mollare tutto e riprendere una vita normale, per quanto possibile, ma non avevo mai cancellato le chiamate di Francesca. Faceva male guardare quell’elenco, ma serviva a mantenere la forza di proseguire con il mio piano.
Era un giovedì. Parcheggiai come al solito lontano dal cancello aspettando la Mercedes. Arrivò come sempre puntualissima alle tre. La bambina salì in auto. Sentivo i due würstel abbaiare. Controllai la strada. Era libera. Passai allora con la mia auto davanti al cancello, lentamente in modo da poter osservare bene la situazione. I cani non mi riconobbero e continuarono ad abbaiare. Mi era venuta in mente la fiaba Al lupo! Al lupo! Continuate pure: nessuno farà caso a voi…
Passai altre volte davanti al cancello. Finché mi fermai qualche metro oltre. L’auto non era visibile dalla casa, avevo controllato bene il punto dove sostare. Avevo anche controllato la presenza di eventuali telecamere di sorveglianza. Ce n’erano alcune nella via, lo sapevo da quando abitavo lì, ma avevo fatto una ricerca molto dettagliata negli ultimi tempi, utilizzando anche le utilissime Mappe di Google, e non avevo visto nulla che inquadrasse quella zona. Non potevo esserne certo, ma a livello probabilistico confidavo che almeno qualche volta le cose potessero girare per il verso giusto. Respirai a fondo alcune volte scesi dall’auto e aprii il bagagliaio: dovevo agire in pochi istanti.
Non avevo lasciato nulla al caso, avevo programmato tutto alla perfezione.
Il telefono squillò dalla mia tasca. Quasi tutto!
Impiegai meno di un secondo a spegnerlo. Ebbi comunque il tempo di leggere sullo schermo il nome di chi mi stava chiamando… Giorgio. Da non credere, abitava a pochi passi da dove mi trovavo: se avesse avuto le finestre aperte avrebbe sentito il suono della sua stessa chiamata. Mi ripromisi di telefonargli appena possibile.
Un piccolo imprevisto, pensai, niente di così grave. Ma il mio cuore, non nel senso metaforico del termine, la pensava in modo diverso.
A parte questo diversivo tutto il resto andò come da programma. I pelosi mi videro e smisero di abbaiare, aspettando il loro premio. Gliene diedi subito uno a testa mentre con un pezzo di una vecchia lastra radiografica facevo scattare la serratura. I due bastardi erano felici di avere le loro crocchette e di poter uscire. Penso che fossero persino felici di vedermi. Mi seguirono veloci nei pochi metri che ci separavano dal bagagliaio aperto e altrettanto veloci saltarono dentro. Mi resi conto che non stavo respirando da troppo tempo; le gambe facevano fatica a reggermi. Chiusi lo sportello e salii in auto. Avevo lasciato aperto il cancello di ingresso quel tanto che bastava a far pensare che i due quadrupedi fossero riusciti ad aprilo con le zampe, perché qualcuno non aveva controllato se fosse chiuso bene. Avevo immaginato la scena dopo la scoperta della fuga: ero dispiaciuto di non poter essere ancora nella mia vecchia casa per godermi lo spettacolo.
Respirai a fondo, finalmente. Dovetti controllare vescica e tutto il resto, perché avevo il terrore di farmela addosso. Dire che ero terrorizzato non rende abbastanza bene lo stato d’animo in cui mi trovavo. I cani avevano ripreso ad abbaiare, ma la gommapiuma con cui avevo imbottito le pareti del bagagliaio avrebbe impedito che il suono si sentisse troppo all’esterno. Inoltre non avevo un’automobile silenziosa… Sì, avevo pensato a tutto! Guidai verso casa con prudenza per evitare qualsiasi problema.
Mi fermai una sola volta. Per vomitare.
Serie: Due bastardi pelosi
- Episodio 1: Prime avvisaglie
- Episodio 2: Una situazione insopportabile
- Episodio 3: Lo scontro e le minacce
- Episodio 4: Il primo incidente
- Episodio 5: Ipotesi di vendetta
- Episodio 6: Il giorno del rapimento
- Episodio 7: Perché?
- Episodio 8: Play… Stop
- Episodio 9: Il secondo incidente
- Episodio 10: Epilogo
Sarebbe proprio il caso di dire: “il rapimento perfetto”.
Se non fosse per quella telefonata di Giorgio, che mi puzza un po’ di bruciato.
I commenti ai nostri racconti sono utilissimi! Te ne accorgi quando, volontariamente o meno, ti fanno notare piccoli o grandi errori e incongruenze varie. Non voglio spoilerare, ovviamente, ma sia tu che Giancarlo, in un altro commento, mi avete fatto notare… Ne parlerò alla fine della serie!
Grazie!
Che voleva Giorgio?
Questo rapimento mi ha messo un po’ d’ansia. Ho un cane che resta solo d’estate, nel giardino. Non disturba i vicini, ma non si sa mai…
Ciao Giancarlo. Questo tuo commento, insieme al più recente di Giuseppe, mi ha fatto notare una cosa di cui, in teoria, siamo tutti consapevoli (tutti coloro che scrivono, intendo), ma che spesso si rivela un problema che non riusciamo a evitare. Ecco, come dicevo a Giuseppe, quanto possono servire i commenti, al di là di quelli che semplicemente dicono “mi piace”.
E i problema qui è proprio la telefonata di Giorgio…