IL GUFO 

Serie: IL RICHIAMO DEL BOSCO


È inverno e Anna si reca in un paesino sperduto nelle montagne per il funerale della sua amica del cuore. Ben presto si accorge, però, che il suicidio dell’amica è solo uno di una serie inspiegabile di decessi. Decide quindi di indagare, finendo per scoprire un oscuro segreto nascosto nei boschi.

   Anna raccolse il foglietto giallastro dal pavimento fatto in assi di legno. Si trattava di un piccolo pezzo di carta tutto stropicciato e poi ripiegato in due. La conseguenza di un ripensamento, forse. Sopra di esso, poche righe tracciate con una biro blu. Il tratto era insicuro e nervoso, ma non lasciava spazio al dubbio esaminando la grafìa: era stato scritto da Elena.

   Rimase per qualche istante a fissare quelle parole, che ormai aveva già riletto più e più volte. Quindi alzò lo sguardo, che andò ad infrangersi contro il vetro appannato della piccola finestra alla sua sinistra. Fuori, l’accenno del profilo bianco della montagna disegnava una specie di ghirigori addosso ad un ammasso indefinito di rocce grigio scuro, adagiate sopra un’ovattata nebbia invernale. Il ricordo del freddo pungente che aveva avvertito subito dopo essere scesa dall’auto le fece tremare il foglietto che stringeva ancora tra il pollice e l’indice.

   «Non ce la faccio più, il dolore è diventato insopportabile. Neanche il bosco è riuscito a fermarlo.»

Mentre rileggeva quelle poche parole, Anna continuava ad avere difficoltà a far coincidere l’immagine che aveva della sua amica, sempre così gioiosa e solare, con quella che emergeva dal biglietto. Qualcosa strideva. Elena aveva subìto un cambiamento troppo repentino. Cosa le era successo? Possibile che nel giro di appena quattro mesi una depressione così acuta era riuscita a infestarle così a fondo il cuore, fino a spingerla nel baratro?

   La ragazza si avvicinò alla finestra e passò la mano sul vetro per asciugarlo dalla condensa. Avvertì immediatamente il freddo umido del sottile film d’acqua, e la conseguente sensazione di bagnato sul suo palmo. Poi trovò il coraggio per guardare fuori, in direzione dell’albero dove la sua amica aveva deciso di porre fine al suo inferno. Cercò di indovinare quale poteva essere il ramo attorno al quale aveva assicurato la corda. Doveva essere un ramo robusto…

   Si coprì gli occhi, quasi schifata di quella curiosità perversa che l’aveva assalita, lasciando alle lacrime il compito di allontanare il dolore. Era uno sfogo necessario.

   Dopo essersi asciugata le guance, si abbandonò sul letto, tradendo ancora qualche singhiozzo commosso. Quanti ricordi, in quella stanza! Anche se non le era mai piaciuta molto la montagna, ogni estate veniva volentieri a trovare la sua amica Elena in quel paesino dimenticato da Dio. Di solito non rimaneva molto, un mese scarso, ma insieme a lei quei giorni intensi trascorrevano con leggerezza e puro divertimento.

   Fin da piccole erano conosciute come le “due casiniste”, e anche in quel posto non avevano smentito la loro fama. Anna socchiuse gli occhi, sorridendo al ricordo delle lunghe passeggiate chiassose ­– al limite della decenza – per le anguste stradine silenziose del paese. Ridevano spensierate sotto il sole d’agosto, infischiandosene degli sguardi infastiditi di quella gente abituata forse per troppo tempo a stare sola e isolata dal resto del mondo. Passavano poi intere serate nel bar del paese, tracannando ogni cosa che avesse un grado alcolico decente, e inscenando balli assurdi sopra musiche tradizionali del posto, per lo più suonate con la fisarmonica. Incuranti degli sguardi stupefatti degli uomini e delle occhiatacce arcigne delle loro mogli. E dopo, proprio in quella stessa camera da letto, quante notti erano state sveglie a raccontarsi storie e a consigliarsi l’un l’altra sulle cose della vita. Condividendo quella speciale complicità che solo chi si vuole bene conosce.

   Sopra la cassettiera c’era ancora il pagliaccio di pezza imbottito di ovatta che le aveva regalato un paio d’anni fa. Quanto la rendevano felice i pagliacci a Elena! E quello, così bello coloratissimo e morbido, le era piaciuto tantissimo. Era rimasta a bocca aperta quando l’aveva scartato e un attimo dopo già lo stringeva tra le braccia, estasiata come una bambina che stringe a sé la più bella cosa del mondo. Era così, Elena: spontanea e allegra. E sensibile, forse troppo sensibile. Solo adesso Anna iniziava a rendersene conto.

   Guardandosi attorno, però, stranamente notò che non c’era nient’altro che arredasse quella camera da letto. Né un quadro, o una pianta, neppure le fotografie che aveva visto tante volte. Tutto era stato tolto. Era certa, però, che in quella stanza c’erano sempre stati almeno un paio di quadri appesi alle pareti – sicuramente un’imitazione de “I Girasoli” di Van Gogh e una riproduzione dell’immagine del palloncino a forma di cuore che sfuggire dalle mani della bambina, di Bansky – e accanto all’armadio dei vestiti, sul tavolinetto in legno chiaro, un vaso pieno zeppo di lavanda. Ma perché Elena aveva deciso di levare tutti gli arredi? Era come se avesse voluto spogliare la stanza da ogni traccia di lei. A parte il pagliaccio che la legava alla sua amica e… quella piccola statuetta di legno sul comodino. Solo adesso Anna l’aveva notata. Era molto graziosa, piccolina – sarà stata alta una quindicina di centimetri – aveva la forma di un gufo stilizzato. Il legno dal quale era stata ricavata presentava delle venature delicate, che conferivano all’immagine una bellezza particolare. «Castagno» pensò la ragazza, ricordandosi che Elena le aveva parlato più volte che gli artigiani del paese usavano quel tipo di legno per le loro creazioni.

   Restò senza accorgersene diversi minuti a fissare gli occhi scavati di quel gufo. Quegli occhi sembrava che la stessero scrutando in profondità, chiamandola a sé. Non riusciva a capire come quella figurina riuscisse a tenere incollato in quel modo il suo sguardo. Anna non poteva staccarsene, e ora iniziava a sentirsi a disagio. Si trovava come in uno stato di trance, proiettata verso un oscuro groviglio di pensieri indecifrabili.

   «AH!» esclamò con gli occhi ancora spalancati, dopo che improvvisamente un lampo esplose nella sua testa. Un flash intensissimo, bianchissimo, accecante. Poi due braccia ossute spuntarono dal corpo di legno del gufo, che adesso aveva tramutato il suo volto in una faccia dal profilo appuntito, con le sopracciglia arcuate tese da un sorrriso demoniaco. Le dita appuntite si stavano avvicinando sempre di più al volto della ragazza, mentre una voce che sembrava quella di Elena la stava chiamando per nome.

Serie: IL RICHIAMO DEL BOSCO


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