Il guardiano delle giostre

Il calcinculo ruota in senso antiorario e le mani dei giovani si alzano a cercar di prendere il nastro verde che scende dall’alto. Ogni giro si ripete sempre, eppure le risate e la musica che ti fa urlare per parlare con il tuo vicino non stancano mai. Guardo l’ombra dei seggiolini proiettarsi a terra e scorrere veloce. Tra poco calerà il sole e di sicuro arriverà altra gente. Mi alzo dalla panchina e riprendo il mio giro per la fiera, osservando i giovani che corrono da una giostra all’altra. Anche io una volta ero così, ma le cose sono cambiate. Arrivo a quelle che vengono chiamate le gabbie. Sei gabbie in cui i giovani entrano – in coppia o da soli – e con la forza del proprio corpo devono far compiere alla gabbia un giro intero in verticale. A volte, quando non c’è nessuno, io e il proprietario o suo figlio ci divertiamo a gareggiare tra di noi. Adesso la giostra è piena di giovani: c’è chi incita i propri amici e chi invece si siede sulle casse a parlare, aspettando gli amici o il proprio turno. Mi avvicino alla cassa e con un cenno della mano saluto il proprietario, per poi mettermi ad osservare i giovani nelle gabbie. Nuovo giro. Tutte e sei le gabbie sono piene. Nell’ultima c’è una bambina, da sola. E quando le gabbie partono è la più veloce a compiere un giro. Sembra andare bene, ma ormai è già stata superata. Ha dato il massimo all’inizio, adesso non ce la fa più. Si vede che è già stanca ma non vuole mollare.

«C’è una piccola lottatrice, nell’ultima gabbia.»

Dico al proprietario. Lui mi sorride e si volta a guardare.

«Va forte la piccola, ha capito come si gioca. Ma deve ancora capire come calibrare la sua forza.»

«Imparerà con il tempo.»

«Giusto, ma per adesso lasciamola provare, di certo non le farà male.»

«E non farà male neanche al tuo portafogli.»

Ride e mi guarda.

«Su questo hai sempre ragione.»

Lo saluto con la mano e proseguo verso la prossima giostra: la casa degli specchi. C’è molta fila fuori, però c’è un limite di persone per entrare.

«Ehi Al.»

Mi saluta la cassiera della casa degli specchi.

«Vuoi farti un giro? Lo sai che per te è gratis.»

«Grazie Susy, ma per questa volta passo. Lo farò domani mattina, mi sa tanto.»

«Già. Chissà quanti specchi hanno già toccato, per non finirci con il naso contro.»

Annuisco e torno a guardare le persone. Certi bambini scalpitano, impazienti nella fila che gli si presenta davanti agli occhi. Tra poco toccheranno con le mani la moltitudine di specchi che si trova dentro la giostra per non andarci a sbattere contro con il viso. Torno così al mio giro, dirigendomi verso la zona ristoro: per il momento vi sono dei gruppi di giovani con ciotoline di patatine fritte e ketchup. Tra poco arriveranno altri ragazzi e le famiglie con i figli, pronti ad urlare tra la folla, cercando di sovrastare ogni voce per farsi sentire dall’altra parte del tavolo. Mi siedo su una panca libera, vicina all’alta staccionata di legno, che separa con il suo perimetro il mondo delle giostre con quello vero. Qui il tempo sembra non trascorrere mai: cambiano solo i vestiti, le frasi e certi gesti, ma i sorrisi e gli sguardi, le gioie e i dolori sono sempre gli stessi. E anche io sono sempre lo stesso: nei sorrisi, negli sguardi, nei modi di fare e di parlare…e anche nell’aspetto.

Già, perché questo è il mio posto, io sono nato qui, ho creato questo confine tra realtà e finzione. Sono nato e morto molte volte per la gente comune, e vedo i giostrai sostituirsi volta dopo volta, negli anni. A volte mi affeziono a loro, ma so che io posso avere solo questo posto, e non la loro vera amicizia. Mi farei solo del male.

Una coppia si avvicina al mio tavolo e mi guarda, per poi cominciare a girarsi lentamente verso altri tavoli. Giro lo sguardo insieme al loro e noto che il tendone si è riempito. Mi chiedo quanto tempo ho passato lì seduto a pensare. Ma in fondo, il tempo non è niente per me. Sorrido e mi alzo.

«Scusatemi, mi ero perso nei miei pensieri. Prego, sedetevi»

Così dicendo anche loro mi sorridono, annuiscono e mi ringraziano, per poi sedersi con le loro piadine in mano. Il profumo mi investe e lo stomaco mi brontola. Mi avvicino allora al bancone: il ristoratore non mi è molto simpatico, spero che se ne vada al più presto. E’ un tipo sbruffone, arrogante. Urla ordini da tutte le parti, lascia il cibo in mano senza neanche guardare la gente negli occhi e punta i soldi con avidità.

«Vecchio Al, che ti servo?»

«Una piadina. Li hai i funghi?»

«Certo che ho i funghi! Per chi mi hai preso? Credi forse che il fornitore non me li consegni?»

«Con te nessuno la passa liscia.»

Replico con il sorriso sotto i baffi.

«Ben detto, Vecchio! Francaaa!»

Urla sporgendosi oltre la tenda bianca sporca del capannone.

«Una piadina con i funghi per il Vecchio! E sbrigati, che c’è anche altra gente, donna!»

Chino il capo a terra, sperando per il bene di Franca che si staccasse presto da un uomo come Alberto. Sorrisi. Si chiama quasi come me. Già, perché io per tutti sono Al, ma questo è solo un diminutivo. Però non mi ricordo com’è il mio nome per intero: è da tanto che non lo uso. Sono solo Al, il Vecchio Al, il Guardiano delle Giostre, che cambiano con le stagioni e gli anni e incontra persone sempre nuove eppure sempre le stesse.

«Ecco. Una piadina bella calda come piace a te.»

Faccio per allungargli gli spiccioli ma stranamente scuote il capo.

«Non ci pensare nemmeno: per questa mi andrebbe bene che domani mi pulissi la cucina.»

«Affare fatto.»

E di nuovo mi allontano. Continuo a passare di giostra in giostra, gustandomi la mia piadina con i funghi (freschi di giornata, come più di una volta Alberto mi ha detto). Ormai è scesa la sera e certi bambini viaggiano in spalla ai propri padri, con il volto tranquillo e gli occhi chiusi, il respiro regolare nell’abbraccio familiare. Adesso posso solo aspettare che la notte passi e che il mattino mi lasci al mio lavoro. La mia casa si trova ad un angolo del luna park e lì mi dirigo.

Dentro è spartana, con l’essenziale. Solo una stanza è più piena delle altre: oggetti recuperati dal passato, che la gente dimentica qui e che non viene più a cercare. E’ il mio tesoro, la mia macchina del tempo. Mi metto a dormire, sorrido cedendo al sonno con le risate e la musica che mi arriva lieve alle orecchie.

A volte sogno di anni precedenti, di volti che si sono scontrati con il mio e di voci che ho udito. Mi sveglio con il sorriso, come la sera precedente, solo che adesso il luna park è deserto.

Esco alla luce del sole che quella mattina ha deciso di farmi compagnia. Mi metto il cappello, mi sistemo la salopette e mi dirigo verso la casa degli specchi. Preferisco pulirla e sistemarla prima che il sole la riscaldi troppo. Vi sono molte ditate sui vetri, a varie altezze.

Su un vetro trovo anche l’impronta di un rossetto. Sorrido: a quanto pare una ragazza ha voluto lasciare il segno del suo passaggio. Più avanti ne trovo altri, e allora penso che abbia lasciato una traccia. Il rossetto con cui è stata stampata l’impronta presenta labbra piccole: penso ad una tredicenne che gioca a lasciare scie di sé per qualcuno. A me non è mai successo niente di simile. Ma io non appartengo al mondo di fuori. Quanti giovani ragazzi ho visto aggirarsi per quella piccola terra, quanti a cui gli si accendevano gli occhi.

Passo poi alle gabbie, al calcinculo, pulisco la cucina della zona ristoro, le montagne russe e tutte le altre giostre. Come al solito pulisco solo, senza mai dover riparare qualcosa. E così mi dirigo verso l’uscita del luna park: guardo fuori e vedo delle macchine passare veloci, a volte volti di bambini che fissano l’insegna che di sera si illumina e attira molta gente. Non oso sporgermi oltre, altrimenti so che la mia vita finirà.

Già, perché io non appartengo a quel mondo: io sono nato per custodire questo lembo di terra, sono nato per vedere la gente andare e venire, sono nato per nutrirmi dei sorrisi. Sono una presenza che sempre rimarrà, anche se in pochi se ne ricorderanno. Non sono umano, ma neppure sovrannaturale. Forse c’è qualcosa di strano dentro di me, ma il mio cuore batte come il vostro, il mio respira accelera e rallenta come il vostro. Ascolto, mangio, cresco dentro, anche se il mio aspetto rimane sempre lo stesso.

Sono solo il guardiano di questo posto, dove i sogni, a volte, possono divenire realtà.

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Discussioni

  1. “Esco alla luce del sole che quella mattina ha deciso di farmi compagnia.”
    Credo che il termine corretto sia «questa» mattina, essendo l’intero racconto narrato in tempo presente.
    Ad ogni modo una storia omogenea e gradevolmente malinconica: lascia molto spazio di manovra alla fantasia del lettore. In effetti, tornando al concetto di personificazione delle emozioni e dei sentimenti, questo Vecchio Al potrebbe essere una sorta di spirito del Luna Park, inteso come rappresentazione simbolica di ciò che la gente prova quando frequenta questo luogo.

  2. Molto bello. All’inizio pensavo ad uno spirito in qualche modo malevolo, ma sono felice di essermi sbagliata. Hai tessuto molta dolcezza e molta malinconia in questo racconto, facendomi amare il suo protagonista.

  3. Come sempre un testo più unico che raro, dal sapore gotico come un passaggio di un film di Tim Burton. Il teatro degli orrori si arricchisce di nuove forme spaventose e, come spesso accade, quelle che fanno più paura sono quelle che vediamo nello specchio. Molti di noi si affliggono e fanno finta di non vedere, esattamente il contrario della protagonista che, non chiedermi perché, a livello mentale l’ho associata a Cristina Ricci che interpreta Mercoledì. Surrealmente piacevole, come la trilogia dell’inferno di Chuck Pahalniuk, anche se la tua voce mi ricorda la scrittrice Leonora Carrington, che era un artista surrealista e sapeva imprimere i suoi quadri a prima vista angoscianti nei suoi scritti… ciao

    1. Grazie per il commento, mi piace vedere come i vari racconti vengono interpretati: è sempre una cosa bella e gradita! Magari a volte anche punti di vista che non avevo considerato, e che danno poi spunto per altri progetti 🙂

  4. Meravigliosamente poetico.

    La scena della bambina nella gabbia mi ha particolarmente colpita. Non è solo lei a dover ancora imparare a dosare le sue forze e il suo entusiasmo. Siamo ancora in tanti, mentre gente come Al e il proprietario ci guardano da fuori sperando che prima o poi impariamo anche noi.

    Grazie, mi ha commossa.

    1. Il tuo commento mi ha commossa! Devo ammettere che questo racconto ha un po’ di anni ma non lo avevo mai pubblicato perché dentro vi è qualcosa di personale, un pezzo di me, qualcosa che avevo paura a “lasciar andare” e far vedere. Sapere di esser riuscita ad emozionare mi rende veramente felice, e ti ringrazio tanto per averlo letto ed apprezzato!